La totalità dell’esperienza sensibile, colta al momento dell’evoluzione spirituale che muove dal mondo terreno a quello ultraterreno, rappresenta, nel dialogo intitolato La morte di Eraclito, la comunione con il tutto, resa possibile da una precisa presa di coscienza: il Conflitto, ciò che sta alla base delle leggi del cosmo, è da intendersi come principio armonico e costruttivo, fautore di un ordine-nel-disordine.
Eraclito, instabile fra due mondi, coglie con quel che resta del suo corpo sensibile alcuni aspetti propri di una nuova realtà; lo stesso vocabolario tende ad unificare due modi diversi di intendere il reale, provando da una parte a rendere partecipe Cratilo, ancora di apparente salvezza, del viaggio appena intrapreso, e dall’altra cercando di volgere ogni grammo di spirito alla conoscenza che ora illumina di nuova luce le cose rendendo i loro contorni più netti.
Guarda il mio corpo! Cosa mi succede? Ho rotto gli argini, è vero? Sto esorbitando, le membra non reggono più. Tra poco uscirò da me stesso, Cratilo; queste parole testimoniano l’oscillazione dell’anima, intesa antroposoficamente come elemento di contatto fra la coscienza e la realtà, da una sfera all’altra dell’universo, dal mondo sensibile a quello soprasensibile.
Rudolf Steiner, nel commento a Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz, interpreta il sentirsi come al centro di una tempesta del protagonista proprio in questi termini: l’anima, partecipe del corpo etereo, si allontana dalla percezione corporea e quindi dalle forze cosmiche irrigidite in forme stabili. Ciò che si trova al di là del corpo materiale è proprio la mobilità della sfera sovrasensibile, che rischia di traviare l’esperienza animica, se il soggetto non ha affrontato prima un’adeguata preparazione su di sé.
Eraclito, nel suo “esorbitare”, testa le sue capacità spirituali nel tentativo di descrivere il passaggio al mondo ultraterreno, utilizzando ciò che di più tipicamente umano egli possiede: il linguaggio. La parola si fa quindi tramite fra due mondi, curva di congiunzione fra materiale ed etereo.
L’antroposofia è una via della conoscenza che vorrebbe condurre lo spirituale che è nell’uomo allo spirituale che è nell’universo recita la prima massima antroposofica. Il filosofo efesino penetra coscientemente il mistero del tutto, ricongiungendosi ad esso e riconoscendone il flusso necessario, che muove dalla persona al tutto, dal tutto alla persona. La persona non era un inizio, dice Eraclito, poiché la persona era (ed è) il durante di tale flusso, di tale ordine conflittuale, che si stabilizza per poi fuoriuscire continuamente in un ordine ciclico di evoluzione e dissoluzione.
Investigare se stessi, per citare una massima eraclitea, significa quindi acquisire progressivamente coscienza della concavità del nostro essere – terra, ovverosia del nostro essere obliqui.
La chiave per penetrare le leggi del cosmo va ricercata in noi.
Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me recita l’epitaffio sulla tomba di Kant. La frase dovrebbe essere modificata nel modo seguente: Il cielo stellato e la legge morale dentro di me.
Il “fuori” è un concetto astratto che tende a confinare l’uomo in una prigione che in realtà è l’unica via possibile verso la libertà e la conoscenza: il corpo.
Tre dialoghi racconta di un unico, grande percorso e i tre filosofi rappresentano tre tappe ben distinte di tale cammino. Se Eraclito simboleggia il raggiungimento della consapevolezza, Pitea, protagonista della parte centrale, coincide con il processo di sviluppo e di distacco.
Navigatore temerario, dall’aria dannata e tragicamente romantica, Pitea è un pellegrino dello spirito che ancora fatica a riconoscersi nell’assoluto, pur avendolo toccato in una delle sue manifestazioni più sublimi: quella del viaggio.
Pitea, tornato alla sua terra, appare come uno spettro che non riesce più a collocarsi nel reale: avendo visto tutto, sente di non appartenere più a niente.
Ha gli occhi bruciati da troppo vedere, riflesso di una mente che ha vissuto in negativo la rivelazione: Pitea vuole fuggire da quello che cerca e, soprattutto, da quello che ha trovato. Come Eraclito, il navigatore rimprovera coloro che tentano di trattenerlo in un mondo dove la luce abita in eterna inquietudine, citando Novalis.
Per tornare di nuovo al poeta romantico, quel flutto terrestre che si scorge sul limitare delle nostre percezioni spinge il viaggiatore verso la disperazione e il rifiuto, poiché il corpo in cui si trova confinato non può, secondo lui, farsi strada attraverso il mistero.
Il Conflitto che percepisce Pitea è quindi un principio disarmonico che vede contrapposti in maniera irriducibile finito ed infinito, fenomeno e noumeno. Pitea, vicino un tocco all'evoluzione spirituale, resta qualche passo indietro, e questo significa per lui la condanna.
La mancata comprensione del senso del viaggio spinge il navigatore verso una fuga, verso un movimento che non ha un fine accrescitivo ma che si fa simbolo di un pericoloso sentimento nichilista.
Il nichilismo è un passaggio che conduce Pitea all’abbandono di ogni proposito: al contatto con il mistero (o Conflitto) eleva il suo corpo a suprema debolezza, impossibile da dimenticare o da ignorare. Non esiste pacificazione: solo il rifugio nell'oscurità della propria mente.
Risalendo il fiume si giunge al primo confronto con l’idea di un cosmo conflittuale: il dialogo d’apertura, dal titolo La condanna di Ippaso, rappresenta forse nel migliore dei modi la dicotomia tipicamente occidentale che corre fra percezione ed essenza.
Il testo è basato sull’alternanza parola – silenzio – parola, in un circolo che ricorda, anche in questo caso, quella “corrente”, quella sorta di movimento che progredisce attraverso il suo essere puro incedere.
La contrapposizione fra parola è silenzio è ciò che dà vita alla letteratura: la volontà di parola e la volontà di silenzio sono le due grandi forze attraverso cui sintetizzare un percorso accrescitivo che tenga conto dell’importanza di entrambi gli elementi.
Ippaso, il dialogante muto, è contrapposto al pitagorico, colui che parla, simbolo di un verbo ininterrotto, di un logos perpetuo.
Il silenzio di Ippaso rappresenta, in questo caso, la verità: di fronte al mistero anche la parola più forte è destinata a crollare.
La condanna di Ippaso è dovuta forse alla dimostrazione della debolezza della parola e della finzione in cui essa ha gettato tutto il genere umano.
La parola è maschera del nulla, un’impalcatura fragile sospesa sopra un silenzio infinito.
L'assenza è percepita e di conseguenza rifiutata: la scuola Pitagorica si è assunta il compito di costruire una serie di precetti per non porre l’essere umano di fronte all’incubo di se stesso, di fronte al terrore del vuoto.
Si tratta qui di fare diversi passi indietro. La comunione fra spirito cosmico (silenzio) e spirito umano (parola) è in questo caso impossibile.
Il primo conflitto è un conflitto totalmente negativo, che non può conoscere una sintesi; il processo graduale di compenetrazione parola – silenzio evolverà nella pratica conoscitiva della letteratura, reale punto d’incontro fra mondo fenomenico e mondo noumenico.
Dal Conflitto negativo Ippaso – Pitagorico (assenza di confronto attivo), passando per lo sviluppo del viaggio di Pitea (confronto attivo con il mistero ma incapacità di compenetrazione), si giunge al Conflitto propositivo proprio di Eraclito: Il silenzio e la parola sono giunti finalmente al corpo sintetico della letteratura.
Cratilo, alla morte di Eraclito, si spoglia ed esce nella notte; alza gli occhi al cielo e guarda le stelle. Il suo percorso è appena cominciato.
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domenica 18 aprile 2010
La conquista della letteratura
LA CONQUISTA DELLA LETTERATURA:
Postfazione a "Tre dialoghi" di Iacopo Gardelli
Sentire tutto in tutte le maniere,
Vivere tutto da tutte le parti,
essere la stessa cosa in tutti i modi possibili allo stesso tempo.
- Fernando Pessoa
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Tre Dialoghi
venerdì 16 aprile 2010
Il più piccolo granello è se stesso per conflitto
IL PIU' PICCOLO GRANELLO E' SE STESSO PER CONFLITTO:
Prefazione a "Tre dialoghi" di Iacopo Gardelli
Sto partendo, lo sento. Mi vedrai ancora.Ogni volta che sul tuo corpo riconoscerai una ferita del tempo.Non c’è fine, Cratilo, perché la persona non era un inizio.
Da La morte di Eraclito
Il libro di Iacopo Gardelli porta il titolo “Tre dialoghi”. A partire da questo titolo scarno, minimale, perfettamente novecentesco nella sua assenza di qualsiasi tipo di suggestione chiaroscurale, l’autore ravennate intende farsi tramite di tre anime misteriose del mondo antico, delle loro parole e dei loro silenzi, nei momenti culminanti delle loro vite remote.
Parole essenziali, sospese nella pagina, parole che possiedono un peso consistente e un valore culturale non indifferente in quanto inserite in un contesto che si allarga man mano che si procede nella lettura dell’opera (Letteratura russa, inglese, echi classici, forse i più evidenti e i meglio reinterpretati a livello stilistico, ecc.), parole che appartengono ora al richiamo ancestrale del mito, ora alla più tenera elegia lirica, passando per i serrati confronti intellettuali propri del dialogo filosofico (illuminante in questo senso l’imprescindibile lezione di Platone).
L’opera di Iacopo Gardelli muove da una profonda esigenza di ricondurre il lettore contemporaneo ad una riflessione su alcuni temi portanti dell’esistenza: il viaggio inteso come pellegrinaggio dell’anima, la scienza dogmatica, la morte.
L’intensità della proposta culmina nella vetta spirituale e concettuale de La morte di Eraclito, un’opera perfettamente compiuta e calibrata, dall’invidiabile compostezza formale che tuttavia non pregiudica il disperato e sanguinante incedere di emozioni spesso troppo grandi per non precipitare inevitabilmente nel silenzio (si veda a questo proposito l’impostazione lirica dei balbettii estremi del filosofo morente). Il testo racconta gli ultimi struggenti attimi di vita del grande pensatore di Efeso, un filosofo – oracolo, dispensatore di frammenti dalla fortissima valenza simbolica. Il pensiero del filosofo si raddensa nel magma del dialogo, concorde con l’immagine tipica associata ad Eraclito (quella del fiume) senza tuttavia evitare di gonfiarsi in flutti poderosi che tentano, peraltro riuscendoci alla fine, di uscire dal proprio stretto groviglio di elementi legati alla sensibilità della percezione corporea.
Eraclito appare come un uomo che, nel breve istante che precede la morte, è come riuscito a dilatare la sottile pellicola del tempo e a regalare allo sgomento Cratilo gemme oscure e vibranti, parole di una potenza visionaria sconvolgente e insostenibile.
Eraclito impara nel momento estremo, Il Conflitto, a considerare le cose nel loro essere essenzialmente tali, senza sfumature fallaci che possano ricondurre all’errore; gli echi superomistici di Nietzsche si fanno qui quasi raggelanti.
La vetta lirica del dialogo, pervaso da uno spirito sublime davvero raro, consiste nelle ultimissime battute, in cui alle parole pregnanti si alterna un altrettanto importante e imprescindibile silenzio. Si assiste quasi al mutismo sgomento di Cratilo nel momento in cui riconosce che il suo maestro è ormai lontano da lui ma vicino un tocco a quel mistero che tanto si ricerca senza tuttavia riuscire mai ad afferrarlo completamente.
In questa ultima parte appaiono, come il fuoco di una improvvisa rivelazione, alcune righe di impatto sconvolgente: il più piccolo granello è se stesso per conflitto, sussurra o forse grida il filosofo, non ci è dato sapere questo. Gardelli in questo momento è Eraclito e il filosofo si incarna in lui attraverso la comunione verbale dettata da questo verso straordinario.
Il senso più profondo della vita, il senso degli atomi che stanno alla base di tutto si combatte nel conflitto, è il conflitto elevato a suprema sintesi di tutte le forze che si contrastano. Cratilo ammutolisce, la parte umana che tende e anela ad una pacificazione interiore crolla di fronte a questa affermazione pregna di fiamma.
Il flusso lavico si spegne all’improvviso, così come si era acceso, in un bisbiglio, in un’ultima parola che forse non conclude e non fa cominciare nulla.
Il mistero dell’anima, della persona, coincide con il grande mistero degli inizi: se una persona non è l’inizio di qualcosa, che cosa, allora, lo è?
Eraclito conosce la risposta? Forse sì. Gardelli però si ferma ed è attraverso la morte, insondabile realtà, che le parole si chiudono lasciando spazio al divenire delle cose che sono e che saranno.
Gardelli richiama nell’eleganza della sua prosa teatrale certi atteggiamenti che sono anche propri della sua persona, nel complesso aristocratica, tipicamente ravennate. E tipicamente ravennate è anche la formazione artistica dell’autore, cresciuto fra le penombre sacrali delle opere architettoniche più importanti della città, da San Vitale e Galla Placidia alla tomba di Dante. L’approfondimento estremo dei suoi scritti ricorda l’intensa attività intellettuale dell’autore, sempre teso ad un’osservazione sensibile del mondo che lo circonda, una visione spesso priva di incanti romantici, saldamente ancorata alle cose che si vedono, si toccano, si vivono nella realtà e non nell’influsso di spinte religiose.
Tre dialoghi rappresenta quindi il primo saggio artistico di una personalità vivissima, profonda, che lotta interamente, con tutta se stessa, e che con questo libro ci porge una brace ancora rovente di conflitto, un tizzone che contiene delle parole che potrebbero davvero essere le migliori che si possano leggere in tempi come questi.
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giovedì 3 dicembre 2009
La morte di Eraclito
(Efeso, V sec a.C., Tempio di Artemide.
Eraclito steso su un giaciglio ai piedi dell’altare, coperto da un grezzo panno di lana. Il suo viso è ricoperto di edemi.
Al suo fianco il discepolo Cratilo, panno umido in mano, deterge la fronte del maestro addormentato.
Attorno gli altri Eraclitei, vestiti di nero, cappucci lunghi.
Fuori dal tempio, attraverso le colonne, un tramonto sull’Egeo.
Silenzio.)
Eraclito: Ora, sulla soglia estrema – ora, ora sul baratro! – dopo ogni conflitto, il Conflitto.
Cratilo (agli altri): Presto, portate dell’acqua, svelti. Avete sentito? È ancora sveglio.
E: Mi sento trascinare giù. Sono una cascata. Lo vedi, Cratilo, lo vedi anche tu?
C: Sta vaneggiando. (forte agli altri) È fuori di sé: scendete in città e chiamate un medico.
E (forte): Taci! Taci: non riesco a sentire. Fate piano, mi disturbate – Medici? Cosa curerebbero? Non voglio efesini quassù, non oggi. Oggi scenderò io.
C: Come puoi scendere nelle tue condizioni? Dovrai restare.
E: Ho passato la mia vita qui sull’acropoli, Cratilo. Una è la via. Come tutte le cose. Come sono salito, dovrò scendere anche io. (Forte attacco di tosse.)
C: Presto, mandate a chiamare il medico! Cosa aspettate, per Zeus!
E: No, no. Devo finire. Chiamate un servo piuttosto. Ho ancora qualcosa da dire, da ultimare.
C: Dai pace all’animo, maestro: non puoi affaticarti.
E: Ancora non capisci Cratilo? Eppure non c’è nulla da capire. Oggi io parto. Oggi lascio questa terra; oggi mi dissolvo nel fuoco. Non c’è niente da fare, è già deciso. Vedo una luce nuova, Cratilo. Vedo i contorni delle cose più netti. So dove finiscono e dove cominciano.
C: Non ti capisco, Eraclito. Sei già lontano.
E: Guarda, Cratilo, guarda fuori, fuori dal tempio, oltre queste colonne. Lo vedi? (Sorride, sembra di nuovo assopirsi.)
C (agli altri): Non vuole medici, ma ha chiesto uno schiavo per trascrivere le sue ultime parole. Fate presto. Non credo resterà per molto.
E: Brucio! (Lamenti.)
C: Presto, dell’acqua!
E: Come sono ridotto, Cratilo? Mi sento bruciare, sono pieno di mondo. Sto scoppiando.
C: Tieni, dell’acqua. Bevi e resta sdraiato. (Terge la fronte del maestro.)
E: Guarda il mio corpo! Cosa mi succede? Ho rotto gli argini, è vero? Sto esorbitando, le membra non reggono più. Tra poco uscirò da me stesso, Cratilo.
C: Non dire così. Puoi ancora parlare, la tua mente è ancora sveglia. Pensa a questo.
E: Che discepolo ingrato. Dovresti essere contento per me e invece mi compatisci.
C: Come posso essere contento, Eraclito? Sarei un pazzo, un folle se fossi felice della tua scomparsa. Ci lasci come nudi andandotene adesso; e mi chiami ingrato.
E: Non guardarmi in quel modo. Girati, per Zeus. Non posso sostenere quello sguardo ipocrita, quegli occhi che bruciano ancor più della malattia. Non voglio condividere il mio dolore con nessuno. Lasciami solo. Che nessuno rimanga dentro.
(Cratilo si alza in piedi e va a parlare con gli altri. Lunga pausa.
Ritorna, porgendo al maestro una cassetta d’argento)
E: Che ti avevo detto, Cratilo? Lasciami solo.
C: Un’offerta da Efeso, maestro. L’hanno consegnata ora, in tuo onore. “Un dono votivo per il saggio del tempio d’Artemide”, hanno detto. Per ingraziarsi la dea; per un buon viaggio, quando sarai di là.
E: Un dono votivo! Che sorpresa. Mirabile, Cratilo, davvero.
C: Che dobbiamo fare? Lo immoliamo oggi stesso?
E: Accendete senz’altro il braciere.
C: Subito. Se questo è il tuo volere, sarà fatto.
E: È così. Fate ardere il sacro treppiede e buttate alle fiamme il dono assieme a chi lo manda. Non potrei avere miglior viaggio che avendolo al mio fianco, quando arriverò di là.
C: Che significa? Che vuoi dire, Eraclito?
E: Dopo una vita passata a sopportare le ingiurie di una città consumata dalla prepotenza, dalla lussuria, dai commerci; dopo averli avvertiti, sopportando sguardi come spilli, raccogliendo amari raccolti di ingiurie e scherno; dopo aver visto i più cari amici esiliati per pura brama di potere, per desiderio di sopraffazione; dopo tutto questo, anche oggi i miei occhi si devono chiudere di fronte a tanta giustizia. Beati i tempi dei re! Beato chi rimase all’oscuro delle sudice macchinazioni democratiche! (Tosse.)
Non accetterò nessun dono, Cratilo. Non permetterò a questo argenteo cavallo acheo di profanare il mio tempio; tanto meno di recare offesa alla più sacra delle dee. Restituitelo al mittente. Dall’alto della sua sapienza saprà certamente meglio di un povero vecchio pazzo come consumarlo.
Efesini! Peggio di porci siete; vi contentate di putrido fango, invece di ricercare il vero sapere. Insozzate ogni cosa col vostro tocco, come re Mida dannati da un demone. Tutto avete bruttato, rapito, violentato; anche le labbra più sacre marciscono al vostro fetido bacio.
Salvate almeno i vostri figli; salvateli dalle vostre stesse braccia soffocanti. Che crescano all’oscuro di un tempio muschioso piuttosto che corrompersi nelle auree sale di palazzo. Per voi non c’è più speranza. Ma non spegnete germogli con parole velenose. (Pausa.)
Sono stanco Cratilo. Le parole fuggono. Portatemi un servo.
(Lunga pausa.
Il sole è calato sul mare. Dalle colonne del tempio spande la luce di un crepuscolo greve. Il bagliore di un braciere appena acceso illumina a sprazzi il volto gonfio del maestro.
Attorno a lui sono raccolti i suoi discepoli. Cratilo siede a fianco dello schiavo, che aspetta di riempire tavolette di cera
delle ultime parole di Eraclito.)
delle ultime parole di Eraclito.)
E: Sembra che la mia anima non voglia lasciare questo corpo malato. È un supplizio terribile. Credo sia maggiore delle mie forze, maggiore più di quanto non possa sopportare. Piangi, Cratilo? Ti ho già detto che non voglio commiserazione.
C: Piango per me, Eraclito. Piango perché so cosa perdo.
E: Tanto più meriti il nome di sciocco, Cratilo.
C: Non riesco a capirti. Come puoi biasimarmi? Forse che non piangono i figli davanti alla pira del padre? Non meritano commiserazione forse, ancor più che i morti, i loro cari, che rimangono soli e tremanti come di fronte al primo freddo?
E: Lascia perdere l’opinione e il costume dei molti. Io non lascerò nessuno. Non lascerò questo mondo più di quanto non lasci il suo letto il fiume, giunto alla fine del suo corso. Mi sento scoppiare, Cratilo, proprio come se avessi dentro un fiume, un torrente di montagna, dopo le prime piogge di novembre; un fiume rabbioso, torbido. (Gira il capo verso l’orizzonte, tossendo forte. Si assopisce di nuovo.)
C (agli altri): Preparate la pira. Che tutto si svolga velocemente, nel buio di questa notte.
(Pausa)
E: Lo vedi adesso, Cratilo, lo vedi? Mai fu più chiaro di adesso. Mai la legge più forte – più del rosso di questo tramonto. (Attacco di tosse ancora più forte. Il viso butterato dell’edema contratto nel dolore)
Come il pesce nel mare – come il fiore di montagna – la nuvola che passa silenziosa – il sasso che frana dalla scoscesa. La goccia, la frana, il posarsi di una farfalla, il suono del flauto. Ogni movimento, ogni più piccolo respiro; il filo d’erba che cresce. I discorsi di ogni uomo, dall’era dei giganti e nelle tenebre del futuro, i pensieri dei discorsi, i sogni dei pensieri, i ricordi dei sogni, il ripetersi del ricordo. Tutto come l’oro. Ogni cosa ha dentro di sé l’oro, lo vedi?
Il fuoco, Cratilo, è l’oro.
Anche io sono destinato a – come tutto.
Il più piccolo granello è se stesso per conflitto.
I contorni, li vedo più netti, adesso, ora.
È un supplizio, Cratilo, più forte del mio essere.
Scivolo via. Non sia lo stesso con queste parole.
Fondetele nell’oro. Non resisteranno al fiume, ma verranno lette.
I miei contorni, scompaiono. Cratilo!
Lo vedo! Lo vedi anche tu? Ora, sull’abisso.
Riconosco il flusso necessario. La virtù è solo questo, è il segreto!
La felicità, Cratilo. Guarda. È davanti a noi, distante un tocco.
Che stolti. Una vita per questo.
Sto partendo, lo sento. Mi vedrai ancora.
Ogni volta che sul tuo corpo riconoscerai una ferita del tempo.
Non c’è fine, Cratilo, perché la persona non era un inizio.
Lasciate i miei pensieri alla dea.
Il giusto dono è questo.
Accompagnerò più volte chi ne avrà bisogno.
Il dolore eccede.
Brucio.
(Il viso contratto si distende.
Cratilo si alza, copre il viso del maestro. Uno dopo l’altro i cappucci scuri degli Eraclitei scompaiono nel buio della notte, portando fuori il corpo.
Lo schiavo lascia le tavolette a Cratilo.
Escono tutti, tranne lui.
Piano si toglie la tunica, rimane nudo. Si terge con un panno bagnato. Posa sul braciere un pezzo d’incenso e lascia la fragranza perdersi tra le tenebre del tempio.
Lentamente esce fuori, siede sulla nuda terra e perde il suo sguardo nelle stelle.
Silenzio.)
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