Visualizzazione post con etichetta musica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta musica. Mostra tutti i post

giovedì 9 febbraio 2012

Qualche pensiero sul postmodernismo. Parte prima.


Tra le varie immagini dell'ultimo film di Sorrentino, This must be the place, ce n'è una che, a distanza di ormai qualche mese, ricordiamo di una rara forza espressiva. Il rocker fallito, simbolo dell'immobilismo musicale degli ultimi anni, maschera di se stesso, è alla ricerca dell'aguzzino nazista del padre. Riesce a rintracciarlo, ormai più che ottuagenario, dentro un caravan, solo nel bel mezzo della Siberia.

Faccia a faccia con l'orrore, Cheyenne porta la mano alla tasca; ci aspettiamo che tiri fuori un'arma, per farla finita col passato e completare una volta per tutte la vendetta. Ma ecco che invece dalla tasca emerge una macchina fotografica, l'avvicina al viso del gerarca, e il flash fa le veci dello sparo. Un passato immortalato per sempre dal semplice gesto del rocker, invece di essere distrutto come merita.

domenica 16 gennaio 2011

La piazza intelligente, ovvero The Clever Square

[Dedico più che volentieri un pensierino alla band più promettente della nostra cittadina.]


Corre l’anno 2006: nascono i The Clever Square, bizzarro progetto musicale segnato dalla vena melodica di Giacomo D'Attorre e dal più genuino fancazzismo di Stefano Vespa. Tra i due si crea subito una perfetta intesa, e le loro note suonano ancora nuove per la sonnacchiosa provincia di Ravenna. 

La filosofia del "basso profilo", le melodie semplici e dirette, gli arrangiamenti efficaci, l'artigianalità musicale continuano ad essere troppo spesso confusi col dilettantismo; basti all’ascoltatore prestare orecchio a illustri colleghi e ispiratori quali Neutral Milk Hotel, Pavement, Guided By Voices o Eels, e cercarne le tracce profonde nei pezzi della band.

venerdì 3 dicembre 2010

La gita al MEI

A tutti i "nostri" interferiti, che ci seguono da più di un anno, con grande affetto

Come ogni anno è arrivato (e passato) il MEI; come ogni anno mi sono concesso una gitarella a Faenza e qualche cd nuovo; come ogni anno, pioveva.

Cos'è il MEI? Presto detto: Meeting Etichette Indipendenti.
Meeting: tanta gente. Etichette: qualcosa che ha a che fare con la musica, nella migliore delle ipotesi. Indipendenti: non chiedetemi da chi o che cosa, vi prego. Tanti capelli, tanti jeans stretti come insaccati, tante giacchette scure, tanto trucco. Molta disillusione e artisti dallo sguardo vacuo che non “emergeranno” mai.

[Che brutto verbo, emergere: e per le associazioni involontarie che crea con la materia fecale, e per l'idea che per diventare qualcuno occorra stare “sopra” gli altri.]

La cornice è sempre quella della fiera di Faenza: uno slargo di cemento, casermoni dal tetto blu arcuato che sembrano usciti da un incubo di Sant'Elia, tendoni bianchi che ingoiano la gente e paiono digerirla con brontolii raccapriccianti (e invece sono le band che suonano dentro).

Alle 5, calano le tenebre azzurre di novembre; i lampioni si specchiano nelle pozzanghere e fra i buchi del cemento, atmosfera post-bellica da grande e sperduta periferia dell’est; il casino comincia a darti alla testa: devi tornare a casa.

Perché m’ostino ad andarci?
Per vari motivi.

1) I buoni prezzi che puoi trovare. Facendo un rapido calcolo: vado al MEI da 6 anni; ogni volta torno a casa con non meno di 5 cd; almeno 30 esemplari (dei più rari e soddisfacenti) vengono dalle bancarelle del MEI. E non sborso mai più d’un cinquantone.

[Esemplari di quest'anno: Love “Da capo”; Brian Wilson “Smile”; una compilation tributo a John Peel (doppio); Pixies “Surfer Rosa”.]

2) Lo stand della casa editrice ISBN e Arcana: i loro titoli, per quanto riguarda la storia e la critica musicale, non sono secondi a nessuno in Italia. Non è raro trovare occasioni o sconti.

3) Lo stand del Mucchio: ogni anno faccio amicizia o scambio quattro chiacchiere con qualcuno della redazione. L'anno scorso era toccato a Guglielmi, quest'anno alla Raugei. Ragazza giovane, piuttosto anonima, stretta di mano scialba, ma sguardo simpatico. Le faccio i complimenti. Risponde “Grazie.” Non ci siamo piaciuti.

4) I casi umani: non c'è nulla come il MEI per farsi quattro risate sulla pelle degli altri, soprattutto quando si è depressi.

Anche quest'anno la scelta era piuttosto varia. In primis, le ragazze della biglietteria.
“Salve, ho un acconto del comune di Ravenna.” “Mi dia pure.” “Prego.” Sguardo perplesso. “Mi scusi ma lei è assessore?” Inizio perfetto.

Poi gli stand più improbabili; capelloni sforacchiati di piercing che ti guardano passare in cagnesco perché non ti fermi davanti alle loro cinture fatte con le cravatte.

Oppure l'oggettistica radical, portafogli e accessori vari fatti con i materiali di scarto delle bici. Molto graziosi, non c'è che dire, ma “mi costa una vita”, diceva il buon Battisti, e non ho voglia di farmi prendere in giro perché porto una cintura fatta con una ex-camera d'aria.

Infine, gli strambi. Non parlo solo degli artisti, quelli sono spesso casi patologici. Parlo del pubblico.
Quanto amo guardare il pubblico! Il motto gaberiano del “far finta di essere sani”, qui non può essere applicato. Di più, è ribaltato: si fa finta di essere strani.

Per riscaldarmi un po', entro nella tenda in fondo alla piazza, forse la tenda M, non ricordo. 
Sul palco una ragazza che sembra vestita con un unico lenzuolo, periplo da matrona e berretto giamaicano. A fianco, un tipo sulla cinquantina, coppola e maglione della nonna smanetta con un Mac. Alla sua destra, un ragazzo non tanto più giovane, bocca costantemente aperta, ondeggia i folti capelli ricci e guarda stupito il pubblico, quando non è alle prese con cavi, cavetti e manopoline. 
Hanno appena finito di lamentarsi col presentatore (per vostra e sua fortuna non descriverò il suo abbigliamento) della mancanza di etichette italiane che producono il loro tipo di musica, e della triste necessità di dover cercare ingaggi all'estero.
Poi inizia il tormento: base dubstep ripetuta, atmosfere soffuse, qualche strepitìo in qua e in là, bassi alti e alti molto bassi, voce femminile salmodiante qualche oscura e seducente formula in inglese. Ma tant'è.

Soltanto una ragazza, forse della mia età, isolata in mezzo al pubblico, sembra apprezzare la loro musica: accenna la ritmica con le mani, che disegnano cerchi nell'aria; alza ginocchio destro, lo abbassa, alza ginocchio sinistro, lo abbassa, ondeggia la testa e si toglie i capelli dalla bocca una volta sì e una no. Qualcuno ride, si crea il solito “cerchio dell'imbarazzo”; prima di uscire faccio in tempo ad origliare alcuni commenti sull'eccessivo consumo di droghe.

5) Le riflessioni che ti spinge a fare, sulla tua terra, sulla tua generazione, sul tuo passato (cerchi di ricordarti con chi eri andato l'anno prima, e quello prima ancora, e come stavi, e che avevi in testa, e come sei cambiato, e la primissima volta col tuo amico, e l'autografo di Freak Antoni...), sugli eventi: su te stesso.

mercoledì 6 gennaio 2010

Il fallimento del femminismo. Parte Prima: perché la musica pop moderna non può fare a meno del corpo

Lungi da me ogni tipo di moralismo. Questo intervento non vuole condannare nessuno.

Come Pasolini non credo che si possano dare giudizi di valore ai processi culturali: non ne avrebbe senso dato che non possono essere cambiati da una voce sola. Si tratta piuttosto di descriverli, di riordinarli secondo un criterio, di metterli in relazione ai nostri tempi e alle nostre vite.

Si tratta di rilevare i cambiamenti in atto senza fastidiosi commenti “O tempora! O mores!”; del resto non crediamo più alle favole degli “andati tempi d’oro”.


Il punto è questo: sembra che dopo più di un secolo di lotte, proteste, trattati e vittorie, il femminismo si sia spento. O meglio, che si stia spegnendo.
Non è solo un’impressione fugace, ispirata da stacchetti velineschi o mammellute giovinette in prima serata. È molto più di tutto questo.

In ogni ambito della vita civile sembra che l’essere donna si stia poco a poco cristallizzando in “tipi” che non hanno più nulla d’originale né, ed è quello che conta, di normale, di quotidiano.
Per formulare meglio il concetto, pare che la donna sia stata lentamente ma inesorabilmente privata di una “personalità pubblica”.


Il fenomeno si osserva in modo chiaro e distinto soprattutto in campo musicale, punto d’incontro insuperabile ed insuperato di tutte le classi sociali del nostro tempo. Non esiste nulla di più interclassista della musica. Si può azzardare l’ipotesi, senza scostarsi troppo dal vero, che oggi i figli dei ricchi ascoltino acquistino e scarichino più o meno gli stessi brani musicali dei figli degli immigrati. Fatto nemmeno lontanamente ipotizzabile anche solo 50 anni fa.

È proprio nel corso dell’ultimo mezzo secolo che il ruolo della donna nell’industria musicale è cambiato come in nessun altro settore della vita sociale femminile. Nessuno poteva aspettarsi tali mutamenti.

L’importanza della donna nella musica popolare leggera è cresciuta in modo esponenziale, fino a riassestarsi in una sorta di simbiosi cui oggi assistiamo ogni giorno seguendo un qualsiasi canale di musica pop. Il tipo di simbiosi a cui facciamo riferimento consiste nell’unione di musica e corpo (e quindi, a livello più profondo, di musica e immagine), un’unione che ha raccolto un successo tale da essere divenuta quasi inscindibile.

Prendete una qualsiasi canzone leggera e di successo degli ultimi 10 anni. È assurdo anche solo pensare di trovare un videoclip nel quale non si faccia ora sfoggio, ora riferimento, ora allusione, ora esplicito utilizzo del corpo femminile. L’idea è che l’importanza della musica in sé è per sé è andata scemando, utilizzando come appoggio economico-artistico la carica erotica del corpo femminile.


Coll’avvicendarsi di nuove generazioni, meno “fini d’orecchio” per così dire, e abituate fin da giovani ad una sempre più scadente educazione musicale, il mercato si è adeguato elargendo musica progressivamente più semplice (con semplice intendiamo fondata in massima parte sullo sfruttamento di una melodia basilare ripetuta in sequenze senza variazioni importanti e di una sempre maggiore sezione ritmica).

Negli anni ’80, con la creazione della prima televisione di musica commerciale, l’importanza dell’estetica è cresciuta d’anno in anno, soppiantando in modo ben più radicale l’importanza della musica, aiutata dalla “stampella dell’immagine”. Da allora assistiamo ad una semplificazione inaudita del suono (anticipata inconsapevolmente dai Kraftwerk negli anni Sessanta), e ad una erotizzazione dell’industria musicale altrettanto inedita.
Per comprendere meglio come questo sia potuto accadere, è utile adoperare un metodo genealogico che parta dai primi documenti audiovisivi rintracciabili sulla rete, nei quali compaia la donna come soggetto fondamentale, per arrivare fino agli ultimi, ben più conosciuti esempi di erotomania in musica.
(La lista non vuole assolutamente essere esaustiva: lo spazio è troppo esiguo. È tuttavia molto interessante notare il cambiamento e la qualità dello spazio che sono stati dati alla donna in pochi ma significativi casi.)


Negli anni Cinquanta, lo spazio dato alla donna nelle televisioni nazionali era talmente esiguo da risultare nell’immaginario pubblico quasi nullo.

Le prime donne cantanti permesse furono probabilmente donne di colore come Big Mama Thornton; donne a tal punto lontane dallo spettatore da risultare “innocue”. In modo paradossale per un America ancora segnata dal maccartismo e infuocata dal razzismo sudista, quelle donne nere dalla voce potente furono le prime a potere esprimere liberamente non soltanto la loro arte, ma anche il loro corpo e il loro modo di essere donne. Un intervento come quello di Big Mama Thornton del 1953, sarebbe oggi impensabile in una televisione commerciale.


Con gli anni Sessanta, come si può bene intuire, le cose cominciano a cambiare, e in modo molto rapido. Prima innovazione: i balletti.

Ne sono un esempio quelli delle Shirelles, forse le prime Spice Girls della storia. In una comparsa del 1964 accennano qualche movimento; la telecamera indugia ancora molto pudicamente sul didietro di una delle ballerine coriste per spostarsi quasi subito sul viso poco truccato della cantante.

Con l’esplosione del movimento d’emancipazione nero e femminista, anche i gusti del pubblico cambiano. Diana Ross and The Supremes, forse le prime donne nere in assoluto a poter vantare lo status di sex symbol, possono essere considerate le icone di un nuovo modo di “vedere” le donna. Lo testimonia questo documento tratto dall’Ed Sullivan Show del 1964.

Per ultimo, Miriam Makeba, una delle poche donne di successo a rimanere fedelmente ancorate ai propri ideali, simbolo di tutto un continente (Mama Africa, la chiamavano) che si esprimeva nei movimenti scandalosi del suo corpo. Makeba è un esempio perfetto del potere in positivo che la carica erotica del corpo femminile può avere sugli spettatori: ne è una fedele testimonianza questo documento del 1968, filmato dal vivo a San Paolo.


Con gli anni Settanta e lo sviluppo della musica elettronica cambiano i ritmi della musica e del corpo. Le cadenze ossessivamente cadenzate della sezione ritmica emulano il tempo dell’atto sessuale. La musica si fa veicolo di socialità e come tale deve eccitare. Nascono i primi club, la musica si fa più “sporca”.

Donna Summer è una delle più celebrate icone della musica dance, e anche una delle più amate. “Love To Love You, Baby”, del 1975, allora sperimentale, è ancora tra i brani più ballati e conosciuti del periodo pre-78. Il pezzo divenne famoso soprattutto per i suoi languidi sospiri.

Anche la moda, dopo la rivoluzione glam dei primi Settanta comincia a cambiare. Gli abiti si fanno più appariscenti, più estremi; il corpo viene scoperto gradualmente. Emergono le forme come mai si erano viste prima. Il video di “Heart Of Glass” dei Blondie del ’79 testimonia tutto questo.


La grande rivoluzione arriva tuttavia con gli anni Ottanta, come già detto con la creazione di MTV, il primo canale di musica commerciale della storia.

Icona di questo cambiamento epocale non può che essere Madonna. Con lei cambia tutto. Per usare le parole di Morley: “Era una donna che imitava un uomo che imitava una donna.” I desideri dello spettatore medio sono incarnati da questa ragazza che fa scandalo, che sembra non avere limiti di fantasia o pudore nei suoi tentativi di eccitare ad ogni costo. “Like a Virgin”, del 1984 è il suo primo successo. Come fa vedere il video, la donna da sposina diventa una provocante “sex machine”, cui di vergine rimane davvero ben poco.

Importante citare la hit di Cyndi Lauper, “Girls Just Want To Have Fun”, di un anno prima. La canzone, di per sé poco interessante, diverrà un vero e proprio manifesto giovanile della nuova donna sicura di sé e del suo corpo. Il modello, rovesciato in negativo, appare in proprio apertura, con la sciatta madre chiusa in casa a preparare da mangiare, mentre la figlia balla per strada.


Risalendo fino agli anni Novanta non si può fare a meno di notare l’importanza che il fenomeno della semplificazione musicale ha rivestito fino a questo momento. Con il sincretismo musicale dei ’90 e il definitivo sdoganamento della donna come “oggetto erotizzato”, il nodo musica-immagine diviene indissolubile. Nascono così i fenomeni planetari della musica commerciale, diretti in primo luogo al mercato dei teenager; i brani non sono conosciuti di per sé, quanto piuttosto in riferimento alla donna che lo canta.

Le Spice Girls sono l’esempio più formidabile di questo tipo d’intendere la musica: la loro “Wannabe”, del 1996, sarà intonata da migliaia di ragazzine; è con loro che il corpo comincia ad essere inteso come strumento.

In poco tempo le Spice Girls verranno emulate da decine e decine di altri – meno fortunati – cloni commerciali: uno dei più conosciuti le Destiny’s Child, che ho scelto in preciso rapporto ai primi esempi fatti di musica nera. Come si può notare, la musica nelle strofe è ridotta all'osso: puro ritmo.


Nei 2000 il fenomeno si sclerotizza, fino a toccare punte di eccessi impensabili fino a pochi anni prima. I videoclip si fanno sempre più spinti; le donne sempre più idealizzate ma irraggiungibili, con corpi divini ma sempre più simili tra loro. Le donne perdono di individualità, si adeguano ai canoni medi di bellezza, non osano romperli per non risultare indesiderabili.

Ho scelto pochi video, molto famosi, tra le migliaia di quelli possibili. Kylie Minogue, con il tormentone “I Can’t Get You Out Of My Head” del 2001, che è forse l’ultimo grande brano dell’ultima stagione del pop commerciale; Christina Aguilera, che nel video della sua “Lady Marmelade” del 2002, riesce a riunire i corpi femminili più appetibili del momento in una sorta di rivisitazione erotico-bambinesca del più famoso night club del mondo; per ultima Rihanna, che con la recente hit “Umbrella”, del 2007, si aggiudica il premio per il video più provocante e meno originale di questa decade.



Si diceva, per finire, che l’importanza del corpo femminile è andata aumentando esponenzialmente, fino ad arrivare ad eccessi imprevedibili proprio negli ultimi anni.
Tuttavia il problema non è legato alla qualità della musica in sé e per sé. Quello è un epifenomeno secondario, una conseguenza di un altro ben più importante aspetto della questione.


La donna era prigioniera del suo corpo. Poi, esasperata, lo ha imbrandito come un’arma, come istanza di protesta, come simbolo di una propria dignità. Quindi, ormai libera, ne ha intuito le potenzialità infinite ed ha cominciato ad utilizzarlo come strumento di autorealizzazione.
Ora, portata agli estremi questa scelta, ne sono di nuovo ridivenute schiave.


Oggi la donna non può fare a meno del corpo, un po’ come la musica, per potere affermare pienamente se stessa.