Ci si lascia l'agorà alle spalle,
salendo. L'ombra bassa e odorosa dei pini è come una promessa:
nasconde il sole spietato, allevia la fatica dell'ascesa. Le
indicazioni sono poche, sulla collina della Pnice - i turisti ancora
meno. Qualche ateniese si riposa su una panchina scrostata, fuma,
dormicchia. Le lucertole approfittano degli sprazzi di luce disegnati
sugli aghi di pino prima di sparire inghiottita nel folto delle
agavi. Tutto odora di caldo, tutto è immobile nel frinire delle
cicale.
Si ascende fino alla cima, poca cosa
in confronto all'Acropoli. Quindi il verde dirada, si apre imprevisto
a un bianco accecante, verso ponente. Spunta la roccia, nuda, come se
avessero ferito la collina fino a mostrarne le ossa. È un teatro
naturale, a semicerchio, che degrada impercettibile. Non un arbusto,
se non sterpi bruciati e spinosi. A est, le chiome ossute dei pini; a
ovest la città, a perdita d'occhio, un mostro incoerente di case e
terrazze bianco sporche, che sale ed avvinghia alla gola il monte Licabetto.