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giovedì 29 luglio 2010

Sulle api

“Gli insetti ci ammaestrano su quanto vi è di più elevato in natura.”
- Rudolf Steiner

Raccolte dalla “Editrice Antroposofica” in un unico volume intitolato “Le api”, le otto conferenze tenute a Dornach (Svizzera) dal 26 novembre al 22 dicembre del 1923 offrono un ulteriore spaccato dell’originale visione cosmica di Steiner, che sceglie qui di indagare i fenomeni legati al mondo delle api, delle vespe e delle formiche alla luce della Scienza dello Spirito.
Le conferenze pubblicate in Italia e all’estero furono tratte da una stesura stenografica mai riveduta dall’autore, il quale ci mette in guardia affermando che “Chi legge questi testi può accoglierli pienamente come ciò che l’antroposofia ha da dire.. Va però tenuto presente che nei testi da me non riveduti vi sono degli errori.” Le conferenze dedicate al tema delle api fanno parte di un più ampio ciclo di incontri studiati per gli operai del Goetheanum, in cui furono discussi diversi aspetti del pensiero steineriano, scelti di volta in volta dall’assemblea di lavoratori; emerge da questi “dialoghi”, secondo la definizione di Marie Steiner, seconda moglie dell’occultista austriaco, un particolare interesse per il lato terapeutico ed igienico della vita, quasi a voler sottolineare l’importanza pratica di certe nozioni all’interno del mondo del lavoro.
Steiner comincia illustrando le differenze che sussistono fra gli abitanti di uno stesso alveare (la solarità dell’ape regina, il cui sviluppo avviene in 16 giorni, rientrando cioè nei 25 giorni che coincidono con il periodo di rotazione sidereo del sole; la natura solare dell’ape operaia, il cui sviluppo, avvenendo il 21 giorni, esaurisce tutto l’influsso solare; la terrestrità del fuco, che si sviluppa in 24-25 giorni e che, uscendo dall’influenza solare, si introduce prima dell’età adulta nell’evoluzione terrestre) e affrontando il tema fondamentale della deposizione delle uova: solo l’ape regina, recante in sé il pieno influsso solare, è in grado di deporre, mentre le operaie, che hanno esaurito l’influenza del sole, e i fuchi, totalmente terrestri, non possono fare altrettanto.
Dalla natura solare e terrestre dell’alveare, essere duplice dal quale scaturiscono la vita attiva delle api operaie e quella feconda dell’ape regina, l’interesse si sposta sull’importanza della forza esagonale che permea la terra e le creature che da essa traggono il loro sostentamento.
“Quando andate in alta montagna, trovate là dove la roccia è più dura, dove si trova l’elemento più duro, dei cristalli di quarzo. (…) Quando sono completi, sono chiusi anche verso il basso, nello stesso modo come sopra; ma per lo più non sono completi, e sorgono dalla roccia, sembrano crescere dalla roccia (…). Che significato ha questo fatto? Significa che la terra fa spuntare da se stessa tali cristalli, che sono esagonali e terminano in punta. Dunque nella terra è contenuta la forza di configurare in forma esagonale.
I cristalli di quarzo che emergono in tutta la loro solidità dalle pareti delle montagne si trovano disciolti anche nel corpo umano, la cui struttura interna impedisce a questo succo di quarzo di solidificarsi. Questa corrente di quarzo, o acido silicico, ha per l’uomo un’importanza fondamentale.
Steiner parte dall’importanza dell’acido silicico per arrivare ad illustrare il grande beneficio derivante da un giusto consumo di miele: le api, le quali trasmettono la forma esagonale alle loro celle di cera, sono in grado di sintetizzare il miele, sostanza ricchissima di forza esagonale e molto utile a coloro che non siano più in grado di sviluppare in maniera adeguata questa energia.
Attraverso il miele, l’uomo può assorbire nelle giuste quantità le forze cosmiche agenti sulla terra e ricondursi alle dimensioni più alte e benefiche della realtà.
L’importanza dell’universo negli avvenimenti terrestri viene ribadita a più riprese dal filosofo che ne parla, per esempio, a proposito del nettare dei fiori:
“Quando i raggi del Sole giungono dalla zona dell’Ariete, la sua forza può agire in modo da esercitare la su piena potenza sui fiori, provocando in essi lo sviluppo di quella sostanza dolce che si manifesta in miele. Così le api ne trovano. Se invece è la Terra ad avere la preponderanza del potere, perché la stagione è piovosa, i fiori non possono svilupparsi sotto i raggi del Sole che vengono dall’Ariete, devono aspettare a più tardi o sono interrotti nell’attività finora svolta; allora i fiori non producono regolarmente del miele e le api non ne trovano.”
Particolarmente interessante è l’accenno contenuto nella penultima conferenza, dedicata all’acido formico, a proposito dell’evoluzione del nostro pianeta. Steiner si sofferma sulla cosiddetta “formazione lunare”, uno stadio dell’evoluzione terrestre che prende il nome dal fatto che la luna sarebbe un residuo di quell’antica Terra (il discorso sull’evoluzione terrestre è affrontato nello specifico all’interno de “La scienza occulta nelle sue linee generali”).
All’epoca della formazione lunare le piante e gli insetti non esistevano nella forma in cui li conosciamo oggi; era presente invece una serie di vapori vegetali simili a nuvole che si muovevano cambiando continuamente d’aspetto e che erano fecondate da una forza “animale” proveniente dall’ambiente circostante. Questo antico aspetto si è trasmesso nelle successive evoluzioni fino ad approdare al sistema di fecondazione che noi oggi conosciamo, quello delle api e delle vespe, animali che vivono in stretta simbiosi con la natura vegetale e che sono gli eredi di quelle antiche energie cosmiche agenti da sempre sul nostro pianeta.

mercoledì 21 aprile 2010

Nuova poesia esoterica

NUOVA POESIA ESOTERICA

Recensione della raccolta "Altrove" di Matteo Zambrini



La poesia che Matteo Zambrini ci propone nella sua prima raccolta, intitolata significativamente “Altrove”, risente dell’imprescindibile congiunzione fra spirito terreno e spirito ultraterreno, rivelata nell’intima natura circolare che tale lavoro assume nel corso del suo svelarsi al lettore.
Zambrini penetra un mondo duplice, il mondo del “qui” e quello dell’”altrove”, unificando l’andamento di queste realtà attraverso un sapiente uso della parola, carica di suggestioni metafisiche e capace di proiettare il sentimento al di là della coltre materialistica tanto cara alla contemporaneità.


Una poesia, dunque, che rende attuali alcuni fra i temi portanti della grande poesia esoterica del novecento: dalla lirica cosmica di Arturo Onofri (In questa zolla di cosmo / di un baratro si scorge il fondo / e forse so di cosa soffro), passando attraverso densi confronti esistenziali che ricordano alcuni passaggi del Pessoa più ermetico (il tu e l’io / son terre aride / riarse di luce riflessa), per giungere infine alla dimensione “iniziatica”, ricorrente in diversi momenti dell’opera.


In Stanze si legge infatti quasi un monito a non oltrepassare la percezione sensibile nel tentativo di esplorare zone a noi precluse dall’esistenza quotidiana (Non visitare / Le stanze segrete del mare / Nel mare stesso / La ragione perderesti) per restare laddove la vita non chiede altro che di essere vissuta nelle sue manifestazioni più “accessibili” (Contentati di mormorii di conchiglie / E giochi di correnti / Non oltre risiede la felicità).


Diverso è il messaggio che traspare da Un nido, in cui la selva oscura di dantesca memoria rappresenta la grande ombra che ognuno di noi deve attraversare per giungere alla consapevolezza si sé (Ma tu stesso all’alba / Penetra la fitta foresta / E nessuno spezzi rami per te).


La ricerca di una dimensione “altra” viene svelata anche nelle liriche descrittive: in Mattino, ad esempio, porte socchiuse / tralasciano scorci indistinti / lingue di luce scucita / sospesa sui bordi dell’anima , mentre in Notturno voci di un buio primigenio / Cantano la cifra limpida / del tuo iride immutato.


Il giorno e la notte si fanno messaggeri di realtà superne, di cui l’uomo riceve gli influssi necessari per poi volgersi, con occhio maturo, alla contemplazione di quel che lo circonda (All’imbrunire lasciar / pendere lo sguardo / sulle gote d’un colle / incinte di un / bisbiglio primigenio (…) sentire vivo il sottosuolo / pesarmi il passo / votarsi a cicli sommersi).


Una poesia misteriosa, protesa verso quell’altrove che, come diceva Rudolf Steiner, ognuno è in grado di penetrare una volta affrontata la preparazione spirituale necessaria.





Matteo Zambrini, Altrove, Società Editrice “Il Ponte Vecchio”, Cesena 2009, pp. 37

domenica 18 aprile 2010

La conquista della letteratura

LA CONQUISTA DELLA LETTERATURA:
Postfazione a "Tre dialoghi" di Iacopo Gardelli
Sentire tutto in tutte le maniere,
Vivere tutto da tutte le parti,
essere la stessa cosa in tutti i modi possibili allo stesso tempo.
- Fernando Pessoa



La totalità dell’esperienza sensibile, colta al momento dell’evoluzione spirituale che muove dal mondo terreno a quello ultraterreno, rappresenta, nel dialogo intitolato La morte di Eraclito, la comunione con il tutto, resa possibile da una precisa presa di coscienza: il Conflitto, ciò che sta alla base delle leggi del cosmo, è da intendersi come principio armonico e costruttivo, fautore di un ordine-nel-disordine.

Eraclito, instabile fra due mondi, coglie con quel che resta del suo corpo sensibile alcuni aspetti propri di una nuova realtà; lo stesso vocabolario tende ad unificare due modi diversi di intendere il reale, provando da una parte a rendere partecipe Cratilo, ancora di apparente salvezza, del viaggio appena intrapreso, e dall’altra cercando di volgere ogni grammo di spirito alla conoscenza che ora illumina di nuova luce le cose rendendo i loro contorni più netti.

Guarda il mio corpo! Cosa mi succede? Ho rotto gli argini, è vero? Sto esorbitando, le membra non reggono più. Tra poco uscirò da me stesso, Cratilo; queste parole testimoniano l’oscillazione dell’anima, intesa antroposoficamente come elemento di contatto fra la coscienza e la realtà, da una sfera all’altra dell’universo, dal mondo sensibile a quello soprasensibile.
Rudolf Steiner, nel commento a Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz, interpreta il sentirsi come al centro di una tempesta del protagonista proprio in questi termini: l’anima, partecipe del corpo etereo, si allontana dalla percezione corporea e quindi dalle forze cosmiche irrigidite in forme stabili. Ciò che si trova al di là del corpo materiale è proprio la mobilità della sfera sovrasensibile, che rischia di traviare l’esperienza animica, se il soggetto non ha affrontato prima un’adeguata preparazione su di sé.

Eraclito, nel suo “esorbitare”, testa le sue capacità spirituali nel tentativo di descrivere il passaggio al mondo ultraterreno, utilizzando ciò che di più tipicamente umano egli possiede: il linguaggio. La parola si fa quindi tramite fra due mondi, curva di congiunzione fra materiale ed etereo.

L’antroposofia è una via della conoscenza che vorrebbe condurre lo spirituale che è nell’uomo allo spirituale che è nell’universo recita la prima massima antroposofica. Il filosofo efesino penetra coscientemente il mistero del tutto, ricongiungendosi ad esso e riconoscendone il flusso necessario, che muove dalla persona al tutto, dal tutto alla persona. La persona non era un inizio, dice Eraclito, poiché la persona era (ed è) il durante di tale flusso, di tale ordine conflittuale, che si stabilizza per poi fuoriuscire continuamente in un ordine ciclico di evoluzione e dissoluzione.

Investigare se stessi, per citare una massima eraclitea, significa quindi acquisire progressivamente coscienza della concavità del nostro essere – terra, ovverosia del nostro essere obliqui.
La chiave per penetrare le leggi del cosmo va ricercata in noi.
Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me recita l’epitaffio sulla tomba di Kant. La frase dovrebbe essere modificata nel modo seguente: Il cielo stellato e la legge morale dentro di me.
Il “fuori” è un concetto astratto che tende a confinare l’uomo in una prigione che in realtà è l’unica via possibile verso la libertà e la conoscenza: il corpo.

Tre dialoghi racconta di un unico, grande percorso e i tre filosofi rappresentano tre tappe ben distinte di tale cammino. Se Eraclito simboleggia il raggiungimento della consapevolezza, Pitea, protagonista della parte centrale, coincide con il processo di sviluppo e di distacco.
Navigatore temerario, dall’aria dannata e tragicamente romantica, Pitea è un pellegrino dello spirito che ancora fatica a riconoscersi nell’assoluto, pur avendolo toccato in una delle sue manifestazioni più sublimi: quella del viaggio.
Pitea, tornato alla sua terra, appare come uno spettro che non riesce più a collocarsi nel reale: avendo visto tutto, sente di non appartenere più a niente.
Ha gli occhi bruciati da troppo vedere, riflesso di una mente che ha vissuto in negativo la rivelazione: Pitea vuole fuggire da quello che cerca e, soprattutto, da quello che ha trovato. Come Eraclito, il navigatore rimprovera coloro che tentano di trattenerlo in un mondo dove la luce abita in eterna inquietudine, citando Novalis.
Per tornare di nuovo al poeta romantico, quel flutto terrestre che si scorge sul limitare delle nostre percezioni spinge il viaggiatore verso la disperazione e il rifiuto, poiché il corpo in cui si trova confinato non può, secondo lui, farsi strada attraverso il mistero.

Il Conflitto che percepisce Pitea è quindi un principio disarmonico che vede contrapposti in maniera irriducibile finito ed infinito, fenomeno e noumeno. Pitea, vicino un tocco all'evoluzione spirituale, resta qualche passo indietro, e questo significa per lui la condanna.
La mancata comprensione del senso del viaggio spinge il navigatore verso una fuga, verso un movimento che non ha un fine accrescitivo ma che si fa simbolo di un pericoloso sentimento nichilista.

Il nichilismo è un passaggio che conduce Pitea all’abbandono di ogni proposito: al contatto con il mistero (o Conflitto) eleva il suo corpo a suprema debolezza, impossibile da dimenticare o da ignorare. Non esiste pacificazione: solo il rifugio nell'oscurità della propria mente.

Risalendo il fiume si giunge al primo confronto con l’idea di un cosmo conflittuale: il dialogo d’apertura, dal titolo La condanna di Ippaso, rappresenta forse nel migliore dei modi la dicotomia tipicamente occidentale che corre fra percezione ed essenza.
Il testo è basato sull’alternanza parola – silenzio – parola, in un circolo che ricorda, anche in questo caso, quella “corrente”, quella sorta di movimento che progredisce attraverso il suo essere puro incedere.

La contrapposizione fra parola è silenzio è ciò che dà vita alla letteratura: la volontà di parola e la volontà di silenzio sono le due grandi forze attraverso cui sintetizzare un percorso accrescitivo che tenga conto dell’importanza di entrambi gli elementi.
Ippaso, il dialogante muto, è contrapposto al pitagorico, colui che parla, simbolo di un verbo ininterrotto, di un logos perpetuo.
Il silenzio di Ippaso rappresenta, in questo caso, la verità: di fronte al mistero anche la parola più forte è destinata a crollare.
La condanna di Ippaso è dovuta forse alla dimostrazione della debolezza della parola e della finzione in cui essa ha gettato tutto il genere umano.

La parola è maschera del nulla, un’impalcatura fragile sospesa sopra un silenzio infinito.
L'assenza è percepita e di conseguenza rifiutata: la scuola Pitagorica si è assunta il compito di costruire una serie di precetti per non porre l’essere umano di fronte all’incubo di se stesso, di fronte al terrore del vuoto.
Si tratta qui di fare diversi passi indietro. La comunione fra spirito cosmico (silenzio) e spirito umano (parola) è in questo caso impossibile.
Il primo conflitto è un conflitto totalmente negativo, che non può conoscere una sintesi; il processo graduale di compenetrazione parola – silenzio evolverà nella pratica conoscitiva della letteratura, reale punto d’incontro fra mondo fenomenico e mondo noumenico.

Dal Conflitto negativo Ippaso – Pitagorico (assenza di confronto attivo), passando per lo sviluppo del viaggio di Pitea (confronto attivo con il mistero ma incapacità di compenetrazione), si giunge al Conflitto propositivo proprio di Eraclito: Il silenzio e la parola sono giunti finalmente al corpo sintetico della letteratura.

Cratilo, alla morte di Eraclito, si spoglia ed esce nella notte; alza gli occhi al cielo e guarda le stelle. Il suo percorso è appena cominciato.

martedì 23 febbraio 2010

La Chiave Obliqua: L'Universo curvo di Elia Tazzari


L’universo curvo di Tazzari
ovvero, il simbolo e l’oggetto: l’obliquità come nuovo modo di lettura.
“(...) Ogni chiarezza è mascherata
Io parlo di protezione ma la metafora,
Il simbolo, forse non proteggono
Ma amplificano.”
Da Come trattare gli ospiti
Oggi saliremo, dal sangue verso il cosmo.”
Da La mente divisa di Rudolf Steiner

Il nuovo lavoro di Elia Tazzari, La Chiave Obliqua, è un libro estremamente difficile, oscuro, intricato.
Il suo complesso intercedere sembra rispecchiare la lunga e difficile gestazione concettuale che gli sta dietro; leggendolo s'intuisce il lavoro, si avverte il travaglio, si percepisce il sudore.

L’ossatura dei versi nasce dalle teorie e dai pensieri di autori tra i più complessi del panorama filosofico-letterario del Novecento. Tazzari si è fatto carico di un compito a prima vista formidabile, che spaventerebbe chiunque sappia almeno cosa vuol dire scrivere in versi: tradurre in poesia sistemi filosofici complessi e sconosciti al grande pubblico.

I numerosi rimandi alla cultura esoterica e spiritualista del Ventesimo secolo suoneranno al lettore non preparato incomprensibili, inusuali, forse perfino supponenti ed elitari.
Ed è proprio così che dovrebbero suonare.

Vero è che tutto quanto sia eccellente, è tanto difficile quanto raro”, chiosa il grande pensatore olandese alla fine del suo capolavoro, l’Etica (il riferimento a Spinoza non è del tutto inappropriato, come spiegherò tra poco).

Bisogna quindi armarsi di pazienza, rimboccarsi le maniche e affrontare versi apparentemente impenetrabili. Occorre per così dire ripercorrere il travagliato percorso dell’autore, in un unico processo di formazione che accomuna lettore e poeta.

Ed è proprio questo ciò che l’autore vuole da noi: un momento di concentrazione estrema, di profondo raccoglimento. Un tentativo di analisi e autoanalisi che dovrebbe sfociare, come il libro, a un'evoluzione spirituale: un momento di crescita e formazione non solo emotiva ma anche percettiva.
Andiamo con ordine, quindi, e cerchiamo di chiarire alcuni concetti guida per orientarci all’interno del sistema simbolico de La Chiave Obliqua.
Il nucleo di fondazione di questi versi, a mio parere, si potrebbe proprio ravvisare nella riflessione sul passaggio tra esoterismo ed essoterismo, non importa in quale direzione.

Si può considerare la terza opera di Tazzari una riflessione eccezionalmente acuta sul significato dei simboli, e del loro rapporto con la realtà oggettuale che ci circonda.

Il suo sforzo e il suo merito è stato quello di analizzare ad un livello profondo le cause e le conseguenze di una lettura simbolica del mondo.

Come concepire il simbolo? Come pensare compiutamente ciò cui inerisce? Di che natura è il legame con l’oggetto simbolizzato? Come spiegare razionalmente il profondo intreccio che si viene a creare tra mondo e rappresentazione?
Queste le domande fondanti che suscita la lettura di La Chiave Obliqua.

Fin dai primi versi si viene scagliati in un cosmo fatto di rimandi e simboli, inizialmente incomprensibili.
La vista del lettore ridiviene la vista del bambino che guarda il mondo per la prima volta. La selva di metafore e perifrasi, così come il mistero di oggetti senza nome per il neonato, costringe lo sguardo a fermarsi su di essi, e a non dare nulla per scontato.

L’adulto, sinonimo in questo caso di cinismo e disillusione e metafora dell’uomo contemporaneo, non si accorge più della natura degli oggetti che lo circondano. I loro nomi e la loro funzione ne hanno oscurato la primitiva forza simbolica, quel significato nascosto capace di creare un legame non tanto fisico, quanto spirituale con l’osservatore.

Quello che Tazzari riesce a trasmettere al lettore è proprio questa atavica potenza del simbolo, ormai perduta, fantasia profondamente e tipicamente europea, risalente alla più remota antichità (come non ricordare il diverbio sugli universali, o ancor prima lo status trascendente ed intelligibile delle idee platoniche e poi ancora su, su fino a perdersi nei tempi remoti del primo segno colorato sulle pareti delle caverne, per propiziarsi gli dei in tempo di caccia); fantasia rintracciabile senz’altro anche nella modernità, in autori quali Yeats, Pessoa, Steiner, Onofri, Eliot, punti di riferimento imprescindibili per comprendere appieno questi versi.

Su questo continuo scambio tra essoterico ed esoterico, l’autore innesta la sua riflessione.
Uno dei passaggi più alti dell’intera raccolta, Come trattare gli ospiti, testo inedito e raro per tono e profondità, è una chiave (il bisticcio col titolo è voluto!) che può aiutare non poco ad orientarsi.

Non a caso è collocato quasi al centro esatto del lavoro, posto riservato ad un’altra composizione tra le più alte ed evocative: La mente divisa di Rudolf Steiner, nella quale il riferimento al fondatore dell’antroposofia è esplicito fin dal titolo.

Detto per inciso, anche la perfetta simmetria del lavoro (tripartito in tre sezioni raffigurate nel simbolo della chiave) è essa stessa utilissima per comprendere al meglio il significato dell’intera raccolta.
Partiamo quindi da questa composizione, cuore dell’intero corpus, per approfondire l’aspetto teorico dell’opera e per intuirne la portata filosofica.

La poesia è interamente giocata su una dicotomia, che non è solo quella della mente del pensatore austriaco; la divisione è infinitamente più profonda, abbraccia anzi l’intera realtà.

La divisione dell’essere è un tema classico per la filosofia teoretica, che da Platone accompagna da millenni lo sviluppo della società Occidentale, ed è ormai entrata a far parte del DNA dell’europeo: da una parte il mondo inorganico, dall’altra il vivente.

Ancora oggi, tra l’altro, non si capisce che cosa differenzi dal punto di vista biologico le due; ma c’è un salto qualitativo che non rende possibile la riduzione della seconda sfera alla prima (si pensi ad esempio al pensiero di Hartmann, e ai suoi strati dell’essere interconnessi seppur del tutto autonomi).

Steiner ipotizzò, come riportato nelle due citazioni che aprono e chiudono la raccolta, una forza extra-terrestre, immateriale e trascendente che abbraccia e comprende l’intero cosmo, ripercorribile a ritroso dal sasso e dalla goccia, da “zolle celesti” che si fanno mondo (Padre Sogol redime gli alpinisti), oppure come “un’anima segreta che decresce verso il corpo” (La risalita dei salmoni) per arrivare “all’apice turrito unificante Cosmo ed Io” (Il Corpo Segreto).

Questa divisione è presente anche all’interno dell’uomo, come separazione tra i due emisferi cerebrali; il sinistro, sede del pensiero logico-matematico, che tende a schematizzare e ridurre la realtà sotto categorie ordinate e razionali, e l’emisfero destro, legato inscindibilmente alla sensazione, all’esperire sensoriale, centro emotivo del soggetto.

Interessante notare come questa separazione sia presente fin dalla primissima poesia della raccolta, il Dialogo dell’anello, (che richiama, almeno nelle prima battute, il periodare prosastico della raccolta precedente, Lato B) separazione, dicevo, incarnata da due voci antitetiche che esprimono due punti di vista contrastanti e apparentemente irriducibili.

Ed ecco comparire fin dall’inizio anche il secondo grande tema della raccolta, che si potrebbe chiamare il tema dell’obliquità.

Verso dopo verso, parole quali "ricurvo", "curva", "piegare", "ciclo", "cerchio" si rincorrono come un mantra, acquistando un connotato (e sta proprio qui la magia) ogni volta più carico di rimandi, progressivamente imbevuto di suggestioni.

Che cosa significa poesia obliqua, ricurva? Quali sono gli estremi che stiamo cercando di ricongiungere così disperatamente? Che cosa vogliamo rendere uno?
Forse è proprio il simbolo che permette questo tipo di riflessione.

Se pensiamo bene alla sua funzione, allo stesso tempo “cassa di risonanza” e “schermo” dell’oggetto, quello che il simbolo opera dal punto di vista del lettore è una deviazione dal significato letterale.
È il simbolo stesso ad essere obliquo, a costringere ad una lettura obliqua del testo.

Il significato letterale, quale che sia il testo, facilita e si accontenta di una lettura rettilinea, per così dire, facilitata ma anche terribilmente semplificata (forse al punto da divenire, in certi casi, totalmente inutile e sterile).

Il significato simbolico richiede dunque una lettura lenta, profonda, disposta ad essere deviata o “incurvata”.
È grazie al simbolo che è possibile riunire in un unico sistema circolare le due visioni antitetiche di cui si è accennato sopra.

Il simbolo da filo (semplice rimando mentale astratto) si è fatto fune, possibile via di scampo o ancora di salvezza in un sistema che rischiava altrimenti una frattura non più ricomponibile.
“Fune del verso/Sogno di un testo composto”, come profetizza Tazzari in Enigma di Venere e della fune.

Una volta ricongiunti due mondi che si pensavano antipodici, ma in realtà intimamente connessi, possiamo forse pensare di poter redimere la nostra finitudine considerandola parte di un ordine superiore, di una forza extra-terrestre da ripercorrere al contrario, un po’ come fanno i salmoni per tornare al luogo della loro origine, del tutto inconsapevolmente.

“Mi guidino i venti del mondo alla comprensione dell’Io-Cosmo”, ecco l’augurio del poeta a se stesso e al lettore, formulato in Il tuo volto nei miei occhi, verso la fine della raccolta, a curvatura ormai compiuta.

E anche se è possibile che molti non riescano a percorrere fino in fondo il percorso inaugurato da Elia (si veda a questo proposito Verso la rosa, prima poesia dell’ultima parte), ciò che importa è che almeno sia stato delineato e pensato.

Così almeno sembra volere intendere la poesia che chiude la raccolta, La visione di Brâncuşi; dopo aver cercato, come sembra dirci, di “tradurre l’astratto in concreto”, di piegare la colonna infinita in un eterno cerchio di nietzschiana memoria, significativamente termina con la parola “ricongiunta”.

Tuttavia, è forse in La valle delle lanterne che Tazzari tocca l’apice espressivo. Con due strofe simmetriche e perfettamente equilibrate, che vale la pena riportare integralmente, l’autore riesce a comunicare questa comunione profonda con un’immagine semplice e violentemente espressionista.

Versi che stupiscono per carica evocativa e nitore; è raro che un autore così giovane padroneggi così bene lessico e contenuto; versi a cui non si deve aggiungere altro, per non rischiare di rovinarli col tocco del commento; versi che echeggiano potenti nella memoria, assicurati a questo mondo, affrancati per ora dalla dimensione di “muti simulacri del tempo” (L’eredità del poeta).
Lumi magri come i fiumi della carne
Tremo ancora al pensiero dei nostri tentativi:
Sangue e corpo, sangue che fa carne
Sangue vuol dire mortale
E tutti sanguiniamo.
Fiumi ora scissi dall’umano
Alzano i flussi verso mondi che sono preclusi:
Sangue e spirito, sangue che fa cosmo
Sangue vuol dire immortale
E tutti sanguiniamo.