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lunedì 27 ottobre 2014

Boyhoood, un'educazione sentimentale

Non si tratta di una recherche du temps perdu: il tempo è lì, sullo schermo, tangibile, visibile. Nessuna nostalgia nell'ultimo lavoro di Richard Linklater, Boyhood (2014), ma piuttosto sguardi clinici e impietosi. Un'educazione sentimentale.

martedì 25 marzo 2014

Discorso Grigio di Fanny & Alexander


La simbologia, soprattutto se applicata ai colori, può essere ambigua. È difficile non cadere nei personalismi, nelle idiosincrasie, e interpretare la semantica del colore con il dovuto distacco. Così è per Discorso Grigio, lo spettacolo di Fanny & Alexander dedicato all'analisi teatrale della retorica politica.

Il grigio è il colore dell'indistinto, del fumo, dell'opacità. Il grigio è il colore spurio per eccellenza, il colore del torbido quotidiano, della prassi ripetitiva. Grigio è l'ordinario. La scelta di questo colore per connotare il politico in genere risponde, credo, ad una scelta precisa operata dal gruppo teatrale ravennate.

lunedì 16 dicembre 2013

Il costo del profitto. Da Ravenna a Prato

Un filo rosso accomuna la tragedia del 1987 nei cantieri Mecnavi di Ravenna, nella quale morirono 13 operai e quella dello scorso primo dicembre, a Prato, quando si è scatenato un incendio che ha fatto 7 morti. Questo filo rosso è la logica del profitto, che non comprende le ragioni della "nuda vita".

Qui l'intervento completo sul blog collettivo Pequod

giovedì 12 dicembre 2013

Gadda e la rabbia civile

È passato mezzo secolo dalla pubblicazione del capolavoro di Gadda, La cognizione del dolore. Era il 1963. Usciva presso Einaudi, in un'edizione bellissima, con un saggio iniziale di Contini più difficile dello stesso romanzo, raccogliendo per la prima volta in un unico volume i vari episodi apparsi sulla rivista Letteratura durante la prima travagliata stesura, dal 1938 al 1941.

Nonostante parlasse di quell'Italia, il libro parlava a questa Italia. Vent'anni non sembravano, già allora, essere passati. Certo, c'era stata la guerra, il grande miracolo economico di mezzo; quindi la mutazione antropologica, la laicizzazione d'importo. Eppure, quasi librandosi sulle diagnosi pasoliniane, quasi cancellando con un colpo di spugna quell'indiscutibile rottura storica, il libro di Gadda parlava, urlava, raccontava di un'Italia più profonda, surrettizia, la borghesissima Italia della continuità e dell'immobilismo.

giovedì 17 ottobre 2013

Lo sperimentalismo innocuo


La storia è nota. Nel 1828 un giovane di sedici anni compare all'improvviso nella città di Norimberga. Non si sa chi sia, né da dove venga. Le uniche cose che riesce a dire sono il suo nome, Kaspar Hauser; le uniche cose che riesce a mangiare sono pane e acqua. Alieno pur non essendo alieno? un Cristo senza alcuna Parola da rivelare? Non è dato saperlo. Viene ucciso da mano ignota nel 1833. Il suo epitaffio lo descrive come “eanigma sui temporis”.

lunedì 3 giugno 2013

La grande bellezza (solitaria)


La grande bellezza si annuncia già come film simbolo di questi anni. Sorrentino è uno dei pochi registi italiani ancora in grado di scattare istantanee; uno dei pochissimi ad avere il dono della sintesi.

Riunire è una più grande arte, un maggior merito”, scriveva Goethe nelle Affinità elettive, rispetto all'arte dell'analisi che separa e scompone, e continuava: “Un unificatore sarebbe il benvenuto in qualsiasi campo del mondo”. E a maggior ragione nel cinema.

sabato 18 maggio 2013

Teatro delle Albe: una trilogia


A Marco Martinelli e a Ermanna Montanari:
è poco, farò quel che posso

Come si comporta la verità? Svela o ri-vela? Come ci comportiamo di fronte alla verità? Ci scandalizziamo perché finalmente vediamo chiaro, o piuttosto, contemplandola, rischiamo di rimanere abbacinati?

Di solito non si giudica un'opera d'arte secondo le categorie della verità. Arte e verità non abitano lo stesso luogo, e non devono abitarlo: ci insegnano gli antichi che l'arte è rappresentazione, nulla più. Eppure, quando ci troviamo di fronte alle migliori rappresentazioni, spesso capita di venire investiti da una forza che, in un qualche modo, ci cambia, che muta la nostra visione delle cose. A tale categoria di rappresentazioni appartengono i lavori del Teatro delle Albe.

lunedì 9 aprile 2012

Galileo, Paolini e la commedia dell'arte


[Una recensione sbilenca a ITIS Galileo di Marco Paolini, andato in scena il 24 marzo 2012 al Teatro Ermete Novelli di Rimini.]

C'è stato un momento, durante lo spettacolo di Paolini, in cui mi è venuta la voglia di alzarmi dal posto per correre sul palco ed abbracciarlo.

Con una maschera sul viso, Paolini da voce a Salviati, il personaggio del galileiano Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632), portavoce delle teorie copernicane, nonché camuffamento dello stesso autore. La già spuria dizione di Paolini abbandona l'italiano per abbracciare il ben più duttile dialetto veneto; i gesti si fanno plateali; i ragionamenti più intricati; ed ecco il miracolo.

martedì 3 aprile 2012

L'ingegnere va a teatro


[Qualche pensiero confuso e annodato attorno al monologo di Gifuni e Bertolucci L'ingegner Gadda va alla guerra, andato in scena il 2 aprile 2012 a Ravenna, Teatro Alighieri.]

Per tutto lo spettacolo ci si chiede: ma chi è che parla? Quale strano groviglio di personaggi sta interpretando Gifuni? 
 
Adesso è chiaramente il volontario Gadda interventista che si lamenta degli stivali dell'esercito italiano, in un milanese comico e asimmetrico. Adesso invece pare un inetto Amleto balbettante e mammone, afflitto da un'insicurezza atavica, che piange la morte del fratello aviatore. Poi ecco cambiare nuovamente le timbriche e l'accento: si tratta di De Madrigal, scrittore fiorentino duecentesco trapiantato nell'Italia fascista che si lancia in latrati vituperosi contro il regime e Mussolini.

giovedì 9 febbraio 2012

Qualche pensiero sul postmodernismo. Parte prima.


Tra le varie immagini dell'ultimo film di Sorrentino, This must be the place, ce n'è una che, a distanza di ormai qualche mese, ricordiamo di una rara forza espressiva. Il rocker fallito, simbolo dell'immobilismo musicale degli ultimi anni, maschera di se stesso, è alla ricerca dell'aguzzino nazista del padre. Riesce a rintracciarlo, ormai più che ottuagenario, dentro un caravan, solo nel bel mezzo della Siberia.

Faccia a faccia con l'orrore, Cheyenne porta la mano alla tasca; ci aspettiamo che tiri fuori un'arma, per farla finita col passato e completare una volta per tutte la vendetta. Ma ecco che invece dalla tasca emerge una macchina fotografica, l'avvicina al viso del gerarca, e il flash fa le veci dello sparo. Un passato immortalato per sempre dal semplice gesto del rocker, invece di essere distrutto come merita.

domenica 11 settembre 2011

Italianità. Una riflessione


Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono.”

Giorgio Gaber


Non mi ricordo con precisione chi – forse Corrado Augias – né quale occasione ha dato origine a questo discorso, ma la sua sostanza m'è rimasta bene in mente e riecheggia ogni volta che rifletto sul significato di questi 150 anni dall'unità d'Italia.


Rispetto agli altri anniversari dell'Unità della nostra nazione, quello del 1911 e quello del '61, il nostro avviene nel periodo storico di gran lunga più squallido e meno felice.”


Il discorso continuava facendo paragoni: da una parte la belle époque spensierata e ancora lontana dalle atrocità dei conflitti, una classe politica solida, conquiste coloniali alle porte, avanguardie letterarie musicali e artistiche riconosciute in tutto il mondo; dall'altra il boom economico, un paese che rinasce e che si sente finalmente competitivo, nel pieno delle sue possibilità, prodotti italiani che fanno la storia del design, la dolce vita, l'autostrada del Sole, il miracolo.

E oggi? Frammentazione politica e crisi economica, la classe dirigente più squallida e corrotta della nostra storia, sfiducia nelle istituzioni, studenti in fuga, un paese ignorante e arretrato, fermo, artisticamente e tecnologicamente, da vent'anni. Altroché magnifiche sorti e progressive.

[Sto semplificando, ovviamente. Non c'è mai stata un'età dell'oro, né mai ci sarà.]

C'è chi ha voluto festeggiare ugualmente il centocinquantenario, dimenticando quella che a un'analisi più approfondita spesso si rivela retorica o falso patriottismo, e appendendo il tricolore alle finestre come per convincersi che, nonostante tutto, si può almeno sperare in una rinascita collettiva.

Pensiamo al successo che hanno avuto quest'anno le svariate pubblicazioni, narrative e non, riguardo a questo tema. Libri neo-epici sul Risorgimento, sceneggiati televisivi, conferenze; purtroppo gli sforzi per avvicinare il grande pubblico alla storia dell'Unità non hanno potuto sollevare la cortina di vecchiezza e distanza che li separa da noi. La storia dell'Unità d'Italia, oltre ad essere per molti aspetti controversa e critica, rimane per di più lontana, polverosa – argomento scolastico che non infiamma animi né coscienze.

Credo che occorra riflettere in modo più approfondito sulla nostra italianità, sul suo significato e sulle sue caratteristiche. Commemorazioni e mattoni storici non possono aiutarci molto in questa direzione, proprio oggi che quasi un terzo degli italiani ha deciso di “far parte per sé stessi”, almeno spiritualmente; e per quanto disgusto possiamo provare verso certe retoriche campanilistiche e bigotte, dobbiamo prendere atto di questa l'anomalia italiana. Nessun altro paese europeo ha attraversato una crisi così profonda, una revisione e un rifiuto così esacerbati della propria genesi.

Esiste qualcosa in grado di unire questo paese? La domanda, posta in questi termini, è difficile da affrontare: cerchiamo un sentimento, un oggetto, una storia, una lingua? E, una volta determinato, come spiegare razionalmente questo potere coesivo?

Un tentativo interessante, ma parziale, l'ho trovato in un libro, Italianità a cura di Giulio Iacchetti. Si tratta di un nostalgico elenco di oggetti o simboli italiani che hanno segnato la nostra coscienza e il nostro modo di vivere, e che in un qualche modo uniscono questo paese. Il gusto e l'ironia con le quali sono stati selezionati e descritti aggiunge valore alla pubblicazione, già di per sé graficamente ineccepibile.

La Moka Bialetti, il cane a sei zampe dell'Agip, l'Apecar e la Vespa, la Graziella, la Settimana Enigmistica, la Festa dell'Unità, la T dei tabacchi, le case cantoniere, solo per citarne alcuni; sono elementi che effettivamente si possono ritrovare in tutta Italia e che definiscono il nostro immaginario anche nei paesi esteri.

Certo, il libro non ha nessun intento teorico: non si tratta di fondare la coesione nazionale basandosi su degli oggetti, sarebbe impossibile. Non è questo ciò che mi turba. Si può al massimo sollevare qualche dubbio sul fatto che gli oggetti selezionati appartengono alla storia di determinate generazioni, indicativamente quelle nate e cresciute durante il miracolo dei Sessanta, ma sarebbero considerazioni oziose.

Ciò che è davvero indicativo di un'anomalia italiana è mostrato semplicemente dall'esistenza di una pubblicazione di questo genere: quale altro paese al mondo sentirebbe la necessità di ricercare la propria coscienza collettiva in una serie di oggetti o marche famosi in tutto il mondo? Il sentimento di perdita, di frammentazione si può dedurre dalla nostalgia con la quale gli oggetti sono descritti, dei racconti bei tempi andati, della fiabesca infanzia nazionale interrotta dal disagio di un oggi che non riusciamo ancora ad accettare.

Disagio che viene colto anche da Roberto Esposito, nel suo recentissimo Pensiero vivente, edito da Einaudi, ma che, nella profondità teorica delle sue pagine, viene rovesciato in un possibile punto di forza.

Esposito cerca di tracciare un itinerario comune unendo varie figure del panorama intellettuale italiano, partendo indicativamente dall'esperienza dell'Umanesimo fino ad arrivare alle più recenti elaborazioni filosofico-politiche nate dalla riflessione sul biopotere inaugurata da Foucault.

Si tratta di mettere assieme i pezzi della storia del pensiero italiano in un quadro teoretico sistematico e strutturato, che metta in evidenza le particolarità legate al nostro territorio – spesso nel libro si parla di geofilosofia – i punti di forza e gli eventuali limiti di una filosofia, quella italiana, che sembra oggi avere una grande fortuna, soprattutto all'estero.

Innanzitutto: è possibile assegnare alla filosofia limiti territoriali? Come può un pensiero avere dei confini? Esposito scrive che: 


(...) pare innegabile una qualche connessione tra filosofia e territorio, intendo per quest'ultimo non tanto uno spazio geograficamente determinato (…) ma piuttosto un insieme di caratteristiche ambientali, linguistiche e tonali, che rimandano a una modalità specifica e inconfondibile rispetto ad altri stili di pensiero.” [pag. 14]


L'operazione davvero interessante di Esposito sta nel rilevare proprio nell'anomalia italiana, nella frammentazione politica, nel conflitto sociale, nel senso di non-appartenza, il punto di forza della nostra filosofia, ciò che la distingue dalle altre correnti europee forse più strutturate e solide, ma incapaci di dare una chiave di lettura ontologicamente forte in un momento di crisi globale.


(...) il carattere più intensamente geofilosofico della cultura italiana sta in una terra che non coincide con la nazione e che anzi si costituisce, per una lunghissima fase, nella sua assenza. (…) Essa [la filosofia italiana] nasce in una situazione di decentramento e di frammentazione politica ben lontana dalla realtà (…) dell'unificazione. [pag. 20]


In definitiva, seguendo la tesi di Esposito, è proprio la mancanza di uno Stato forte ad avere segnato, e nel bene e nel male, il pensiero italiano, marcando, allo stesso tempo, la distanza rispetto alla filosofia europea della modernità.

Laddove la riflessione filosofica europea, dopo avere troncato i legami con la sua origine profonda, radicata nella vita, si attorcigliava su se stessa alla ricerca di un fondamento ontologico dell'individuo, dello Stato, della religione, in Italia i pensatori accettavano la caoticità dell'esistente, stringevano sempre più i legami con la vita, sporcando, per dirla con Bodei, il pensiero teoretico, forzandone i limiti, costringendolo a utilizzare un lessico non esclusivo ma di volta in volta frammisto di poeticità, storia, politica.

Da qui le caratteristiche peculiari del pensiero italiano, sintetizzate da Esposito in quattro paradigmi che si rincorrono per tutto il libro, fornendo le chiavi di lettura privilegiate per i pensatori analizzati: l'attualità dell'originario, ovvero la vicinanza della filosofia italiana alla sua origine, alla vita, ai corpi; l'immanentizzazione dell'antagonismo, ovvero l'apertura al conflitto, alla caoticità, esemplificata dal realismo politico di Machiavelli, il primo a intuire l'ordine e la necessità del conflitto politico; la storicizzazione del non storico, ovvero la dialettica tra origine della storia e la storia stessa, storico e a-storico, colta dall'opera di Vico, secondo il quale l'origine animale dell'uomo non può venire cancellata dalla storia, ma è destinata a riemergere in modo catastrofico, secondo la sua teoria dei “ricorsi”; infine, la mondanizzazione del soggetto, ovvero una filosofia dell'impersonale, slegata dal concetto di individuo, che viene concepito come prodotto di una communitas civile, paradigma inaugurato dal pensiero di Bruno.

Questo volendo semplificare. In realtà il discorso è molto più articolato, attraversa svariati autori, alcuni poco conosciuti (Spaventa, Cuoco, De Sanctis), altri invece protagonisti della nostra storia civile, oltre che filosofica (Gentile, Croce, Gramsci, Pasolini), arrivando fino ai giorni nostri (Vattimo, Cacciari e Agamben su tutti).

Benché ci siano da rilevare alcune criticità (ad esempio, gli ultimi capitoli paiono meno curati e chiari, come attraversati da una fretta che rende il periodare più oscuro e impreciso per i non-iniziati), il nucleo della tesi resta valido e non può che rincuorare e inquietare allo stesso tempo.

Se è vero che la particolarità dalla filosofia italiana e i suoi punti di forza discendono dall'atavica frammentazione politica del nostro territorio, dal senso di non-appartenenza, cosa possiamo rispondere a chi vuole acuire, politicamente o meno, questo conflitto? Non si rischia di porgere il fianco alle pretese di autonomia a di federalismo?

E ancora: è possibile fondare l'unità, filosofica e non, di un paese proprio sul senso di non appartenenza allo stesso? [Spero di avere giustificato adesso la facile citazione iniziale di Gaber.]

Per quanto riguarda la prima osservazione, va detto che Esposito parla sempre di territorio, mai di nazione. Il pensiero è del e nel territorio, ma si costituisce attraverso un incessante processo di rottura dei confini e rientro, di “oscillazione tra interno ed esterno” [pag. 16]. Nessun pericolo di campanilismo; anzi, piuttosto un ripensamento integrale del concetto di territorio e geografia. Il pensiero deve sempre uscire dai confini entro i quali è nato per crescere e per testare la sua validità: quanto di più lontano si possa immaginare dal becero isolazionismo di oggigiorno.

Alla seconda questione non so rispondere. É indubbio che il punto di forza della nostra filosofia consista in questa mancanza di unità, all'apertura al caos, al conflitto, a quanto, in sostanza, di più lontano si possa immaginare dalla stabilità hobbesiana degli Stati-nazione. Non lo so.

Forse, sembra suggerirci la lettura, non saremo mai un paese come gli altri. Forse questo sarà l'ultimo squallido capitolo di una storia sbagliata prima di una nuova rinascita. Ma è comunque bello pensare che, al di là di retoriche patriottiche improbabili e grandiosità epiche inesistenti, si sia finalmente inaugurata una riflessione filosofica sull'italianità profonda e, spero, feconda.

Scrive Cuoco che: 

(...) le epoche della grandezza politica di tutte le nazioni sono quelle stesse della loro grandezza filosofica. La prima forza è la mente; debole è sempre il braccio di colui che non ne ha, o crede di non averne.”

giovedì 29 luglio 2010

Sulle api

“Gli insetti ci ammaestrano su quanto vi è di più elevato in natura.”
- Rudolf Steiner

Raccolte dalla “Editrice Antroposofica” in un unico volume intitolato “Le api”, le otto conferenze tenute a Dornach (Svizzera) dal 26 novembre al 22 dicembre del 1923 offrono un ulteriore spaccato dell’originale visione cosmica di Steiner, che sceglie qui di indagare i fenomeni legati al mondo delle api, delle vespe e delle formiche alla luce della Scienza dello Spirito.
Le conferenze pubblicate in Italia e all’estero furono tratte da una stesura stenografica mai riveduta dall’autore, il quale ci mette in guardia affermando che “Chi legge questi testi può accoglierli pienamente come ciò che l’antroposofia ha da dire.. Va però tenuto presente che nei testi da me non riveduti vi sono degli errori.” Le conferenze dedicate al tema delle api fanno parte di un più ampio ciclo di incontri studiati per gli operai del Goetheanum, in cui furono discussi diversi aspetti del pensiero steineriano, scelti di volta in volta dall’assemblea di lavoratori; emerge da questi “dialoghi”, secondo la definizione di Marie Steiner, seconda moglie dell’occultista austriaco, un particolare interesse per il lato terapeutico ed igienico della vita, quasi a voler sottolineare l’importanza pratica di certe nozioni all’interno del mondo del lavoro.
Steiner comincia illustrando le differenze che sussistono fra gli abitanti di uno stesso alveare (la solarità dell’ape regina, il cui sviluppo avviene in 16 giorni, rientrando cioè nei 25 giorni che coincidono con il periodo di rotazione sidereo del sole; la natura solare dell’ape operaia, il cui sviluppo, avvenendo il 21 giorni, esaurisce tutto l’influsso solare; la terrestrità del fuco, che si sviluppa in 24-25 giorni e che, uscendo dall’influenza solare, si introduce prima dell’età adulta nell’evoluzione terrestre) e affrontando il tema fondamentale della deposizione delle uova: solo l’ape regina, recante in sé il pieno influsso solare, è in grado di deporre, mentre le operaie, che hanno esaurito l’influenza del sole, e i fuchi, totalmente terrestri, non possono fare altrettanto.
Dalla natura solare e terrestre dell’alveare, essere duplice dal quale scaturiscono la vita attiva delle api operaie e quella feconda dell’ape regina, l’interesse si sposta sull’importanza della forza esagonale che permea la terra e le creature che da essa traggono il loro sostentamento.
“Quando andate in alta montagna, trovate là dove la roccia è più dura, dove si trova l’elemento più duro, dei cristalli di quarzo. (…) Quando sono completi, sono chiusi anche verso il basso, nello stesso modo come sopra; ma per lo più non sono completi, e sorgono dalla roccia, sembrano crescere dalla roccia (…). Che significato ha questo fatto? Significa che la terra fa spuntare da se stessa tali cristalli, che sono esagonali e terminano in punta. Dunque nella terra è contenuta la forza di configurare in forma esagonale.
I cristalli di quarzo che emergono in tutta la loro solidità dalle pareti delle montagne si trovano disciolti anche nel corpo umano, la cui struttura interna impedisce a questo succo di quarzo di solidificarsi. Questa corrente di quarzo, o acido silicico, ha per l’uomo un’importanza fondamentale.
Steiner parte dall’importanza dell’acido silicico per arrivare ad illustrare il grande beneficio derivante da un giusto consumo di miele: le api, le quali trasmettono la forma esagonale alle loro celle di cera, sono in grado di sintetizzare il miele, sostanza ricchissima di forza esagonale e molto utile a coloro che non siano più in grado di sviluppare in maniera adeguata questa energia.
Attraverso il miele, l’uomo può assorbire nelle giuste quantità le forze cosmiche agenti sulla terra e ricondursi alle dimensioni più alte e benefiche della realtà.
L’importanza dell’universo negli avvenimenti terrestri viene ribadita a più riprese dal filosofo che ne parla, per esempio, a proposito del nettare dei fiori:
“Quando i raggi del Sole giungono dalla zona dell’Ariete, la sua forza può agire in modo da esercitare la su piena potenza sui fiori, provocando in essi lo sviluppo di quella sostanza dolce che si manifesta in miele. Così le api ne trovano. Se invece è la Terra ad avere la preponderanza del potere, perché la stagione è piovosa, i fiori non possono svilupparsi sotto i raggi del Sole che vengono dall’Ariete, devono aspettare a più tardi o sono interrotti nell’attività finora svolta; allora i fiori non producono regolarmente del miele e le api non ne trovano.”
Particolarmente interessante è l’accenno contenuto nella penultima conferenza, dedicata all’acido formico, a proposito dell’evoluzione del nostro pianeta. Steiner si sofferma sulla cosiddetta “formazione lunare”, uno stadio dell’evoluzione terrestre che prende il nome dal fatto che la luna sarebbe un residuo di quell’antica Terra (il discorso sull’evoluzione terrestre è affrontato nello specifico all’interno de “La scienza occulta nelle sue linee generali”).
All’epoca della formazione lunare le piante e gli insetti non esistevano nella forma in cui li conosciamo oggi; era presente invece una serie di vapori vegetali simili a nuvole che si muovevano cambiando continuamente d’aspetto e che erano fecondate da una forza “animale” proveniente dall’ambiente circostante. Questo antico aspetto si è trasmesso nelle successive evoluzioni fino ad approdare al sistema di fecondazione che noi oggi conosciamo, quello delle api e delle vespe, animali che vivono in stretta simbiosi con la natura vegetale e che sono gli eredi di quelle antiche energie cosmiche agenti da sempre sul nostro pianeta.

Il viaggio e la scomparsa della geografia. Istanbul.



Forse amiamo il posto in cui viviamo solo perché non abbiamo altra soluzione, come in famiglia. Ma dobbiamo scoprire dove e perché amarlo.
Orhan Pamuk, Istanbul

Dedico questo intervento a Gec, Berna e Rabbo,
teşekkür



Nel suo libro Istanbul, Pamuk si diverte a mischiare ricordi d’infanzia e vita privata con ricordi collettivi e vita cittadina.

Scrivere di una città pone sempre un problema radicale, inevitabile: come non rischiare di confondere i ricordi e le impressioni private con i ricordi e le impressioni pubbliche? Ovvero: come può un individuo solo parlare di un insieme di individui?

Pamuk evita il problema confessando apertamente la sua parzialità nel raccontare la sua vita nella sua Istanbul: gioca e confonde i due piani fino a inglobare la città in se stesso, o viceversa; tanto che, alla fine, non riusciamo a capire se il libro che abbiamo appena finito di leggere è un libro su Istanbul o un libro su Pamuk.

Forse per questo motivo l’autore ha sentito il bisogno di corredare le sue pagine con fotografie della città, come se non volesse che il lettore si dimenticasse che c’è, esiste e vive anche oggi, non solo attraverso la memoria di un suo cittadino.

Pamuk aveva bisogno di uno sguardo infallibile e impietoso come quello di una macchina fotografica per giustificare i suoi scritti, e ha trovato negli scatti di Ara Güler il perfetto contrappunto visivo delle sue parole.

Ed è in particolare una di queste parole usate dallo scrittore che sembra imporsi come chiave d’accesso privilegiata per la comprensione di un’intera città e di un’intera civiltà: hüzün, in italiano tristezza.

Come il lamento del muezzin, la parola si ripete e ritorna per tutto il libro di Pamuk, prende spessore e importanza ogni volta che la s’incontra nella lettura; si appiccica al nome della città turca fino al punto da non poterne più essere divisa.

Hüzün è il sentimento di Istanbul e dei suoi abitanti.

Nasce con la caduta dell’impero ottomano, con la perdita delle ricchezze e con la fine dei tempi dell’oro, dal sentimento di caduta e sconfitta; nasce con il processo di occidentalizzazione voluto da Atatürk che ha tentato di cancellare a forza una cultura non-occidentale, e dal conseguente senso di perdita e spaesamento.

A Istanbul tutto è rimasto a metà, incompiuto, sconfitto; così scrive Pamuk.

Una città rimasta in bilico tra due tradizioni, così come rimane in bilico tra due continenti.

La particolarità, continua Pamuk, è che questa incompiutezza ha dato agli abitanti di Istanbul la possibilità di vedere la propria città ora con occhi orientali ora con occhi occidentali; di vedere allo stesso tempo la miseria dei quartieri più poveri e la bellezza pittoresca delle antichità in rovina; di comprendere la propria miseria ma anche di apprezzare la superba bellezza di una delle città più belle del mondo.

La tristezza (da non intendere, come facciamo noi italiani, in modo del tutto negativo, come un sentimento da cancellare) nasce da questi conflitti e sembra propagarsi in tutta la città, sui visi delle persone, nelle eccezionali fotografie di Ara Güler, nelle stradine di Sultanahmet che scendono verso il Mar di Marmara, disseminate di scheletri di vecchie case ottomane in legno.

Ed io, come visitatore occidentale, cosa ho potuto osservare nella capitale d’oriente? Come posso inserire una città così grande e importante nel mio discorso riguardo alla progressiva perdita di una geografia e di un senso del viaggio?

Credo che, proprio in questi ultimi anni, Istanbul stia vivendo un’ondata di politica e religiosità reazionaria.
La laicizzazione (per quanto discutibile e discussa) di Atatürk e degli anni ’50 e ’60, sembra ormai dimenticata, così come la voglia di occidentalizzazione che in quegli anni dilagava negli ambienti intellettuali.

Oggi Istanbul sembra pendere più verso un Oriente islamico e fortemente conservatore, rispetto che a un Occidente laico e riformatore – per capirci un Occidente Europeo. Questo non è necessariamente un pericolo per noi o un peccato per loro.

Sta di fatto che l’Europa sembra ancora molto lontana da Istanbul.

Questo sbilanciamento permette tuttavia alla città di preservare il suo tono, di non essere del tutto egemonizzata dai turisti e, salvo le solite aree dove la città smette di essere città e diventa colonia (moschee, Gran Bazar, Topkapı), di mantenere una sua forte identità.

La parte sud di Sultanahmet, nei dintorni di Kucük Ayasofia, è di una bellezza sconvolgente: tra quel labirinto di stradine e rovine, il tempo non sembra essere passato dagli anni dell’infanzia di Pamuk: ancora gli stessi ambulanti di frutta che trasportano a mano i loro carretti traboccanti di pesche e albicocche (“Bursa! Bursa!”); le stesse casette di legno, alcune bruciate, altre storte e malmesse; i ruderi antichi che si mischiano con la città (mura teodosiane dentro parcheggi abusivi); gli stessi vecchietti seduti nei bar che sorseggiano tè e discutono in quella lingua incomprensibile.

Lo stesso vale per la zona di Cihangir, un dedalo di vie inerpicate sul colle, piene di scalinate muschiose, di case abbandonate, di gatti randagi miagolanti a decine, su tetti e terrazzi; di negozietti piccolissimi dove, turco a parte, puoi esprimerti solo a gesti; e ad ogni angolo una vista mozzafiato dovunque lo sguardo si posi: verso il Bosforo, la sponda asiatica silenziosa all’orizzonte – verso il Corno d’Oro, la genovese torre di Galata, la città vecchia e i picchi dei suoi minareti.
Tutto questo non si trova a decine di chilometri di distanza dal centro, ma nella zona più ricca della città, subito sotto il quartiere di Beyoğlu e piazza Taskim.

In queste zone convivono ancora passato e presente, nella “bellezza casuale” (secondo Ruskin, sinonimo di pittoresco) dei ruderi, delle tombe e delle case antiche, e ti senti spaesato; ora sembra di trovarsi in pieno centro a Genova; ora sembra un quartiere di Napoli quello che hai davanti; ora una cittadina dei Balcani; ora invece una grande capitale europea, forse Parigi, forse Berlino.

Poi però capisci che non è nessuna di queste città; e lo capisci osservando il tramonto sul Corno d’Oro, spiando la città dall’alto, godendo dei ritmi esatti ed eleganti dei minareti e delle cupole, del ponte di Galata ancora gremito di pescatori e turisti, del Bosforo che scintilla di barche e petroliere.

Tristezza, dice Pamuk. Una tristezza, cifra caratteristica della città, che impedisce agli abitanti di reagire, e si trasmette come un virus.

Forse oggi è tempo per Istanbul di digerire questo sentimento, lasciare che scivoli nella nostalgia per un passato che è tanto remoto quanto dorato, e cercare una nuova strada.

È tempo di imbrigliare le immense forze vitali di questa città e delle sue nuove generazioni per migliorarne le condizioni di vita, attraverso un processo che sì potrà durare anni, e di cui certo non potremo prevedere i corsi, ma che passa sicuramente per una maggiore consapevolezza delle proprie potenzialità e della propria storia.

domenica 18 luglio 2010

Una morale virtuale?


Immaginate di vivere in una città del tutto normale (ha strade certamente, e piazze, negozi, mercati, bordelli, parchi divertimento, tutto quello che vi serve, in realtà) eccetto che per una sua strana caratteristica.


Ogni movimento che fate, ogni decisione che prendete, ogni passo percorso ed ogni persona incontrata, ogni piatto consumato in ogni ristorante visitato, ogni vetrina ammirata e ogni vestito provato, ogni vostra uscita con gli amici o le amiche; insomma, tutto - tutta la vostra vita è miracolosamente trascritta da uno scrivano ignoto, che, solo nel suo minuscolo ufficio, segue tutti i vostri movimenti e li registra con accuratezza.


Non sbaglia una virgola. Conosce tutto di voi: il suo lavoro è scrivere la storia della vostra vita attraverso le frasi delle vostre azioni, come lavorando ad un unico immenso romanzo; anzi, a una biografia: la vostra.


Dicono che esistano tanti scrivani quanti cittadini di questa strana metropoli (non vi ho parlato delle sue dimensioni? Enormi), e che siano talmente veloci e talmente bravi a reperire le loro informazioni, da riuscire a trascrivere i vostri movimenti in tempo reale.


Lavorano in simultanea con la vostra vita, come se fossero i silenti cronisti delle vostre ore.

Così, grazie alle loro fatiche, si può sapere tutto di ogni singola persona della città, che cosa ha fatto nell’ora x, con chi parlava nel minuto y del giorno z.


Ecco – ora immaginate che tutto quello che ho appena descritto, un universo parallelo infernale e invivibile, sia già attorno a voi, bell’e pronto. E ci vivete già.


Piccole differenze: gli scrivani non esistono, siete voi stessi, utenti della rete che, per quanto possiate pensare di essere invisibili in questo mondo virtuale, in realtà è come se camminaste sulla neve fresca.


Il problema del controllo su Internet è uno dei grandi nodi gordiani della nostra epoca. Un dilemma di capitale importanza, che dobbiamo essere pronti a sciogliere in un qualche modo.


Come un nuovo Panopticon benthamiano, sulla rete siamo tutti detenuti; ci controlliamo a vicenda e siamo tutti parimenti controllati, senza sapere chi e dove sia il controllore. La detenzione perfetta.


- Macché detenzione, si tratta in fondo di una detenzione virtuale, come virtuale è la vita controllata. Nulla di cui preoccuparsi troppo. Spegni il computer, problema risolto. Non cadi nelle trappole di Facebook e Twitter, non hai più di che lamentarti, quindi smetti subito con questa lagna intellettualoide. Eppoi, tutto sommato, un po’ di controllo non ha mai fatto male a nessuno.


Mai problema è stato meno astratto e intellettualoide di questo.


Il punto cruciale è, a mio parere, che bisogna smettere di pensare alla vita reale e a quella virtuale come due vite del tutto indipendenti e separate. Non è più così.


Come scrive Bittanti in un saggio contenuto in Anni Zero [Carlo Antonelli, a cura di; ISBN edizioni, 2009], alla fine del processo di socializzazione di internet, “[la vita virtuale] finisce per condizionare il mio comportamento nella vita reale.”


(Quale delle due sia in fondo più reale dell’altra, lo lasciamo decidere ai lettori.)


Se quindi, almeno a livello teorico, occorre considerare la vita virtuale alla stregua della vita vissuta, allora ammetteremo anche la parità giuridica delle due.


Così come abbiamo diritti e doveri nella ‘vita reale’ avremo diritti e doveri simili se non pari, nella ‘vita virtuale’.


Quindi, approfondendo ulteriormente:


a) la consistenza, per così dire, ontologica virtuale non è un attenuante che ci possa indurre a sopportare il controllo asfissiante e benthamiano che regola i nostri rapporti sociali sulla Rete;


b) anche e soprattutto chi non utilizza i servizi web è tirato in causa: primariamente perché ha meno possibilità di difesa della privacy rispetto a chi sa utilizzarli; secondo, perché oggi non esiste occidentale della mia generazione che si possa chiamare fuori dal fenomeno digitale.


c) la possibilità di una ‘morale virtuale’, passatemi il pessimo accostamento, è spazzata via dalla concentrazione stessa del controllo cui siamo sottoposti. Poiché essere sotto controllo non ci rende morali, l’omnipervasiva sorveglianza sulla rete è tout court immorale, forse addirittura nociva per le nostre relazioni e le nostre abitudini – sicuramente pericolosa e inquietante.


(Ci vorrebbe un altro intervento per spiegare quest’ultimo punto, che mi è stato suggerito dalla lettura di un articolo di Emrys Westacott Does surveillance make us morally better?” [Philosophy Now, Issue 79, 2010] e di un intervento ormai famoso di Nick Harding, scritto nel 2008.)


Se ci si pensa bene, il problema che ho delineato in queste righe, è un dilemma classico della filosofia politica: la dicotomia tra giustizia e libertà.


Abbiamo la guida di testi immortali per comprendere meglio questo irrisolvibile problema: da una parte le necessarie libertà dell’individuo che si elevano al di sopra di ogni legge, dall’altra le non meno necessarie leggi che si elevano sopra ogni individualità.


Oggi si parla di privacy e sicurezza, e il dilemma non si è ancora del tutto chiarito (vedere alla voce: intercettazioni telefoniche e lotta antimafia).


Il busillis è che, per la prima volta, un problema analogo si sta riproponendo in un ambito prima inesistente, e che solo da poco (poco più di sei anni) si è cominciato ad analizzare seriamente: lo scenario virtuale.


Come sciogliere il nodo? I vecchi testi di filosofia politica sono ancora attuali? Le loro tesi sono applicabili anche in questi casi (del tutto imprevisti e improbabili al tempo della loro pubblicazione) o no?


Io credo proprio di sì - certo con dei distinguo belli grossi - e propenderei, in una scelta dettata da null'altro che dalla mia educazione e dal mio carattere, a privilegiare la responsabilizzazione dell’individuo (o meglio, dell’utente) rispetto all'efficienza e alla pervasività dell'apparato di controllo.


Forse, la chiave del problema, sta proprio nel riuscire ad avvicinare ulteriormente la vita virtuale a quella vissuta, in modo che, anche senza il deterrente del controllo, l’utente si muova nell’ambiente virtuale in modo ‘morale’ – magari facendo leva sul concetto di identità, e fornire a tutti un’identità virtuale, del tutto slegata e indipendente da quella reale, ma assolutamente univoca, da usare come documento sulla Rete.

Invece di controllare, responsabilizzare.


Da questo non deriva, nel modo più assoluto, che si debbano far coincidere le due vite. Sarebbe pericoloso per la nostra sanità mentale.


Anche se, ci ricorda sempre Bittanti, “ (...) la schizofrenia è la condicio sine qua non dell’era digitale.”