Visualizzazione post con etichetta prosa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta prosa. Mostra tutti i post

giovedì 24 luglio 2014

Es patrìda gaian #3

Sparta - anzi, Sparti - langue innocua al centro della sua bella pianura. Quattro strade, per di più brutte e polverose, ricostruite in fretta e furia così come veniva più comodo, a centuriazione romana. Qualche spartana sorbisce con la solita indolenza l'immancabile caffè-frappè estivo, guardandoci passare con aria interrogativa.

Nulla che lasci riaffiorare il passato, nulla che riesca a fare anche solo intuire l'esistenza di una delle città più importanti della storia occidentale. Altroché "Questa è Sparta!", altroché Leonida! Oggi alza goffamente la sua spada davanti allo stadio cittadino, impietrito dentro una scultura discutibile, meta di fanatici o di americani di passaggio in vacanza di gruppo.

lunedì 21 luglio 2014

Es patrìda gaian #1

Ci si lascia l'agorà alle spalle, salendo. L'ombra bassa e odorosa dei pini è come una promessa: nasconde il sole spietato, allevia la fatica dell'ascesa. Le indicazioni sono poche, sulla collina della Pnice - i turisti ancora meno. Qualche ateniese si riposa su una panchina scrostata, fuma, dormicchia. Le lucertole approfittano degli sprazzi di luce disegnati sugli aghi di pino prima di sparire inghiottita nel folto delle agavi. Tutto odora di caldo, tutto è immobile nel frinire delle cicale.

Si ascende fino alla cima, poca cosa in confronto all'Acropoli. Quindi il verde dirada, si apre imprevisto a un bianco accecante, verso ponente. Spunta la roccia, nuda, come se avessero ferito la collina fino a mostrarne le ossa. È un teatro naturale, a semicerchio, che degrada impercettibile. Non un arbusto, se non sterpi bruciati e spinosi. A est, le chiome ossute dei pini; a ovest la città, a perdita d'occhio, un mostro incoerente di case e terrazze bianco sporche, che sale ed avvinghia alla gola il monte Licabetto.

giovedì 27 febbraio 2014

Cosa so fare?

[Ospitiamo per la prima volta sul blog un intervento che non abbiamo scritto noi, per festeggiare la laurea di un nostro caro amico. Alla domanda "Che cosa so fare?", parte di un questionario universitario sulle abilità artistiche e grafiche sviluppate nel corso degli studi triennali, il giovane laureato ha risposto in questo modo, che abbiamo trovato irresistibilmente iroNico.]

Cosa so fare?

So arrotolare bene il filo del phon intorno al phon.
Faccio passare il cavo attorno al manico e alla parte superiore da cui esce l'aria, prima sull'uno e poi sull'altra. Il cavo è perfettamente dritto, in modo tale che non si formino nodi e rigiramenti vari; la presa poi la incastro nel cavo che è stato appena arrotolato. Quest'ultimo ha formato una perfetta rete lineare che ricorda una scacchiera ondulata. Il phon sarà così perfettamente accessibile se sistemato all'interno di una scatola contenente tanti oggetti, poiché il cavo non intralcerà la sua fuoriuscita. Il tutto viene realizzato in un tempo che va dai tre a cinque secondi.

Sono anche bravo a scrivere cose inutili.

lunedì 11 novembre 2013

L'artista sprofondante

Chi ci ha educato all'emersione, e perché? L'anabasi frustrante verso la luce, verso il riflettore – il movimento della falena intontita – mi sembra proprio lo sbracciarsi irrequieto del venditore di piazza. Sogna l'emergere chi è immiserito del reale. Sogna la luce chi beve solo notte. Tutti educati allo stesso movimento d'ascesa, alla stessa scalata asociale, tutti desiderosi di pane e interviste, “venite e sarete incensati, c'è posto per tutti, anche per chi ali non ha”.

domenica 9 dicembre 2012

Una volta



Lo prese per il braccio. Lo teneva stretto, ché non se ne andasse da solo, attento però a non fargli male con le vecchie mani callose, come quando si cattura una lucertola. Non ce ne sarebbe stato bisogno: il bambino lo seguiva fiducioso, cogli occhi spalancati, attento a non inciampare sulle buche del sentiero. Vedi qui, diceva il vecchio, dove la terra si fa più bassa?, e il bambino annuiva in silenzio, meravigliato. Ecco, proprio in questo punto, una volta c'era il vecchio supermercato. Avresti dovuto vedere che roba!

domenica 25 novembre 2012

In fase di caricamento


È un serpente circolare, l'eterno ritorno che non si decide ad andare. Si mangia incessantemente la coda tratteggiata, si crea e si distrugge nel non-senso del tempo. Minuto dopo minuto si muove, eppure rimane fermo! e si muove e rimane fermo. La stasi in movimento del caricamento, dell'attesa all'azione, alla resa, all'evento, allo svolgimento del tempo. Il gomitolo s'attorciglia, o' gliommero, dobbiamo attendere lo sciogliersi del dramma, la spada che recida i vincoli del serpentello, che lo liberi per sempre, distruggendolo, dal suo tragico destino all'in-azione.

domenica 1 luglio 2012

Il centounesimo intervento

[Per festeggiare il traguardo, un ringraziamento a tutti i lettori.]

Posò il bicchiere di vino sul tavolo, l'alcool gli era già salito alla testa. La conversazione si faceva concitata, scacciò la ragazza seduta sulle sue gambe, si sporse verso di me perché la voce non si perdesse nel rumore dell'osteria. Non so come finimmo a parlare di dio, di religione - successe e basta. Sembrava fuori di sé: nervoso, eloquio interrotto, bestemmie. Solo ad un certo punto, e con una certa sua soddisfazione, il ragionamento si fece più chiaro e disteso. 

venerdì 30 marzo 2012

Come la testa di un pesce

"E a volte riaffiora come la testa di un pesce
il ricordo dell'anima che un tempo
ci guidò fra spettri stellati."


Riaffiora come la testa di un pesce dice un poeta che conosco è il Mistero a riaffiorare proprio quando le parole sembrano esser diventate più chiare, è vero, lo dice un poeta che conosco perché è così che quando più le cose sembran semplici e più ti sei immerso nello studio è allora che senti qualcosa che manca che sfugge che stanca che si potrebbe chiamare caos penso o caso – basta retrocedere la esse e spingere avanti la o – o assurdo anche, e invece il poeta che conosco ha scelto di chiamare il mistero di chiamarlo l'ha chiamato il riaffiorare della testa di un pesce e allora ditemi voi ditemi se avete mai visto un pesce riaffiorare con la testa o sennò parlatemi del mistero, vi prego.

venerdì 23 marzo 2012

Linguaggi, scritture, parole


Un linguaggio d'alta montagna, rarefatto, lieve e nitido. Niente che sbavi o disturbi, ogni parola pulita, ogni frase ben calibrata. Da scrivere col martello sul marmo, definitivamente: parole che si fanno geologia, reticoli cristallini immutabili.

giovedì 15 marzo 2012

L'uomo che voleva essere coerente a tutti i costi

 
Me lo chiedeva sempre, Sai che fine ha fatto l'uomo che voleva essere coerente a tutti i costi, mi diceva; e mi guardava con uno sguardo strano, indagatore, come per sapere se capivo davvero quello che mi voleva dire.
Io stavo al gioco. No, non lo so, rispondevo, che fine ha fatto? E allora s'illuminava in un gran sorriso e la risposta, come la domanda, era sempre la stessa: Ha finito per mangiarsi, pezzo a pezzo. Ecco che fine ha fatto l'uomo che voleva essere coerente a tutti costi.
Non gli chiesi mai il significato della storiella, ma mi è rimasta dentro. Non è mai più uscita, come certi brutti pensieri che ti prendono sempre quando guardi un carro funebre.

lunedì 12 marzo 2012

Lavori in corso


Le dame di Monte Sassone



Il tempo sfilacciato di una vita

ché nulla può farci l’ago

ha avuto forse pietà di noi

delle case abbandonate quando

il passo del giaguaro

seminava grida pari

al crollo delle terre

sotto il bacio dell’aratro


quando il seme inselvatichiva

e la mala pianta taceva

i segreti andati in fiamme


quando gonfie nubi ferrose

s’alzavano sulle rovine

e i custodi di sale ricolme

di bronzi e di giade

lasciavano che il filo delle lame

si dipanasse ai loro piedi


quando

quando


quando


*

e a fare come il cavaliere,

che all’ago preferì i telai d’oro

delle dame di monte Sassone


- si badi alla luce delle vesti

come un tempio il cui marmo

sia inciso nel fuoco di costellazioni

ma spolpando il frutto della luce

il succo ripugna

come un porcaro

vestito da signore –


e il cui corpo sbriciolato

fu gettato dalla furia del serpente

giù nell’ombra della terra

fino a fare minerale del pensiero,


noi cosa perderemmo

e cosa avremmo al sicuro ora

che il secco si beve tutto

che i lembi del lago hanno branchie

da cui svapora l’oro dei campi?



Da I Santuari



Dormivano tutti. Nel buio del formicaio s’aprivano uova, larve bianche cadevano sulla sabbia bianca. La terra, giù in fondo, era tutta pietra e putridume, il cielo pesava quintali.

Si fece il profilo, poi la forma si raccolse tutta in una sete. L’alba venne bianca in un ronzio. Fu come aprire il reame dell’oro, lasciare la chiave agli stormi, credere che un solo respiro destasse i sogni dalle acque.


Il mistero che il mondo ha fatto concreto (sentire: respiro che apre le cellule, beve la nostra fame e si attacca alla luce in fondo alle vene) si rovescia, ruote all’aria, immerso dentro il fango.

Allora, diremo che il tempo ci ha portato via tutto, la strada, gli ulivi, le nuvole che s’ammassavano, i monti scagliati da un fulmine vile. E i germogli, che forano l’aria minerale spessa centimetri.


Credo al burro, quando scioglie e spande dappertutto l’odore morbido che prende le ore per la coda. Chiedo se l’odore andrà mai via, perché aleggia come voce, e so quanto mi sia caro, ma poi penso che la stella che apre il mattino un giorno brillerà come fosse luce cava e tutto il minerale sarà vetro sparpagliato senza voce, senza piante, senza un passo e allora passa

l’odore del burro.

martedì 28 febbraio 2012

Ichtus, pesci e turisti


Gesù cristo figlio di dio salvatore, voleva dire Ichtus – un po' come i patrioti italiani scrivevano Viva Verdi sui muri per omaggiare segretamente Vittorio Emanuele Re d'Italia – e che mi prenda questo ichtus, se nella chiesa di San Francesco che parlava agli animali, là sotto l'abside, nella cripta, dove la storia incrocia la storia e la datazione si fa complessa, mi prenda al volo se quelli non sono proprio due pesci rossi, due ichtus rossi.

Metto la monetina e fiat lux, 50 centesimi per illuminare una piscina sacra – come se non arrivassero a pagare le bollette, loro! – i mosaici incomprensibili si mettono a tremolare sotto l'acqua limipida e pesci, pesci rossi e pesci bianchi che mi vengono in contro, boccheggiano e a fianco a me boccheggia il turista, tirchio, non ha voluto metterci i soldi e adesso ne approfitta per meravigliarsi.

Che gli prenda un colpo se quelli non sono due ichtus, che gli boccheggiano davanti – ma c'è l'acqua? Ci sono i pesci? mi chiede, sporgendo la testa. Sì, sì, è tutto vero, qua c'è l'acqua e i pesci ma non spandiamo la voce, non vorrei che c'aprissero una pescheria, visti i tempi di crisi - e di mercanti, in chiesa, bastano quelli che chiedono i soldi per l'ichtus.

venerdì 10 febbraio 2012

Attorno a "boh!"


Un'oasi d'insicurezza, una bolla di mistero. Bisogna studiare le leggi meccaniche che regolano l'uso di questo Verbo mistico, scoprirne la dinamica interna. Quanto più la domanda si fa pressante, tanto più la risposta si corazza, s'appesantisce, s'impantana. Poi lo scatto, la redenzione, la sublimazione nell'oscura deissi gutturale: boh.


mercoledì 6 ottobre 2010

Introduzione a "Ravenna, la città che vorrei" di Fabrizio Varesco

[Un pensiero a tutti gli spettatori che si stanno godendo la prima del documentario di Fabrizio sulla "nostra" città a San Domenico, nonché agli amici che hanno partecipato alla sua realizzazione; mi spiace non esserci, perciò vi dedico simbolicamente questo intervento.

Mi è stata data l'occasione di scrivere un breve testo come introduzione al documentario, che sentirete recitato in apertura (anche se parzialmente modificato) dalla voce di Tondini. Si tratta di una sorta di carrellata istantanea, di una descrizione incerta di varie zone o aspetti di Ravenna, balbettante ed alleniana.

Lo pubblico di seguito per varie ragioni: sana pubblicità (potete vederlo gratuitamente a San Domenico, in fondo a Via Cavour, vicino al Mercato Coperto); riconoscenza al Varesco per l'opportunità; integrazione, anche se indiretta, agli interventi precedenti sulla geografia; per far conoscere la versione primitiva dello scritto.

Sarebbe stimolante sapere le impressioni che ha fatto il documentario ai suoi "primi" spettatori:lo spazio dei commenti al post è aperto anche e soprattutto a vostre possibili interferenze circa il lavoro visivo.]


"Ravenna, Ravenna.

Capitolo uno.
Era nato e cresciuto a Ravenna. Amava tutto della sua città: le dimensioni, la storia, il clima, il centro.
Non  avrebbe mai potuto immaginare la sua vita senza – non sarebbe mai riuscito ad immaginarsi...

No, no, no. Non va bene per niente.
Allora, ricominciamo.

Ravenna era la sua città. Ogni strada, ogni più insignificante particolare del paesaggio suscitava in lui antiche emozioni. Era come se ogni pietra fosse impregnata di memorie ed esperienze.
Si ricordava di quella volta con lei, di sera, a passeggiare lungo le inferriate di San Vitale. Come era bella! D’un tratto s’avvicinarono, e –

Che cosa c’entra? Ci mancava solo la solita storia d’amore.
Dai, sforzati un pochetto di più, che ti costa?

Più precisi, più analitici. Dati: ci vogliono dati. Si tratta o no di un documentario?

Ravenna: superficie 652 km²;  altitudine: 4 metri sul livello del mare; aopolazione: 157.479 abitanti; 8 monumenti dichiarati patrimonio dell’umanità; lavoro: tasso d’occupazione maschile 67% - 35° posizione nazionale; tasso d’occupazione femminile 61,3% - 6° posizione nazionale; popolazione di cittadinanza straniera: 17.190 – tasso d’immigrazione 28,1...          

Dio mio, che distacco! Inizio troppo freddo. I numeri spaventano – non funziona.
Concentrati, raccogli le idee, dai un qualche taglio alla descrizione:

La Ravenna Antica: sì, la capitale storica, dissoluta, l’imprendibile roccaforte bizantina, circondata dal fango e difesa dalle zanzare. Ancora con la Storia! No e poi no.

La Ravenna industriale: il deserto rosso cigolante e sbuffante, ricoperto di scheletri ferrosi e nuche d’altiforni, la Darsena, il puzzo... No, passato, cliché.

Allora proviamo con la Ravenna edonista che ride si droga e s’ubriaca i sabati sera d’estate: le macchine a passo d’uomo in cerca del parcheggio, la sabbia nelle scarpe, le strilla delle ragazzine, le facce impallidite davanti agli etilometri – peggio di prima.  Retorico, verboso.

No, allora, la Ravenna della Resistenza: i vecchietti che parlano dialetto al bar, in stazione, e che rischiano i frontali tagliando le rotonde, le vecchine che sparlano sotto la mia finestra del loro vicino.

E allora perché non la Ravenna Immigrata, che aiuta a parcheggiare in piazza Kennedy e vende collanine d’estate, in riva al mare? Fosse così semplice...

Forse la Ravenna Limitrofa? I lidi, i paesini dimenticati, Savio, San Zaccaria, le prime colline, Bertinoro, la dolce campagna romagnola?

Oppure la Ravenna dei luoghi comuni, mosaici e Mirabilandia.
Ah sì, proprio un bel documentario verrebbe fuori.

Fermati un attimo.
Dovevi scrivere un’introduzione e sei riuscito soltanto a raccozzare memorie d’infanzia o immagini ricorrenti, con un disordine che non si lascerà domare facilmente.

Forse una sola introduzione non basta.
Per capire una città occorre raccontarla più e più volte, da diverse voci, in diversi tempi – e l’immagine composta dal coro delle voci, quella sarà la vera città."

domenica 20 giugno 2010

Il viaggio e la scomparsa della geografia. Venezia.

Dedico questo intervento ad Andrea Bottarel - el xe un vecio Virgilio.


Dov’è Venezia?

Oddio, ci mancavano solo le domande retoriche.

Purtroppo non lo è: a) sarebbe più facile rispondere e b) non avrei sentito la necessità di scrivere questo intervento.

Sfortunatamente per tutti noi, questa è una domanda più che mai attuale ed urgente.

Da tempo ormai Venezia è scomparsa; eclissata dal turismo, appiattita dagli obiettivi, svuotata dalla vita - l’unica cosa che fa sì che una città sia una città vera. Da tempo si è nascosta e non la ritroviamo più.

Molti non se ne accorgono nemmeno, accecati da una bellezza eccessiva, o troppo impegnati a ritrovare la strada per l’albergo senza perdersi.

C’è anche a chi non interessa nemmeno che la città sia scomparsa. Velleità da artisti, fregnacce da effemminati: cosa vuol dire è scomparsa? Gli edifici sono ancora lì, ben saldi; i canali puzzano come sempre; i negri vendono sempre le loro borse falsate ai lati di Canal Grande.


Che è successo?

Ci siamo distratti per pochi anni, non potevamo immaginare che tutto sarebbe stato così veloce.
Lo facevamo solo per l’immagine - e per soldi.
D’altronde era la città turistica per eccellenza, orgoglio italiano, un modello da seguire e da imporre.

Economizzare, economizzare, economizzare.

Ho già accennato a Venezia in altre sedi, al suo progressivo prostituirsi; all’appiattimento dovuto al turismo di massa, a un processo di distruzione lento e costante che rischia di soffocare e atrofizzare alcune delle città più belle del mondo. Non mi voglio ripetere. Si tratta adesso di ritrovare una città che non si vuole far trovare.

La città ha reagito! Si è nascosta, si è spostata. Ritrovarla è diventata un’impresa da esploratori.
Anche dal punto di vista fisico è faticoso; bisogna avere buone gambe e buona pazienza. E, naturalmente, fortuna.

Venezia è un pesce, è vero; nel senso che ti sfugge dalle mani.

L’ho visitata spesso, e non mi ha mai fatto impazzire. Tanta gente, tanta da non riuscire nemmeno a parlare. Meta sempiterna di migliaia e migliaia di scolaresche romagnole, e di lamenti per gradini e camminate forzate; città d’arte e della Biennale, città di moda, città del capriccio; città del lusso e delle star.

Tutto quello che odiavo dello spettacolo si raggrumava lungo le calli e le callette, lungo le salizade e i rii, nei campi e nei campielli, sotto forma di turisti, di negozi luccicanti, di veneziani scorbutici e anestetizzati dal turismo, che parlano dialetto per non farsi capire.
Tutto questo succede ancora oggi.

Come ritrovare la città?

Ecco il grande cambiamento dei nostri tempi. Non ha più senso l’espressione “visitare una città”. O meglio, non ha più senso dirlo per tutte le città. Non puoi, ad esempio, visitare Venezia.
Puoi andare lì a guardarla, ad ammirare gli edifici e le persiani tutte uguali e verdi e scrostate d’umidità, studiare architettura; puoi andare là con la donna, in cerca di tramonti strappalacrime e strappassegni.

Non la vivrai mai.
Hai bisogno di una guida, di qualcuno che è nato là, e ci è cresciuto. Come un inferno dantesco hai bisogno di un Virgilio che ti prenda per mano, e che ti faccia scoprire delle (sempre più) esigue porzioni di terra non ancora conquistata.

Tutto questo è triste: anche solo il fatto di avere bisogno di una guida implica una minorità, segno dei tempi che viviamo, tempi di padri e non tempi di figli.

Questa minorità insegna tuttavia una cosa importantissima, che pochissimi ormai comprendono ancora. Una lezione che riempie di speranza chi la capisce a fondo e marca davvero una distanza incommensurabile tra il turista e il non-turista. Insegna il senso del viaggio a generazioni sempre più disinteressate e annoiate. Insegna a essere felici visitando città straniere.

Riappropriarsi della geografia, portare a casa un pezzo di quella città che andrà a costruirne un’altra, infinitamente più importante. La tua città, che non coincide con la residenza, il domicilio, con il luogo di nascita, con la meta preferita, ma è una somma di tutte queste e di tutte le altre città che abbiamo visitato in vita e che, in un qualche modo, sempre diverso, ci hanno arricchito.

Questa è la cosiddetta città ideale.

Allora capisci che Venezia non è a Venezia, ma a San Michele, un miracolo artificiale; fortezza quadrata lambita dalle onde della laguna; dimensione altra, scandita dal ritmo dei cipressi e delle tombe, e dal risciacquare delle maree contro i leoni di pietra erosi dalla salsedine.

Capisci che Venezia è a Sant’Erasmo, distesa su campi coltivati improbabili e patagonici che si perdono all’orizzonte.

Venezia è dentro le corti difese dai pesanti cancelli di ghisa, e si schiude in piccoli miracoli di marmo e edera, su capitelli dimenticati, in mosaici nascosti dal nero dell’umidità.

Venezia è a Castello, di notte, nel silenzio antico di un silenzio senza macchine e nel frusciare di reti da pesca appese alle porte di casa.

Venezia è nelle colonne del mercato del pesce, sulle incisioni duecentesche di crociati in attesa delle navi per Istanbul.

Venezia è nelle statue sbilenche dei Mori, che sembrano guardarti (quelli che ancora hanno una testa) con immensa melanconia, quasi con spavento, forse pensando ai loro commerci perduti, quando Venezia era la città più potente del mondo, e non correva il rischio di perdersi.

Venezia è nel sapore del baccalà mantecato e delle ombre in osterie dove non si parla l’italiano.

Venezia nelle pietre colorate coi gessetti dei bambini, in campo San Giacomo.

Venezia è nei soldatini dimenticati e polverosi, come Lari di case romane, dentro i muri di calli sperdute.

Venezia è a San Marco - ma solo di notte, quando la città ricomincia a respirare.

lunedì 7 giugno 2010

Linee generali per la costruzione del mondo dell'arte


Forse è vero che anche gli spiriti sono diventati materialisti e che non è più tempo, in questo strano decennio ormai alla fine, di visioni, di cose che non abbiano a che fare con la materia. E allora: basta con i voli pindarici inutili, è ora di mettersi seriamente al lavoro, è ora di costruire mondi, di progettarli pietra dopo pietra, di stabilirne le leggi e le conformazioni fisiche, di popolarli di uomini e donne dopo avere deciso le anime di ognuno di loro.
L’artista deve farsi destino, destino del proprio universo e imprimere agli oggetti significati cosmici, che innalzino la sfera percettiva e allontanino l’uomo (i suoi uomini) dalle regole della realtà effettuale, la realtà dell’artista inteso come persona e non come demiurgo.
Un mondo fantastico ma intimamente materiale, dunque caratterizzato da leggi che siano insieme particolari e universali. L’insieme dei particolari conduce al disegno universale e in ogni minuzia è celato il respiro cosmico delle cose. Questo deve essere il presupposto del nuovo mondo dell’arte. In ogni pietra delle case deve riconoscersi un’impronta unica e inconfondibile che sappia legare un’ape alla cima del monte e il fango al seno di una ragazza.
Come riuscire a pensare tutto questo? Pensarlo (progettarlo, non limitarsi ad averne un’idea vaga) conduce ad un’intima visione interiore (scartata quella esteriore poiché già è stabilito che il fuori non esiste) e ad una consapevolezza della forza del proprio essere biografico (le persone della nostra vita, le letture, gli accadimenti, il carattere). Nel mondo dovranno coesistere tutti questi elementi e proiettarsi secondo una direzione che sia unica, come il raggio di sole che attraversando il vetro della lente fa bruciare le foglie. Il fine di tale unione (l’incendio) è la presa di coscienza del proprio destino attraverso le cose reali, e il proprio destino diverrà la matrice grazie alla quale prenderanno forma i destini particolari nel mondo dell’arte.
Nulla è lasciato al caso, poiché il caso non può esistere in un mondo forgiato a immagine di un destino. Le cose accadono per un motivo, un “perché” che guarda al futuro e non al passato. La mano invisibile disporrà le cose affinché emerga dalle rocce e dalle carni un sentimento epico che fornisca agli uomini del mondo effettuale la possibilità di elevarsi positivamente e di legare inscindibilmente il sentire artistico, il sentire biografico e quello sociale.
La costruzione di un mondo totale è l'edificazione di un universo prima completamente personale e poi completamente universale (scuserete la necessaria ripetizione).
Si inizi allora a guardare le stelle e a disegnare la forma di un granello di sabbia che contenga le stelle guardate e i moti sconosciuti degli astri che invece non vedremo mai.

giovedì 20 maggio 2010

Queste piccole piante

Oh albero di fico, da quanto tempo ormai per me ha
significanza
il modo in cui tu salti quasi la fiorita
e nel frutto per tempo voluto, senza esaltarti,
spingi il tuo puro mistero.
Come i tubi della fontana, i tuoi rami contorti
spingon la linfa da tutte le parti: ed essa dal sonno,
quasi senza destarsi, balza nella felicità del suo più dolce adempimento.

Rainer Maria Rilke, “Elegie Duinesi”, sesta elegia

Dentro alle piante la vita è un istinto cieco che naviga lungo strutture tubulari fino al mare della luce. L’organismo pianta non conosce l’esito di tale forma indistinta (fiore, foglia o frutto), spinge fuori di sé la forza della sua stessa crescita e trae dalla terra e dall’acqua e dal sole la materia che convertirà nelle strutture principali del suo organismo.

La pianta tocca con le radici la terra, vive il terreno fin dentro le sue più piccole porzioni di materia e poi, ancora oltre, sminuzzando, penetrando gli elementi nutritivi che dalla torba più vile e più viva (fatta di animali, uomini e altre piante) si innalzano lungo il fusto fino all’esterno dove, bagnate di luce, si trasformano e ritrasformano respirando di un unico respiro.

Le onde del mistero di questi organismi scorrono all’interno, in comunione intima con un mondo percepito in maniera totale, rispetto al vano sentire degli esseri umani.
Cos’è la terra? La terra è suolo, la terra è un tavolo su cui battere i piedi e costruire castelli di carte.
Cos’è la terra? La terra è un ventre grasso e zeppo di abissi, caldo, umido o secco e gelato, una vulva con cui entrare in rapporti carnali o endoscopici.

Il sole è per l’uomo fonte di luce, una cascata che colpisce le cose e le distingue al nostro sguardo.
Il sole è invece bene per la pianta, laddove il buio è nemico, mano che serra i petali nel buio e fa chiudere le foglie, come mani nelle tasche quando è inverno.

E l’acqua, l’acqua a cui le piante si tendono come religiosi verso una reliquia, l’acqua che scende dal cielo e trasforma in fango la terra, l’acqua buona e dolce dei primi giorni.
L’uomo si ripara e fugge da lei; la pianta si offre e si dispiega, si innalza e si contorce per assorbirne anche la più piccola goccia.

Quanti vasi di fiori e piante grasse vivono una vita totale, posti placidamente sopra i terrazzi, sulle finestre, fuori dalle porte o negli orti di campagna; tutti, nei loro vasetti pieni di terriccio, scavano, cercano, crescono della crescita più bella e innocente e comunicano fra di loro con profumi solo in parte percepibili dall’uomo. Oltre i terrazzi, i paesi, i boschi e i confini dei campi, migliaia di aromi corrono lungo correnti aeree privilegiate per raggiungere piante, per essere accolti nella loro essenza reale.

E gli uomini amano, odiano, percorrono solo la superficie delle cose con i loro sentimenti, i bordi più sporgenti della natura mentre le piante restano quasi ferme, ad estendersi in verticale, profondità e altezza, dalla nigredo, passando per l’albedo e giungendo alla rubedo, da fango a fiore, attraverso la luce del sole, il sole che albeggia e il sole che tramonta.

Fonte ispiratrice: Nanna o l’anima delle piante di Gustav Theodor Fechner

venerdì 23 aprile 2010

Le colpe dei padri

È il 24 aprile 2009. È un caldo venerdì pomeriggio, già carico di maggio.
Percorro la strada per Marina senza fretta. Alla mia sinistra, oltre l’altra corsia, le fabbriche ormai rugginose di Deserto Rosso; davanti a me il cavalcavia, poi il rettilineo verso il primo finesettimana di mare.
È un obbligo, un simbolo, un rito; non puoi sottrarti al primo happy hour, per quanto agorafobico o pigro tu possa essere.

La maggioranza dei miei coetanei sarà in spiaggia stasera; un opaco bicchiere di plastica in mano, ondeggiando piano al ritmo della musica; un sorriso che preannuncia le vacanze non ancora soffocate dalla caligine della noia.
E anche se si parlerà delle solite cose, scuola relazioni aneddoti progetti, so che questo è il momento migliore per godermi un po’ di vita.

Vedo la striscia greve della pineta avvicinarsi. Credo lascerò la macchina al parcheggio per proseguire a piedi. Non si sa mai; sono 15 minuti di cammino ma non voglio finire imbottigliato come al solito.

Passo il ponte e freno di colpo.
Davanti a me una fila argentea d’automobili si snoda a perdita d’occhio.
Qualche urlo di clacson s’intromette tra i suoni dei Beach Boys. Un incidente. Non ho mai visto fila a questa altezza, così lontano dai bagni. Anzi, di solito è proprio questo rettilineo in discesa il punto preferito per testare il limite di velocità della macchina nuova.

Rimarrò seduto sul sedile, grondante di sudore e rabbia per altre tre ore.

Sarò trasportato come su di un nastro trasportatore per tutto il tragitto ad una media di 5 chilometri l’ora;
gente ubriaca colpirà i miei finestrini con mani scarpe e bicchieri; assisterò ad una rissa;
finirò due volte Pet Sounds;
passerò ironicamente davanti al mio bagno senza potere parcheggiare;
vedrò almeno 5 persone vomitare al lato della strada;
constaterò un’inspiegabile assenza delle forze dell’ordine;
tornerò in città; dovrò fermarmi al passaggio a livello per lo scalo di un treno merci e, una volta a casa, andrò a dormire.

La causa dell’indigestione di macchine a Marina è stata collegata all’imprevisto arrivo di più di 40 corriere emiliane dirette ad un famigerato stabilimento balneare, cariche di universitari(e) e giovani pieni di voglia di divertirsi e imbottiti di alcol.

Secondo la stampa le corriere erano state organizzate dallo stesso stabilimento per festeggiare l’apertura della stagione, ma evidentemente le autorità non erano state avvertite a dovere della quantità di turisti più o meno sessuomani che sarebbero sbarcati sulle nostre spiagge.

Le forze dell’ordine erano del tutto impreparate ad una tale affluenza di macchine e gambe.
Risultato, più o meno prevedibile: molto lavoro per gli operatori ecologici, molte ambulanze, lamentele e accuse per mesi e drastico cambio d’idee riguardo alla riviera e alla sua funzione.

È da quel giorno di smog e birra che il sindaco ha lanciato la cosiddetta campagna anti-sballo.
È dunque quasi un anno che l’attenzione della giunta è concentrata sulla propaganda salutista e proibizionista; non conosco nessun mio coetaneo che non ne sia al corrente; e, di quelli che conosco, pochi sono completamente d’accordo con i provvedimenti restrittivi che sono stati presi per arginare il “problema sempre crescente dell’alcool nelle nuove generazioni”.

Basta fare un giro su Facebook e contare il numero degli iscritti ai gruppi che sono stati creati per sbeffeggiare apertamente o manifestare la propria irritazione circa le scelte del sindaco; non solo, credo che sarebbe molto utile calcolare la media dell’età degli utenti, per capire meglio quali generazioni in particolare non si dichiarano favorevoli.

Le ragioni di tale dissenso, nonostante il fine della campagna sia indubbiamente un fine nobile e giusto, non sono difficili da comprendere.

Solo uno stupido potrebbe dichiararsi contro i provvedimenti salutisti del comune. Nessuno, d’altronde è a favore dell’alcolismo, nemmeno gli alcolizzati, credo.
Nessuno è a favore del consumo incontrollato di alcolici di pessima qualità e di conseguenti risse o visite dal dentista.
Nessuno, logicamente, crede che sia giusto che un sedicenne si ubriachi e si spezzi le vertebre contro il guardrail ogni venerdì e sabato sera.

Allora perché tanto astio nei confronti di questa campagna?

Un primo innegabile problema è che molti sono infastiditi dall’atteggiamento proibizionista del sindaco.

Non è una questione di moralità; valore che purtroppo, molto spesso e a sproposito, è stato paternalisticamente tirato in ballo nelle pessime pubblicità contro lo sballo e contro gli happy hour; pubblicità che si possono vedere appese per le strade del centro e tatticamente di fronte ai licei e alle scuole della città.

Il fastidio nasce, più concretamente, dalla conoscenza che ci viene dalle scienze sociali, dalla psicologia e dalla storia – conoscenza ormai di dominio pubblico – e che potrebbe essere semplificata fino alla banalità nell’asserzione vecchia come l’uomo che “quanto più si proibisce, tanto più si tende a trasgredire alla proibizione.”

Il piacere della trasgressione (parola che ormai ha perso ogni connotazione di valore) è inestirpabile.
Ma su questo forse non tutti sono d’accordo.

Un altro grave errore che il sindaco ha commesso nella sua campagna, è stato quello di responsabilizzare oltre ogni misura il ruolo giocato dai giovani.

La scelta di indirizzare soprattutto ai neodiciottenni e ai ragazzi delle scuole superiori i suoi ammonimenti e i suoi consigli non ha fatto che peggiorare la situazione.

I ragazzi si sono sentiti colpevolizzati dalle parole del sindaco, umiliati per le pubblicità ridicole e paternalistiche (sempre che abbiano avuto un qualche effetto in positivo, senza contare la spese di realizzazione), infastiditi dai modi e dal tono della campagna anti-sballo.

Tristemente famosa la foto che ritrae il sindaco rovesciare in un tombino un secchiello pieno di alcol; gesto pletorico e retorico che non credo abbia avuto altro effetto se non quello di tirarsi addosso ancora più antipatie e malcontenti.

Sinceramente non credo che nel 2010 ci sia bisogno di ribadire a ragazzi adolescenti il pericolo dell’alcol e delle droghe. Sono infarciti di conoscenze e spauracchi medici sul pericolo e sulle malattie legate al consumo di sostanze stupefacenti; spesso al punto che l’azione che si riteneva di contenimento e di prevenzione, finisce per rovesciarsi e creare atteggiamenti di non-curanza e menefreghismo.

Fare finta di non saperlo, forse per cercare una spiegazione plausibile per un consumo che non accenna a diminuire, equivale semplicemente a trattarli da stupidi e comportarsi ingenuamente.

Accusare i ragazzi della degradazione che la riviera ha subito negli ultimi anni è un grande errore.

Distoglie rischiosamente l'attenzione da altre colpe che vanno ricercate in profondità e che sono state commesse quando ancora questa generazione era in fasce, e l’alcool lo assumeva solo sulle ginocchia sbucciate.

Invece di continuare a chiedersi come risolvere il problema dell’alcolismo, perché non cercano piuttosto le ragioni storiche e sociali di tale comportamento?

L’origine, come troppo spesso accade, è meramente e terribilmente economica.


Chi ha inventato l’happy hour aveva a cuore più i suoi guadagni che la salute del fegato dei suoi figli.

Allora forse s’incomincia a capire che il modello della tragedia greca è ancora paurosamente valido e che, come allora, le colpe dei padri devono essere pagate dai figli.

In vari modi le conseguenze si abbattono su generazioni che non sanno come reagire, come resistere all’offerta di alcool e divertimento ad un prezzo in apparenza basso, pagato con rincari considerevoli da un corpo prematuramente sfinito dall’alcool.

Non c’è campagna salutista tanto efficace da far cessare questo vizio collettivo, né predica crepetiana tanto noiosa da convincere il figlio reprobo ed alticcio che il vero sballo è dire “no” ed è meglio rimanere sobrio a guardare gli amici ubriacarsi e provarci con le ragazze. Perdite di tempo, soldi e voti.

Prima di concludere vorrei precisare ancora una volta, a scanso di commenti o reazioni ad una mia presunta amoralità, che non sono contrario al fine dei provvedimenti del comune; mi risultano invece intollerabili e fastidiosamente retorici i mezzi di tale campagna.

È meglio che il sindaco (o chi per lui) escogiti qualcos’altro, poiché prevedo che questa stagione non si discosterà più di tanto dalla scorsa: i ragazzi continueranno ad ubriacarsi, magari portandosi l’alcool da casa e gli stabilimenti continueranno ad ingrassare sulla salute dei consumatori.

domenica 18 aprile 2010

La conquista della letteratura

LA CONQUISTA DELLA LETTERATURA:
Postfazione a "Tre dialoghi" di Iacopo Gardelli
Sentire tutto in tutte le maniere,
Vivere tutto da tutte le parti,
essere la stessa cosa in tutti i modi possibili allo stesso tempo.
- Fernando Pessoa



La totalità dell’esperienza sensibile, colta al momento dell’evoluzione spirituale che muove dal mondo terreno a quello ultraterreno, rappresenta, nel dialogo intitolato La morte di Eraclito, la comunione con il tutto, resa possibile da una precisa presa di coscienza: il Conflitto, ciò che sta alla base delle leggi del cosmo, è da intendersi come principio armonico e costruttivo, fautore di un ordine-nel-disordine.

Eraclito, instabile fra due mondi, coglie con quel che resta del suo corpo sensibile alcuni aspetti propri di una nuova realtà; lo stesso vocabolario tende ad unificare due modi diversi di intendere il reale, provando da una parte a rendere partecipe Cratilo, ancora di apparente salvezza, del viaggio appena intrapreso, e dall’altra cercando di volgere ogni grammo di spirito alla conoscenza che ora illumina di nuova luce le cose rendendo i loro contorni più netti.

Guarda il mio corpo! Cosa mi succede? Ho rotto gli argini, è vero? Sto esorbitando, le membra non reggono più. Tra poco uscirò da me stesso, Cratilo; queste parole testimoniano l’oscillazione dell’anima, intesa antroposoficamente come elemento di contatto fra la coscienza e la realtà, da una sfera all’altra dell’universo, dal mondo sensibile a quello soprasensibile.
Rudolf Steiner, nel commento a Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz, interpreta il sentirsi come al centro di una tempesta del protagonista proprio in questi termini: l’anima, partecipe del corpo etereo, si allontana dalla percezione corporea e quindi dalle forze cosmiche irrigidite in forme stabili. Ciò che si trova al di là del corpo materiale è proprio la mobilità della sfera sovrasensibile, che rischia di traviare l’esperienza animica, se il soggetto non ha affrontato prima un’adeguata preparazione su di sé.

Eraclito, nel suo “esorbitare”, testa le sue capacità spirituali nel tentativo di descrivere il passaggio al mondo ultraterreno, utilizzando ciò che di più tipicamente umano egli possiede: il linguaggio. La parola si fa quindi tramite fra due mondi, curva di congiunzione fra materiale ed etereo.

L’antroposofia è una via della conoscenza che vorrebbe condurre lo spirituale che è nell’uomo allo spirituale che è nell’universo recita la prima massima antroposofica. Il filosofo efesino penetra coscientemente il mistero del tutto, ricongiungendosi ad esso e riconoscendone il flusso necessario, che muove dalla persona al tutto, dal tutto alla persona. La persona non era un inizio, dice Eraclito, poiché la persona era (ed è) il durante di tale flusso, di tale ordine conflittuale, che si stabilizza per poi fuoriuscire continuamente in un ordine ciclico di evoluzione e dissoluzione.

Investigare se stessi, per citare una massima eraclitea, significa quindi acquisire progressivamente coscienza della concavità del nostro essere – terra, ovverosia del nostro essere obliqui.
La chiave per penetrare le leggi del cosmo va ricercata in noi.
Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me recita l’epitaffio sulla tomba di Kant. La frase dovrebbe essere modificata nel modo seguente: Il cielo stellato e la legge morale dentro di me.
Il “fuori” è un concetto astratto che tende a confinare l’uomo in una prigione che in realtà è l’unica via possibile verso la libertà e la conoscenza: il corpo.

Tre dialoghi racconta di un unico, grande percorso e i tre filosofi rappresentano tre tappe ben distinte di tale cammino. Se Eraclito simboleggia il raggiungimento della consapevolezza, Pitea, protagonista della parte centrale, coincide con il processo di sviluppo e di distacco.
Navigatore temerario, dall’aria dannata e tragicamente romantica, Pitea è un pellegrino dello spirito che ancora fatica a riconoscersi nell’assoluto, pur avendolo toccato in una delle sue manifestazioni più sublimi: quella del viaggio.
Pitea, tornato alla sua terra, appare come uno spettro che non riesce più a collocarsi nel reale: avendo visto tutto, sente di non appartenere più a niente.
Ha gli occhi bruciati da troppo vedere, riflesso di una mente che ha vissuto in negativo la rivelazione: Pitea vuole fuggire da quello che cerca e, soprattutto, da quello che ha trovato. Come Eraclito, il navigatore rimprovera coloro che tentano di trattenerlo in un mondo dove la luce abita in eterna inquietudine, citando Novalis.
Per tornare di nuovo al poeta romantico, quel flutto terrestre che si scorge sul limitare delle nostre percezioni spinge il viaggiatore verso la disperazione e il rifiuto, poiché il corpo in cui si trova confinato non può, secondo lui, farsi strada attraverso il mistero.

Il Conflitto che percepisce Pitea è quindi un principio disarmonico che vede contrapposti in maniera irriducibile finito ed infinito, fenomeno e noumeno. Pitea, vicino un tocco all'evoluzione spirituale, resta qualche passo indietro, e questo significa per lui la condanna.
La mancata comprensione del senso del viaggio spinge il navigatore verso una fuga, verso un movimento che non ha un fine accrescitivo ma che si fa simbolo di un pericoloso sentimento nichilista.

Il nichilismo è un passaggio che conduce Pitea all’abbandono di ogni proposito: al contatto con il mistero (o Conflitto) eleva il suo corpo a suprema debolezza, impossibile da dimenticare o da ignorare. Non esiste pacificazione: solo il rifugio nell'oscurità della propria mente.

Risalendo il fiume si giunge al primo confronto con l’idea di un cosmo conflittuale: il dialogo d’apertura, dal titolo La condanna di Ippaso, rappresenta forse nel migliore dei modi la dicotomia tipicamente occidentale che corre fra percezione ed essenza.
Il testo è basato sull’alternanza parola – silenzio – parola, in un circolo che ricorda, anche in questo caso, quella “corrente”, quella sorta di movimento che progredisce attraverso il suo essere puro incedere.

La contrapposizione fra parola è silenzio è ciò che dà vita alla letteratura: la volontà di parola e la volontà di silenzio sono le due grandi forze attraverso cui sintetizzare un percorso accrescitivo che tenga conto dell’importanza di entrambi gli elementi.
Ippaso, il dialogante muto, è contrapposto al pitagorico, colui che parla, simbolo di un verbo ininterrotto, di un logos perpetuo.
Il silenzio di Ippaso rappresenta, in questo caso, la verità: di fronte al mistero anche la parola più forte è destinata a crollare.
La condanna di Ippaso è dovuta forse alla dimostrazione della debolezza della parola e della finzione in cui essa ha gettato tutto il genere umano.

La parola è maschera del nulla, un’impalcatura fragile sospesa sopra un silenzio infinito.
L'assenza è percepita e di conseguenza rifiutata: la scuola Pitagorica si è assunta il compito di costruire una serie di precetti per non porre l’essere umano di fronte all’incubo di se stesso, di fronte al terrore del vuoto.
Si tratta qui di fare diversi passi indietro. La comunione fra spirito cosmico (silenzio) e spirito umano (parola) è in questo caso impossibile.
Il primo conflitto è un conflitto totalmente negativo, che non può conoscere una sintesi; il processo graduale di compenetrazione parola – silenzio evolverà nella pratica conoscitiva della letteratura, reale punto d’incontro fra mondo fenomenico e mondo noumenico.

Dal Conflitto negativo Ippaso – Pitagorico (assenza di confronto attivo), passando per lo sviluppo del viaggio di Pitea (confronto attivo con il mistero ma incapacità di compenetrazione), si giunge al Conflitto propositivo proprio di Eraclito: Il silenzio e la parola sono giunti finalmente al corpo sintetico della letteratura.

Cratilo, alla morte di Eraclito, si spoglia ed esce nella notte; alza gli occhi al cielo e guarda le stelle. Il suo percorso è appena cominciato.