Visualizzazione post con etichetta poesia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta poesia. Mostra tutti i post

giovedì 20 marzo 2014

Coro a sei voci

[Con questo intervento desidero ringraziare tutte le persone che hanno reso possibile la realizzazione di questo libriccino. In primo luogo i due bravissimi grafici che lo hanno concepito, dalla copertina alla scelta dei materiali, Nicola Varesco e Michele Evangelisti Savini. Senza il loro lavoro, gratuito e serio, senza il loro entusiasmo, la poesia sarebbe rimasta priva del suo logico supporto cartaceo. Ma non posso non citare anche chi, attraverso i suoi consigli, le sue opinioni, i suoi incoraggiamenti, mi ha permesso di migliorare e di portare a compimento questo lavoro: Elisabetta, Elia, Luca Cortesi, Elisa Angelini, Ermanna Montanari e Marco Martinelli, Franco Costantini e Ivano Mazzani. A tutti quanti esprimo la mia gratitudine sincera.
Per chi fosse interessato, qui si può scaricare la poesia.]



Le poesie nascono nei modi più strani.
Questa non fa eccezione: è cresciuta su se stessa dall'ammucchiarsi di tanti particolari, visti e rivisti ogni giorno. Il riflesso della mia bici sulle vetrine, una targa bianca in memoria dei caduti partigiani, il colore screziato della laguna, il verde salato della pineta, le case basse e muschiose del borgo. Immagini condivise, luoghi comuni, verrebbe da dire: ma appunto perché comuni, diretti, parlanti.

domenica 26 gennaio 2014

Imitazione di Senofane

Gli italiani? Lussi inutili impararono dall'Occidente,
quando ancora non v'era l'odiata crisi.
Andavano in piazza con odiosi piumini imbottiti
(erano milioni, non di meno)
superbi, vanitosi, con orribili acconciature
inondati di costosissimi profumi.

Ormai ventitré anni rigirano
il mio pensiero per l'Italia:
tutto intero vedo, penso e odo.

D’inverno bisogna stare presso al fuoco,
sdraiati su morbidi cuscini, dopo aver ben mangiato,
e bere un dolce vino, sgranocchiando ceci,
e chiacchierare: “Di dove sei, caro? Quanti anni hai?
Quanti ne avevi quando venne il Meneghino?”

venerdì 20 settembre 2013

Disimparare ad accontentarsi

Si racconta che Dino Campana, prima di vendere i suoi Canti Orfici, fosse solito squadrare attentamente l'acquirente di turno alla ricerca di particolari fisiognomici rivelatori della sua preparazione poetica. Chi passava l'esame con successo, “lo spirito poetico puro”, si vedeva consegnare il libretto intero, tuttalpiù privo qua e là di qualche pagina; ai malcapitati, invece, spesso non restavano che due o tre poesie – e delle meno riuscite. Effe Ti Marinetti, “lo schiaffo ed il pugno”, si dovette accontentare della sola copertina. Non è forse un diritto del poeta quello di difendersi dagli occhi degli imbecilli?

martedì 17 settembre 2013

Il castello di Pietra Mora



Nuova poesia dedicata ai ruderi del castello detto di 'Pietra Mora', edificato su di un affioramento roccioso - lo 'Spungone' - che partendo dal torrente Marzeno, nelle prime colline faentine, arriva fino alla frazione di Capocolle, nel comune di Bertinoro (FC). 

Il sito è ricordato anche da Luciano de Nardis in un breve articolo di argomento folkloristico da lui steso per la rivista romagnola La Piê:

"Sotto Monte Sassone, accanto ai ruderi del castello della Pré Mora (Pietra Mora), nel banco dello spungone sullo strapìombo della voragine del rio della Samoggia, fra le colline a monte di Faenza e Castrocaro nella zona di demarcazione dell’antico confine fra la terra del Papa e quella del Granducato, sono scavate le quattro grotte delle fate (chiamate anche busa – buca - e camaraz – cameraccie). Questa pietra era un prodigioso palazzo, nei lontani millenni delle Fate che lo disertarono quando l’uomo non credette più alla poesia, ma vi lasciarono, pegno del ritorno, i loro magici telai d’oro, su cui l’anima tesseva le canzoni che nessuno sa più! E perché l’uomo non ne facesse sua preda, confidarono la guardia dei telai a un biscione che sibila minacce e con un soffio precipita nella voragine le ladre scalate, quando mai tentassero le porte inviolabili."
(L. De Nardis, La Piê, 1925)

Ecco la poesia:





Era pena, l’asse

il sostegno

del monte alle grotte





era la morte della larva –

tenuta dei cocci,

del voto fatuo alla fioritura





erano briciole del corpo

del prode,

       voce selvatica che

       ne sgola i lembi …


E un testo precedente, ispirato alla leggenda della grotta delle fate e già pubblicato su questo blog:


 
Le dame di Monte Sassone


Il tempo sfilacciato di una vita
che nulla può farci l’ago
ha avuto forse pietà di noi
delle case abbandonate quando
il passo del giaguaro
seminava grida pari
al crollo delle terre
sotto il bacio dell’aratro

quando il seme inselvatichiva
e la mala pianta taceva
i segreti andati in fiamme

quando gonfie nubi ferrose
s’alzavano sulle rovine
e custodi di sale ricolme
di bronzi e di giade
lasciavano che il filo delle lame
si dipanasse ai loro piedi  

quando
quando

quando

*

e a fare come il cavaliere,
che all’ago preferì i telai d’oro
delle dame di monte Sassone

– si badi alla luce delle vesti
come un tempio il cui marmo
sia inciso nel fuoco di costellazioni
ma spolpando il frutto della luce
il succo ripugna
come un porcaro
vestito da signore –

e il cui corpo sbriciolato
fu gettato dalla furia del serpente
giù nell’ombra della terra
fino a fare minerale del pensiero,

noi cosa perderemmo
e cosa avremmo al sicuro ora
che il secco si beve tutto
che i lembi del lago hanno branchie
da cui svapora l’oro dei campi?




(la foto qui sotto è di Stefano Ciani)




mercoledì 4 settembre 2013

Poesia astratta su Adolfo Wildt

Opera di riferimento: 'La fontanella santa', marmo, mosaico, onice e bronzo dorato




cautela si brucia
al scaturito presente  
del dipeso, del
potere
(un fuoco bianco
che lo conteneva)


e la pace severa,
arco volto di bronzo
al sereno

dirà
l’onice aspro e

duro, empireo
fulgente e corona. 


martedì 20 agosto 2013

Anteprima

Un po' di poesie dal nuovo libro in lavorazione.


1)
 
Che ne fu o sarà di bontà
del declino del mangiare
e del campo, piana o terra
del legarsi e del
legame …


cose a cui dare la caccia
che filtra il setaccio e le
ammolla
in luce


ma la speranza era raccolta
nell’interrogatorio.


Non c’era risposta.
Io non sapevo dell’incastro
né del personale esser grato
al contesto e alle pedine
al volere disarmato.

2)

 
concilio


maturare
ripidare
scoscendere e assalire
rotta in piana,
slargante fuochi e rame

concitata.


Nulla ha del ricatto
del valore, del martirio:
è la propaggine
bianca, il paladino in testa.

 
Dio elettrico del monte
adora
Traliccio di potenze
indora.

3)
 
sorte del borgo


bruciati i bestiali
della vestizione
    e le chiare, i morti
fiato corto di cani,
                         di lume


fu la madre
stupore grato
a farne roccia, setola e lucore


vuota l’ospitalità,
cauto l’ospite selvatico
immobile

strenua, la forza
s’impunta nella pista,
il nido nella trave.

4)

Adesso
in presenza o
attenzione sociale
all’equilibrio
al tronco vivo, a un
raschio nel motivo

(   )


se il voto sia arnia
soldati a sigillo, a terrore
sospeso su in cima
piombato sul caro


se l’esser-ci covi un
salto
nel cavo del passo


mira e poi spezza
soffice sesso   ,

miri il sereno
colto tutto in seno.

5)
 
Non mi appartiene il cantiere, conforto conforme a normative nel campo nemico, ma attenzione, all’inquieta e irrefrenabile espansione. 
Il luogo di trapasso: nient’altro che una porta, vi si giunga dispersi o finemente lavorati, intagliati. L’ombra ci protende in anse cupe, chili maldestri buttati dentro il mucchio alla rinfusa; da qui, l’arte della mano e della forma a trarne il Vero fiero, il Vero-cavaliere.   
 



domenica 9 settembre 2012

Lago di Molveno


non bruciare adesso



Sacro cesio
ansia a bordo
alto
declama:

– cala fiato
sentimento
carne tolta ai tabernacoli

chi. perenne
o fragile, o cauto
denuda
la spada?

di re, padre
sgravi il fondo
d’acqua,
dai figli.

chiami te.
ceda l’oro di vino.
nutra il lago
con krill fresco di corrente. 



Molveno, 6 settembre 2012

mercoledì 29 agosto 2012

Monti della Sibilla


sotto Forca Viola



Sgrana gioie in
dettagli
maestri /

centro o pastore,
bianchi di
fonte, istrici-dive

acqua fonda
su noi
fuoco, polo

///

flette lo slargo
riappende,
sono lo scasso
la spinta
la stanza

sono la lenza.










sabato 11 agosto 2012

L'altra romagna. Risposta a Elia.

[Rispondo con una vecchia poesia alla precedente poesia di Elia. L'idea è quella di delineare una geografia personale, un buon localismo, attraverso l'esercizio della parola poetica. Versi nati per caso, dalla noia. Il treno si era bloccato per ore, a causa di non so quali problemi, nel mezzo del niente, in piena campagna romagnola.]


Provo ancora meraviglia, l'ammetto.
Poso il libro e guardo fuori: attorno
indaffarati passeggeri senza

nome. Indifferenti al mistero
d'una rinascita tacita e lieve -
sono i peschi in fiore, e i mandorli.

Un pulviscolo rosa o innevato,
gocce casuali di nuovo colore:
ecco ciò che stordisce il mio sguardo.

Lontani nel turchese gli Appennini:
ma qui non v'è quel movimento. Solo
un ampio respiro di pianura

e logici filari allineati.
Provo ancora meraviglia, l'ammetto:
nessuna mente divina potrebbe

ambire a tale bellezza. Lascio
voi ai vostri impegni. Guardo
altrove. Silenzioso sono e assente.

E se anche fosse soltanto finzione,
nulla più di un attimo ubriaco,
sarebbe il reale ad aver torto –

e varrebbe la pena di restare
bocca aperta davanti all'illusione.



mercoledì 8 agosto 2012

L'altra romagna


S. Salvatore in Summano


Ecco il nome che si staglia sotto apre
gli occhi appoggiati agli sguardi, solco
vuoto che attraversa, l’ombra del dio asciutta farsi
protesa

tutto recasse una firma, l’ombra
di una sola scrittura franante sotto

gelasse, gelasse il cuore dei sassi
aprisse una strada rovina
facesse a noi aria, cascasse la pietra
rovina detriti macerie

cielo. un largo imbuto d’aria tutto sopra
sopra il cotto sopra la roverella
sopra il sopra dell’altare sopra il
tutto

lontananza. che forse non vorremmo
ma ci è data nel respiro, raggrumata
nello sputo infilato a forza dentro
tutto

giove. plutoni. calore sotterraneo della terra
ombre lisce nelle pietre del regno
corone e monili e monete, il tesoro il
tutto

eccoci perduti in povertà e malattie
lasciata la catena inchiodata alla cima
del sasso più antico che gli anni possano
coi denti erodere e addormentare

in quale sonno?

e i sogni che un punteruolo scava nel naufragio
della veggenza

e i nidi di rondine e le ceneri sotto la crosta
quale sonno quale sonno

la venuta della fiamma, un sole piccolo
la natura della valle
la natura della luce appena
appena, una screpolatura.  

lunedì 12 marzo 2012

Lavori in corso


Le dame di Monte Sassone



Il tempo sfilacciato di una vita

ché nulla può farci l’ago

ha avuto forse pietà di noi

delle case abbandonate quando

il passo del giaguaro

seminava grida pari

al crollo delle terre

sotto il bacio dell’aratro


quando il seme inselvatichiva

e la mala pianta taceva

i segreti andati in fiamme


quando gonfie nubi ferrose

s’alzavano sulle rovine

e i custodi di sale ricolme

di bronzi e di giade

lasciavano che il filo delle lame

si dipanasse ai loro piedi


quando

quando


quando


*

e a fare come il cavaliere,

che all’ago preferì i telai d’oro

delle dame di monte Sassone


- si badi alla luce delle vesti

come un tempio il cui marmo

sia inciso nel fuoco di costellazioni

ma spolpando il frutto della luce

il succo ripugna

come un porcaro

vestito da signore –


e il cui corpo sbriciolato

fu gettato dalla furia del serpente

giù nell’ombra della terra

fino a fare minerale del pensiero,


noi cosa perderemmo

e cosa avremmo al sicuro ora

che il secco si beve tutto

che i lembi del lago hanno branchie

da cui svapora l’oro dei campi?



Da I Santuari



Dormivano tutti. Nel buio del formicaio s’aprivano uova, larve bianche cadevano sulla sabbia bianca. La terra, giù in fondo, era tutta pietra e putridume, il cielo pesava quintali.

Si fece il profilo, poi la forma si raccolse tutta in una sete. L’alba venne bianca in un ronzio. Fu come aprire il reame dell’oro, lasciare la chiave agli stormi, credere che un solo respiro destasse i sogni dalle acque.


Il mistero che il mondo ha fatto concreto (sentire: respiro che apre le cellule, beve la nostra fame e si attacca alla luce in fondo alle vene) si rovescia, ruote all’aria, immerso dentro il fango.

Allora, diremo che il tempo ci ha portato via tutto, la strada, gli ulivi, le nuvole che s’ammassavano, i monti scagliati da un fulmine vile. E i germogli, che forano l’aria minerale spessa centimetri.


Credo al burro, quando scioglie e spande dappertutto l’odore morbido che prende le ore per la coda. Chiedo se l’odore andrà mai via, perché aleggia come voce, e so quanto mi sia caro, ma poi penso che la stella che apre il mattino un giorno brillerà come fosse luce cava e tutto il minerale sarà vetro sparpagliato senza voce, senza piante, senza un passo e allora passa

l’odore del burro.

martedì 24 gennaio 2012

La serendipica scartata #1

Ci dovrebbero scrivere una poesia.


Ci dovrebbero scrivere una poesia, ho pensato sul balcone – e giù la gente che passava – una poesia che parli soltanto dei fazzoletti che portano le vecchiette per coprirsi i capelli.

Una bella poesia che parli di quei triangoli di stoffa colorati, che sanno di oriente e di campagna, di pudore e di vanità, lievi come le loro fantasie e grevi come il tempo che indicano. Scriverci una poesia, pensavo, perché sono la prova che si può invecchiare anche a colori.
 

mercoledì 24 agosto 2011

Alba adriatica. Un frammento.

"È un'alba cerula d'estate,
non una randa in tutto quel turchino."



Alba, nome esatto. La luce avanza con passo
femminile, chiaro, avanza, si fa attendere. Niente
in comune coi tramonti pirotecnici, espliciti – il tramonto prende,

l'alba regala. Cammino sulla riva. La spiaggia, un nudo ricamo
di granchi morti, alghe, conchiglie – bassa marea.
Gabbiani già svegli per la fame, ridono svogliati.

È questa un'alba che già ispirò altri versi: qualcuno
cantò i puffini un tempo, a me non restano che
queste bestie di vuota eleganza.

Alle mie spalle, sfondo di verde greve, ancora immersa
nell'ultima falda della notte, la pineta – presenza immobile,
antica, claustrale. È ferragosto, l'aria ubriaca di feste, odori

di legno che brucia. Il mondo si è chiuso in sé stesso:
nemmeno l'orgasmo del sole che s'alza
sembra ricordarci d'un mistero che resiste.

lunedì 20 giugno 2011

L'imprevisto. Un frammento.

Il sonno della spiaggia viene rotto
da un pianto sommesso.

Nella canicola ascolto parole.
Oddio, che ha fatto?” “Non so, giocava”
Il tono di voce tradisce la paura.
Tutto si fa più concitato, più veloce,

più frenetico sopra al lamento
che non accenna a smettere.
"Federico! Federico che hai mangiato?"
"Aveva in mano una conchiglia"

"Oddio soffoca! Sta soffocando!"
"Chiamate un dottore! C'è un dottore?"
Il bimbo è un giocattolo rotto.
Infilano le dita nella bocca, troppo stretta,
vedo intuizioni di sangue. “Un'ambulanza!”
Il panico s'è alzato come vento marino,
silenzioso, inaspettato, incrementale.
Equilibri cambiano, movimenti s'arrestano:
frasi affastellate a rivelare l'importanza dell'evento.
Un gesto rimane prima della fine della
storia: la madre che asciuga le lacrime del figlio
e il figlio che guarda quelle della madre.

martedì 31 agosto 2010

L'odio che seminasti in me

L’odio che seminasti in me, oggi schiude e dà i suoi frutti.

Sento un’amarezza nuova, una sottile nota persistente

Nera come il catrame. È sulle palpebre, sta crescendo.

Vedo solo ora ciò che non vidi prima: hai aperto altri occhi.


Passo dopo passo m’appesantisco e sento il tempo perso

Gravare sui polmoni. Per quanto mi fece soffrire, oggi il tuo

Sorriso ha il colore del ferro – ma non sono più calamita.

Sono altro ferro, pronto a tagliare.