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mercoledì 7 settembre 2011

Accadde un anno fa: documentario su Ravenna.


Rendo oggi disponibile pubblicamente lo stralcio iniziale del documentario su Ravenna ideato e girato da Fabrizio Varesco più o meno un anno fa, per appoggiare la candidatura della città a capitale della cultura europea nel 2019.

Fabrizio mi chiese un testo introduttivo che riuscisse a presentare la città in modo stratificato, polifonico, come a raccogliere, entro un'unica cornice d'inizio, tutte le voci che si sarebbero poi susseguite in modo autonomo.

Mi suggerì la visione di Manhattan, di Allen: voleva che l'introduzione s'ispirasse a quella tipica confusione balbettante, piena d'interruzioni e ripensamenti che, come potrete vedere, sono stati stupendamente interpretati da Gianfranco Tondini.

Mi misi al lavoro. Dopo qualche tentativo infelice riuscii a trovare il tono giusto, e questo è quanto ne uscì.

Per chi non fosse riuscito a vedere il documentario, ecco la versione definitiva dell'introduzione, arricchita anche dalle musiche originali di Giacomo D'Attorre. Buona visione. 

mercoledì 6 ottobre 2010

Introduzione a "Ravenna, la città che vorrei" di Fabrizio Varesco

[Un pensiero a tutti gli spettatori che si stanno godendo la prima del documentario di Fabrizio sulla "nostra" città a San Domenico, nonché agli amici che hanno partecipato alla sua realizzazione; mi spiace non esserci, perciò vi dedico simbolicamente questo intervento.

Mi è stata data l'occasione di scrivere un breve testo come introduzione al documentario, che sentirete recitato in apertura (anche se parzialmente modificato) dalla voce di Tondini. Si tratta di una sorta di carrellata istantanea, di una descrizione incerta di varie zone o aspetti di Ravenna, balbettante ed alleniana.

Lo pubblico di seguito per varie ragioni: sana pubblicità (potete vederlo gratuitamente a San Domenico, in fondo a Via Cavour, vicino al Mercato Coperto); riconoscenza al Varesco per l'opportunità; integrazione, anche se indiretta, agli interventi precedenti sulla geografia; per far conoscere la versione primitiva dello scritto.

Sarebbe stimolante sapere le impressioni che ha fatto il documentario ai suoi "primi" spettatori:lo spazio dei commenti al post è aperto anche e soprattutto a vostre possibili interferenze circa il lavoro visivo.]


"Ravenna, Ravenna.

Capitolo uno.
Era nato e cresciuto a Ravenna. Amava tutto della sua città: le dimensioni, la storia, il clima, il centro.
Non  avrebbe mai potuto immaginare la sua vita senza – non sarebbe mai riuscito ad immaginarsi...

No, no, no. Non va bene per niente.
Allora, ricominciamo.

Ravenna era la sua città. Ogni strada, ogni più insignificante particolare del paesaggio suscitava in lui antiche emozioni. Era come se ogni pietra fosse impregnata di memorie ed esperienze.
Si ricordava di quella volta con lei, di sera, a passeggiare lungo le inferriate di San Vitale. Come era bella! D’un tratto s’avvicinarono, e –

Che cosa c’entra? Ci mancava solo la solita storia d’amore.
Dai, sforzati un pochetto di più, che ti costa?

Più precisi, più analitici. Dati: ci vogliono dati. Si tratta o no di un documentario?

Ravenna: superficie 652 km²;  altitudine: 4 metri sul livello del mare; aopolazione: 157.479 abitanti; 8 monumenti dichiarati patrimonio dell’umanità; lavoro: tasso d’occupazione maschile 67% - 35° posizione nazionale; tasso d’occupazione femminile 61,3% - 6° posizione nazionale; popolazione di cittadinanza straniera: 17.190 – tasso d’immigrazione 28,1...          

Dio mio, che distacco! Inizio troppo freddo. I numeri spaventano – non funziona.
Concentrati, raccogli le idee, dai un qualche taglio alla descrizione:

La Ravenna Antica: sì, la capitale storica, dissoluta, l’imprendibile roccaforte bizantina, circondata dal fango e difesa dalle zanzare. Ancora con la Storia! No e poi no.

La Ravenna industriale: il deserto rosso cigolante e sbuffante, ricoperto di scheletri ferrosi e nuche d’altiforni, la Darsena, il puzzo... No, passato, cliché.

Allora proviamo con la Ravenna edonista che ride si droga e s’ubriaca i sabati sera d’estate: le macchine a passo d’uomo in cerca del parcheggio, la sabbia nelle scarpe, le strilla delle ragazzine, le facce impallidite davanti agli etilometri – peggio di prima.  Retorico, verboso.

No, allora, la Ravenna della Resistenza: i vecchietti che parlano dialetto al bar, in stazione, e che rischiano i frontali tagliando le rotonde, le vecchine che sparlano sotto la mia finestra del loro vicino.

E allora perché non la Ravenna Immigrata, che aiuta a parcheggiare in piazza Kennedy e vende collanine d’estate, in riva al mare? Fosse così semplice...

Forse la Ravenna Limitrofa? I lidi, i paesini dimenticati, Savio, San Zaccaria, le prime colline, Bertinoro, la dolce campagna romagnola?

Oppure la Ravenna dei luoghi comuni, mosaici e Mirabilandia.
Ah sì, proprio un bel documentario verrebbe fuori.

Fermati un attimo.
Dovevi scrivere un’introduzione e sei riuscito soltanto a raccozzare memorie d’infanzia o immagini ricorrenti, con un disordine che non si lascerà domare facilmente.

Forse una sola introduzione non basta.
Per capire una città occorre raccontarla più e più volte, da diverse voci, in diversi tempi – e l’immagine composta dal coro delle voci, quella sarà la vera città."

mercoledì 12 maggio 2010

Tragedia: follia e azione


Il nucleo teorico di questo intervento deve la sua esistenza a un documentario: “L’Italia del nostro scontento” (Fuskas, Muci, Le Moli, 2009).

Questo film mi ha fatto riflettere meglio sul significato della tragedia, grazie anche a Fabrizio Varesco che mi ha dato l’opportunità e lo spazio di presentarlo in occasione della sua rassegna documentariaIl cinema della realtà - Per non morire di televisione”.

Ora voglio qui compendiare e approfondire gli aspetti più teorici della questione, cercando di capire meglio il significato “sociale” della tragedia.

Nella mia presentazione, partendo dal titolo del documentario (citazione - o meglio détournement - del verso d’apertura del Riccardo III), riconoscevo l’ineludibile tragicità della situazione italiana di oggi e cercavo di capirne le ragioni.

I punti sollevati erano tre.

Primo: come nelle migliori tragedie antiche, il futuro è già stato previsto da qualche Cassandra, o indovino, che rimane inascoltato o ignorato (e che nell’intervento avevo identificato in Pasolini).

La tragicità aumenta vertiginosamente dalla previsione esatta e ineluttabile degli avvenimenti.

Nulla è più tragico di una tragedia annunciata.

Lo spettatore, infatti, sa che la voce della profezia risuona della voce divina, e che gli avvenimenti non potranno che adeguarsi al responso; tuttavia sulla scena i personaggi si muovono come se non ne fossero coscienti, quasi non sentissero il peso del destino sulle loro spalle, e con un certo fastidio per le parole del profeta.

La narrativa antica e moderna, in tutti gli ambiti, offre numerosi esempi di questi profeti, inascoltati e condannati dai personaggi, isolati dalla società, spesso esiliati o uccisi.

Mi vengono in mente le tre streghe del Macbeth; “las viejas” del teatro tragico lorquiano; il Fool del King Lear; Tiresia nell’Edipo Re; la stessa Cassandra nell’Iliade; il profeta Geremia nella tradizione biblica.

Se avete altri suggerimenti, siete pregati di interferire (ad esempio, mi verrebbe da inserire nella lista un altro ospite illustre: Gesù Cristo; ma ho ancora qualche riserva su questo punto).

I profeti, in quanto simboli della potenza divina, sono figure scomode, fastidiose, da allontanare ad ogni costo; le loro parole, rese vaghe dalla troppa verità, risultano inaccettabili. Le profezie dell’indovino Tiresia sono per Edipo “tranelli”, “indovinelli”, “fumisterie”.

È l’atavica paura della verità quella che muove i personaggi a condannare i profeti, a stigmatizzare la loro parola come folle o vanesia.

Folle”, “ciarlatano”: sono queste le accuse che vengono più spesso rivolte ai profeti, antichi e moderni. La presunta follia è dunque il tramite con una realtà più profonda, mascherata agli occhi della gente comune: per questo fastidiosa, sconcertante, inaccettabile.

Nell’Edipo Re, il personaggio razionale per antonomasia, lancia dura accuse a Tiresia; arriva a minacciarlo di morte.

Credi che potrai continuare impunemente a parlare così?”, gli chiede.
Sì, se la verità conserva i suoi diritti” risponde l’indovino.

Cassandra stessa, la profetessa per antonomasia, viene “annichilita” proprio da un “eccesso di verità”. (Uso le belle parole di Marzia Todero, che ha scritto da poco un adattamento alla tragedia omonima di Christa Wolf.)

Ancora, nel King Lear il Fool lamenta la sua sorte: 

They’ll have me whipped for speaking true; thou’lt have me whipped for lying; and sometimes I am whipped for holding my peace”. (I, IV.)

Ne La Casa de Bernarda Alba, forse il più bello dei tre “dramas rurales” di Lorca, il folle profeta è rappresentato dalla figura di Maria Josefa, la più vecchia delle sette donne protagoniste, che vive imprigionata nella sua stanza perché, diremmo noi oggi “non ci sta più con la testa” e sarebbe una vergogna farla vedere ai vicini.

Le sue previsioni, che spesso prendono la forma di filastrocche tradizionali andaluse, rimangono inascoltate, recepite come puri vaneggiamenti senili: 

“(...) Pepe el Romano es un gigante. Toda lo queréis. Pero él os va a devorar, porque vosotras sois granos de trigo.(Acto 3)

Perfino Geremia, che incarna il Verbum divino e lo diffonde con le sue profezie, è arrestato e imprigionato dalla società, calato in una cisterna fangosa per la sua follia; la sua superba pretesa è quella di parlare per dio.

Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; ognuno si fa beffe di me. (...) Mi dicevo: non parlerò più a lui, non parlerò più a suo nome.” (Ge, 20, 7-9)

L’elemento disturbante per eccellenza: la follia. È questo il vero marchio della verità.

La follia permette di vedere le cose in altro modo, opposto alla visione razionale del mondo.
E per questo viene rifiutato dai protagonisti della tragedia, poiché, in quanto umani e razionali, non lo possono accettare, né d’altronde capire.

È una diversa lingua, anzi, un diverso alfabeto quello usato dall’indovino-folle.

La dicotomia tra follia divina (verità) e razionalità umana (incomprensione) sta alla base di ogni tragedia; e il ruolo dell’indovino-folle è il ruolo tragico per eccellenza.


Secondo punto, classico nell’ermeneutica della tragedia, era l’ineluttabilità del corso degli eventi.

Le parole della profezia non potranno mai cambiare il corso degli eventi, proprio perché radicalmente diverse dalle parole dell’eroe tragico.

Ignorate e inascoltate, suonano sorde per tutta la tragedia, i fatti si conformano a esse, e il finale non è che l’ultima conferma della “verità della follia”.

Ogni cosa accadrà da sé, anche se la copro col silenzio”, parole dello stesso Tiresia.

(Chissà, forse il folle è tale proprio perché sa di essere l’unico a sapere e allo stesso tempo è cosciente della vanità dei suoi sforzi. Questo intreccio di potenza e debolezza potrebbe essere la causa della schizofrenia tipica dell’indovino tragico. Ma questa è soltanto una suggestione.)

Come una spirale che collassa su stessa, i fatti si susseguono senza che l’uomo tragico possa cambiarli. La conclusione è il monito celeste contro l’hybris umana: è quando l’uomo si sostituisce a dio che nasce la tragedia.

Follia, ovvero consapevolezza e verità, da una parte; ineluttabilità dall’altra.

È stato questo punto che mi ha fatto sorgere un dubbio, alquanto costruttivo.

Ma se il corso degli eventi è davvero ineluttabile, e il fato non può essere cambiato, perché scrivere tragedie?

Certo, si potrebbe rispondere a questa domanda tirando in ballo una questione estetica: l’uomo accetta la tragedia solo estetizzandola. Il dolore è accettabile, acquista un senso purché sublimato ed estetizzato.

Questa risposta non mi convince del tutto.

Basterebbero, infatti, epitaffi, o lamenti funebri. Ci limiteremmo a piangere il nostro triste e invincibile destino, rinunciando ad alzare un solo dito per cambiare la realtà (o la storia, dipende dal punto di vista), ed estetizzandolo nel dolore del lamento funebre.

Mi sono risposto, in modo diverso e più o meno parzialmente, che la tragedia, per essere tale non deve lamentare i morti; al contrario, deve stimolare i vivi.

È la spinta all’azione il grande compito del drammaturgo.

Si può accettare l’ineluttabilità del fato in due modi, del tutto contrapposti. Il primo è il fatalismo: la rinuncia all’azione; la corrosiva mancanza d’immaginazione del futuro; la fede virale nella passività e nella forza d’inerzia.

Si può invece rifiutare il destino, indignarsi per il precipitare degli eventi, e impegnarsi all’azione.

Dopo esserci immedesimati nell’eroe tragico e avere vissuto una morte fittizia, dobbiamo imbrigliare la forza catartica in positivo, ed evitare una morte reale.

La tragedia offre il modello, sta a noi decidere come interpretarlo.
Invece di cadere nel fatalismo, occorre scegliere l’attivismo.

Solo allora la tragedia acquista un senso etico (quindi sociale) oltre a quello estetico.