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lunedì 22 luglio 2013

Sloterdijk, il reazionario. Parte seconda

A mo' di conclusione e completamento dell'intervento precedente, crediamo sia utile analizzare in breve le idee di un altro saggio contenuto nel volume Non siamo ancora stati salvati, intitolato L'offesa delle macchine, per tenere in allenamento i nostri anticorpi.

Il saggio parte tratteggiando mirabilmente la storia del pensiero scientifico occidentale usando categorie mediche: se la salute è considerata dai medici “il successo del sistema immunitario” (e vediamo che la scelta teorica di Sloterdijk, non a caso, ripropone una lettura “difensiva” del successo vitale: vive meglio chi si difende meglio), si potrebbe analogamente pensare alla storia della cultura come “la storia dei ferimenti e della rigenerazione dei sistemi immunitari mentali” (p. 277), secondo il famoso paradigma freudiano della ferita narcisistica che l'illuminismo ha provocato all'uomo, prima con Copernico, poi con Darwin e infine con Freud stesso.

domenica 21 luglio 2013

Sloterdijk, il reazionario. Parte prima

Si tratta di sviluppare gli anticorpi contro Sloterdijk, o meglio, contro le sue idee. Le sue argomentazioni sono solide, convincenti, ben scritte; la sua cultura è vasta, eclettica ma rigorosa, capace di istituire collegamenti fra diverse discipline, collegamenti tanto vertiginosi quanto illuminanti; l'autorità e l'autorevolezza filosofica sono vieppiù consolidate dalla qualità dei suoi lavori.

Ciò nonostante, le sue conclusioni, ovvero il punto d'arrivo e l'intenzione della teoria, sono stonate, sinistre, spiacevolmente distanti dalle premesse iniziali. Quanto più convincenti e ben scritte saranno queste conclusioni, tanto più dovremo esercitare i nostri anticorpi ed essere capaci di proteggere noi stessi.

venerdì 17 settembre 2010

Cosa significa riappropriarsi della geografia. Per una geografia personale.


A Eleonora Cara

Spazio e tempo: le due dimensioni in cui siamo costretti a vivere.
Che siano imprescindibili per la nostra conoscenza l’aveva intuito Kant; che siano relative ce l’ha spiegato Einstein.


Dopo quasi un millennio di pagine e parole spese su questi due strani concetti, cosa potere aggiungere senza risultare banali o, ancor peggio, passati?


Partiamo da Heidegger e dalla sua opera più importante, Sein und Zeit (Essere e Tempo) che, secondo Vattimo, può anche venire chiamata Essere è Tempo.


La dimensione temporale della persona, il suo essere finita e transeunte, destinata alla morte per sua stessa costituzione ontologica (Sein zum Tode) è la condizione specifica della vita umana, e per questo più importante. L’essere non è mai fermo, diviene; e il divenire sfocia ineluttabilmente nel non-essere. Occorre dunque, secondo Heidegger, caricarsi sulle spalle il proprio destino, uguale per tutti e al di fuori della possibilità di una scelta, e vivere tenendo conto della nostra temporalità.


L’essere è tempo, si compie in esso, non può sussisterne al di fuori: l’uomo è tenuto ad appropriarsi del tempo, della sua attualità per capirsi, innanzitutto, e per farne parte.
La grande lezione è, secondo noi, questa: interessarsi al proprio tempo perché in esso e per esso siamo noi stessi.


Si può applicare la stessa tesi allo spazio? Si può e si deve.


Non solo il tempo ci condiziona e ci rende quello che siamo: anche lo spazio ha un ruolo importante nel definirci e nel renderci noi stessi.


Come tutti sappiamo (e non possiamo fare a meno di notare), di là di ogni generalizzazione o semplificazione, esistono caratteri temporali (Zeitgeist), che contraddistinguono un’epoca; allo stesso modo esistono caratteri spaziali che marcano un luogo (Raumgeist?) e la sua storia.


Se il tempo ci condiziona per se stesso, lo spazio ci condiziona attraverso luoghi.

C’è tuttavia una grande differenza: astrattamente il tempo è uguale per tutti (inteso come susseguirsi di attimi e compiersi d’azioni); diversamente lo spazio, che per noi non significa nulla in astratto.


Lo spazio è personale, accompagna concretamente la vita di una persona sottoforma dei luoghi nei quali essa è cresciuta ed ha vissuto. Crediamo si possa, in questo caso, parlare di una “geografia personale” che condiziona la vita di ognuno di noi, in un curioso comporsi e ricomporsi di eventi passati e luoghi.

Riconoscere l’importanza di una geografia personale è capitale per la formazione dell’individuo.

Siamo quello che siamo non solo per quello che abbiamo passato, ma anche per dove lo abbiamo passato.


I nostri pensieri, le nostre preferenze, i gusti, le paure, il carattere; in una parola, la nostra psiche è stata plasmata dei luoghi della nostra vita, delle persone che li hanno abitati, dagli oggetti che li hanno occupati, dalla natura che li ha resi come sono.


Si è già parlato di psicogeografia, ovvero dell’azione che l’ambiente circostante (lo spazio) opera sul nostro pensiero, invero senza troppo successo: forse il nostro sapere è ancora immaturo per capire se e come occorra parlare di questa influenza della natura sull’uomo.


D’altronde, se lo spazio cambia e forgia il nostro corpo, perché mai non dovrebbe cambiare anche il nostro pensiero? La nostra pelle, il colore degli occhi, gli zigomi, i nostri fenotipi cambiano secondo le condizioni ambientali che caratterizzano il nostro spazio.


Perfino la nostra lingua, il marchio che ci (contrad)distingue dagli altri animali cambia al variare dello spazio: lessico, fonetica, sintassi e semantica sono molto più sensibili allo spazio che non al tempo. Basti pensare che l’italiano che usiamo oggi non è poi troppo diverso da quello di Dante, mentre basta allontanarsi di qualche chilometro per non riuscire più a capire una parola del dialetto locale.


E il linguaggio non è forse immagazzinato nel nostro cervello, non è forse componente fondante del nostro pensiero? Si può concludere che il nostro modo di pensare non è solamente frutto del tempo in cui viviamo, ma anche del luogo che abitiamo; che ogni uomo sarà figlio del suo tempo, è vero, ma anche del suo spazio.


Capire noi stessi appropriandoci di una nostra geografia è compito più che mai attuale e complicato, proprio adesso che la storia sembra dirigersi verso una progressiva perdita di senso e significato geografico.


Senza rendercene conto e senza poter comprendere appieno questo processo siamo diventati uomini a una dimensione. Viviamo in funzione del tempo, che oggi è diventato la dimensione esistenziale per antonomasia: la tecnologia esiste anche e soprattutto per farci risparmiare tempo prezioso; i trasporti devono essere più efficienti, quindi più veloci; la comunicazione farsi più efficace, quindi più rapida.


Questo a discapito dello spazio, che si è come contratto, perdendo il suo significato. Lo spazio oggi è qualcosa da occupare, da superare o da ammirare, a seconda della sua espressione: ora spazio abitativo, ora spazio puramente geografico, ora spazio naturale.


In passato lo spazio era carico di un significato più profondo, che ricordava all’uomo della sua dimensione finita e limitata: era lo spazio invalicabile, lo spazio del viaggio, che differenziava (e perciò stesso valutava) la terra, i costumi, la lingua.


La scomparsa della geografia coincide con la svalutazione del suo significato, e genera una conseguente perdita di sapere.

Sapere che oggi andrebbe ritrovato riappropriandosi di – o forse addirittura ricostruendo – una geografia personale (in quanto non esiste una geografia collettiva se non istituzionalizzata), foriera di valori per ognuno noi, singolarmente preso.


Una geografia più che personale, intima; una geografia che non può essere urlata in piazza, contro un’altra geografia diversa e opposta; una geografia del tutto a-politica, poiché non va costruita a livello della polis, ma a livello dell’anthropos.


Non stupisce, ma piuttosto inquieta, che oggi i movimenti politici più forti facciano leva su un’ideologia vecchia quasi 100 anni quale quella del Blut und Boden per assicurarsi un successo che altrimenti non avrebbero.


Costruire e costruirsi a tavolino una geografia politica posticcia per far presa su una massa dimentica delle proprie radici significa innanzitutto ignorare che la geografia, per avere un qualche senso positivo scevro da campanilismi o, ancor peggio, razzismi e soprattutto per aiutare la formazione dell’individuo deve essere personale, ovvero in fieri.