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martedì 25 marzo 2014

Discorso Grigio di Fanny & Alexander


La simbologia, soprattutto se applicata ai colori, può essere ambigua. È difficile non cadere nei personalismi, nelle idiosincrasie, e interpretare la semantica del colore con il dovuto distacco. Così è per Discorso Grigio, lo spettacolo di Fanny & Alexander dedicato all'analisi teatrale della retorica politica.

Il grigio è il colore dell'indistinto, del fumo, dell'opacità. Il grigio è il colore spurio per eccellenza, il colore del torbido quotidiano, della prassi ripetitiva. Grigio è l'ordinario. La scelta di questo colore per connotare il politico in genere risponde, credo, ad una scelta precisa operata dal gruppo teatrale ravennate.

domenica 5 febbraio 2012

La serendipica scartata #2

Spalare la neve

È da un po' di tempo, non troppo a dire la verità, che gira per la Rete una foto interessante quanto provocante: un gruppo di baldanzosi giovani armati di vanghe, sorridenti dietro la bandiera del loro partito, in una tenera fotoricordo prima dell'immane travaglio. Chilometri quadrati da spalare, bianco ghiaccio siberiano crepamani – e questi magnifici aitanti volontari pronti a sacrificarsi per la cittadinanza, in nome della politica attiva. Ce n'è abbastanza per far piangere vedove, altroché.


Chissà, chissà se fosse stata merda, penso, chissà se ci sarebbero andati lo stesso a spalare. Ma non solo i chilometri quadrati di loro cugina-camerata-alla-lontana Piazza Kennedy, no: voglio più romanticismo, più azione. Spalare tutta la merda che il loro partito mi ha fatto ingoiare a forza, nei salotti televisivi, nei culi danzanti, nelle barzelette, nelle canzoncielle napulitane, dietro le risate di Mamma Europa. Solo, mi dico, non saprebbero dove metterla tutta quella merda, tanta ne hanno fatta. E già le discariche son piene.

giovedì 26 gennaio 2012

Crainz e il partitismo. Pensieri attorno a "Il paese mancato"




"Questo popolo di santi, di poeti, di navigatori, di nipoti e di cognati..."

Ennio Flaiano, Diario Notturno, 1951


Si ha come l'impressione che qualsiasi analisi storica, politica o sociologica sugli ultimi cinquant'anni del nostro paese, quale che sia la sua tesi o la sua posizione, non possa fare a meno di includere la riflessione di Pasolini.  
È un'impressione inquietante: la lucidità di Pasolini, da bussola sembra quasi diventare percorso obbligato, necessario – e non si capisce se la colpa sia nostra, della nostra mancanza di acume, oppure sia della storia che non vuole passare. È come se questo paese non voglia o non possa cambiare.
Questo almeno suggerisce la lettura di un libro fondamentale, Il paese mancato di Guido Crainz (Donzelli editore, Roma, 2003): dopo avere attraversato i fatti, le voci, la cultura italiana dal 1962 al 1992, l'ultimo capitolo (intitolato “La catastrofe”) si chiude così:

È forse necessario chiedersi se in questo percorso il Palazzo e parti significative del paese non si siano in realtà avvicinate, con quei tratti che Pasolini aveva delineato: lo spregio delle regole, il crescente disinteresse per i valori collettivi, un privilegiamento dell'affermazione individuale e di un gruppo che considera le norme un impaccio (e tratta chi le difende come un nemico da sconfiggere o da corrompere).”

domenica 11 settembre 2011

Italianità. Una riflessione


Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono.”

Giorgio Gaber


Non mi ricordo con precisione chi – forse Corrado Augias – né quale occasione ha dato origine a questo discorso, ma la sua sostanza m'è rimasta bene in mente e riecheggia ogni volta che rifletto sul significato di questi 150 anni dall'unità d'Italia.


Rispetto agli altri anniversari dell'Unità della nostra nazione, quello del 1911 e quello del '61, il nostro avviene nel periodo storico di gran lunga più squallido e meno felice.”


Il discorso continuava facendo paragoni: da una parte la belle époque spensierata e ancora lontana dalle atrocità dei conflitti, una classe politica solida, conquiste coloniali alle porte, avanguardie letterarie musicali e artistiche riconosciute in tutto il mondo; dall'altra il boom economico, un paese che rinasce e che si sente finalmente competitivo, nel pieno delle sue possibilità, prodotti italiani che fanno la storia del design, la dolce vita, l'autostrada del Sole, il miracolo.

E oggi? Frammentazione politica e crisi economica, la classe dirigente più squallida e corrotta della nostra storia, sfiducia nelle istituzioni, studenti in fuga, un paese ignorante e arretrato, fermo, artisticamente e tecnologicamente, da vent'anni. Altroché magnifiche sorti e progressive.

[Sto semplificando, ovviamente. Non c'è mai stata un'età dell'oro, né mai ci sarà.]

C'è chi ha voluto festeggiare ugualmente il centocinquantenario, dimenticando quella che a un'analisi più approfondita spesso si rivela retorica o falso patriottismo, e appendendo il tricolore alle finestre come per convincersi che, nonostante tutto, si può almeno sperare in una rinascita collettiva.

Pensiamo al successo che hanno avuto quest'anno le svariate pubblicazioni, narrative e non, riguardo a questo tema. Libri neo-epici sul Risorgimento, sceneggiati televisivi, conferenze; purtroppo gli sforzi per avvicinare il grande pubblico alla storia dell'Unità non hanno potuto sollevare la cortina di vecchiezza e distanza che li separa da noi. La storia dell'Unità d'Italia, oltre ad essere per molti aspetti controversa e critica, rimane per di più lontana, polverosa – argomento scolastico che non infiamma animi né coscienze.

Credo che occorra riflettere in modo più approfondito sulla nostra italianità, sul suo significato e sulle sue caratteristiche. Commemorazioni e mattoni storici non possono aiutarci molto in questa direzione, proprio oggi che quasi un terzo degli italiani ha deciso di “far parte per sé stessi”, almeno spiritualmente; e per quanto disgusto possiamo provare verso certe retoriche campanilistiche e bigotte, dobbiamo prendere atto di questa l'anomalia italiana. Nessun altro paese europeo ha attraversato una crisi così profonda, una revisione e un rifiuto così esacerbati della propria genesi.

Esiste qualcosa in grado di unire questo paese? La domanda, posta in questi termini, è difficile da affrontare: cerchiamo un sentimento, un oggetto, una storia, una lingua? E, una volta determinato, come spiegare razionalmente questo potere coesivo?

Un tentativo interessante, ma parziale, l'ho trovato in un libro, Italianità a cura di Giulio Iacchetti. Si tratta di un nostalgico elenco di oggetti o simboli italiani che hanno segnato la nostra coscienza e il nostro modo di vivere, e che in un qualche modo uniscono questo paese. Il gusto e l'ironia con le quali sono stati selezionati e descritti aggiunge valore alla pubblicazione, già di per sé graficamente ineccepibile.

La Moka Bialetti, il cane a sei zampe dell'Agip, l'Apecar e la Vespa, la Graziella, la Settimana Enigmistica, la Festa dell'Unità, la T dei tabacchi, le case cantoniere, solo per citarne alcuni; sono elementi che effettivamente si possono ritrovare in tutta Italia e che definiscono il nostro immaginario anche nei paesi esteri.

Certo, il libro non ha nessun intento teorico: non si tratta di fondare la coesione nazionale basandosi su degli oggetti, sarebbe impossibile. Non è questo ciò che mi turba. Si può al massimo sollevare qualche dubbio sul fatto che gli oggetti selezionati appartengono alla storia di determinate generazioni, indicativamente quelle nate e cresciute durante il miracolo dei Sessanta, ma sarebbero considerazioni oziose.

Ciò che è davvero indicativo di un'anomalia italiana è mostrato semplicemente dall'esistenza di una pubblicazione di questo genere: quale altro paese al mondo sentirebbe la necessità di ricercare la propria coscienza collettiva in una serie di oggetti o marche famosi in tutto il mondo? Il sentimento di perdita, di frammentazione si può dedurre dalla nostalgia con la quale gli oggetti sono descritti, dei racconti bei tempi andati, della fiabesca infanzia nazionale interrotta dal disagio di un oggi che non riusciamo ancora ad accettare.

Disagio che viene colto anche da Roberto Esposito, nel suo recentissimo Pensiero vivente, edito da Einaudi, ma che, nella profondità teorica delle sue pagine, viene rovesciato in un possibile punto di forza.

Esposito cerca di tracciare un itinerario comune unendo varie figure del panorama intellettuale italiano, partendo indicativamente dall'esperienza dell'Umanesimo fino ad arrivare alle più recenti elaborazioni filosofico-politiche nate dalla riflessione sul biopotere inaugurata da Foucault.

Si tratta di mettere assieme i pezzi della storia del pensiero italiano in un quadro teoretico sistematico e strutturato, che metta in evidenza le particolarità legate al nostro territorio – spesso nel libro si parla di geofilosofia – i punti di forza e gli eventuali limiti di una filosofia, quella italiana, che sembra oggi avere una grande fortuna, soprattutto all'estero.

Innanzitutto: è possibile assegnare alla filosofia limiti territoriali? Come può un pensiero avere dei confini? Esposito scrive che: 


(...) pare innegabile una qualche connessione tra filosofia e territorio, intendo per quest'ultimo non tanto uno spazio geograficamente determinato (…) ma piuttosto un insieme di caratteristiche ambientali, linguistiche e tonali, che rimandano a una modalità specifica e inconfondibile rispetto ad altri stili di pensiero.” [pag. 14]


L'operazione davvero interessante di Esposito sta nel rilevare proprio nell'anomalia italiana, nella frammentazione politica, nel conflitto sociale, nel senso di non-appartenza, il punto di forza della nostra filosofia, ciò che la distingue dalle altre correnti europee forse più strutturate e solide, ma incapaci di dare una chiave di lettura ontologicamente forte in un momento di crisi globale.


(...) il carattere più intensamente geofilosofico della cultura italiana sta in una terra che non coincide con la nazione e che anzi si costituisce, per una lunghissima fase, nella sua assenza. (…) Essa [la filosofia italiana] nasce in una situazione di decentramento e di frammentazione politica ben lontana dalla realtà (…) dell'unificazione. [pag. 20]


In definitiva, seguendo la tesi di Esposito, è proprio la mancanza di uno Stato forte ad avere segnato, e nel bene e nel male, il pensiero italiano, marcando, allo stesso tempo, la distanza rispetto alla filosofia europea della modernità.

Laddove la riflessione filosofica europea, dopo avere troncato i legami con la sua origine profonda, radicata nella vita, si attorcigliava su se stessa alla ricerca di un fondamento ontologico dell'individuo, dello Stato, della religione, in Italia i pensatori accettavano la caoticità dell'esistente, stringevano sempre più i legami con la vita, sporcando, per dirla con Bodei, il pensiero teoretico, forzandone i limiti, costringendolo a utilizzare un lessico non esclusivo ma di volta in volta frammisto di poeticità, storia, politica.

Da qui le caratteristiche peculiari del pensiero italiano, sintetizzate da Esposito in quattro paradigmi che si rincorrono per tutto il libro, fornendo le chiavi di lettura privilegiate per i pensatori analizzati: l'attualità dell'originario, ovvero la vicinanza della filosofia italiana alla sua origine, alla vita, ai corpi; l'immanentizzazione dell'antagonismo, ovvero l'apertura al conflitto, alla caoticità, esemplificata dal realismo politico di Machiavelli, il primo a intuire l'ordine e la necessità del conflitto politico; la storicizzazione del non storico, ovvero la dialettica tra origine della storia e la storia stessa, storico e a-storico, colta dall'opera di Vico, secondo il quale l'origine animale dell'uomo non può venire cancellata dalla storia, ma è destinata a riemergere in modo catastrofico, secondo la sua teoria dei “ricorsi”; infine, la mondanizzazione del soggetto, ovvero una filosofia dell'impersonale, slegata dal concetto di individuo, che viene concepito come prodotto di una communitas civile, paradigma inaugurato dal pensiero di Bruno.

Questo volendo semplificare. In realtà il discorso è molto più articolato, attraversa svariati autori, alcuni poco conosciuti (Spaventa, Cuoco, De Sanctis), altri invece protagonisti della nostra storia civile, oltre che filosofica (Gentile, Croce, Gramsci, Pasolini), arrivando fino ai giorni nostri (Vattimo, Cacciari e Agamben su tutti).

Benché ci siano da rilevare alcune criticità (ad esempio, gli ultimi capitoli paiono meno curati e chiari, come attraversati da una fretta che rende il periodare più oscuro e impreciso per i non-iniziati), il nucleo della tesi resta valido e non può che rincuorare e inquietare allo stesso tempo.

Se è vero che la particolarità dalla filosofia italiana e i suoi punti di forza discendono dall'atavica frammentazione politica del nostro territorio, dal senso di non-appartenenza, cosa possiamo rispondere a chi vuole acuire, politicamente o meno, questo conflitto? Non si rischia di porgere il fianco alle pretese di autonomia a di federalismo?

E ancora: è possibile fondare l'unità, filosofica e non, di un paese proprio sul senso di non appartenenza allo stesso? [Spero di avere giustificato adesso la facile citazione iniziale di Gaber.]

Per quanto riguarda la prima osservazione, va detto che Esposito parla sempre di territorio, mai di nazione. Il pensiero è del e nel territorio, ma si costituisce attraverso un incessante processo di rottura dei confini e rientro, di “oscillazione tra interno ed esterno” [pag. 16]. Nessun pericolo di campanilismo; anzi, piuttosto un ripensamento integrale del concetto di territorio e geografia. Il pensiero deve sempre uscire dai confini entro i quali è nato per crescere e per testare la sua validità: quanto di più lontano si possa immaginare dal becero isolazionismo di oggigiorno.

Alla seconda questione non so rispondere. É indubbio che il punto di forza della nostra filosofia consista in questa mancanza di unità, all'apertura al caos, al conflitto, a quanto, in sostanza, di più lontano si possa immaginare dalla stabilità hobbesiana degli Stati-nazione. Non lo so.

Forse, sembra suggerirci la lettura, non saremo mai un paese come gli altri. Forse questo sarà l'ultimo squallido capitolo di una storia sbagliata prima di una nuova rinascita. Ma è comunque bello pensare che, al di là di retoriche patriottiche improbabili e grandiosità epiche inesistenti, si sia finalmente inaugurata una riflessione filosofica sull'italianità profonda e, spero, feconda.

Scrive Cuoco che: 

(...) le epoche della grandezza politica di tutte le nazioni sono quelle stesse della loro grandezza filosofica. La prima forza è la mente; debole è sempre il braccio di colui che non ne ha, o crede di non averne.”

sabato 14 maggio 2011

Tagliarsi i capelli. Frammento.


Ometto basso. Pancia pronunciata, occhi tristi.
Un dito in meno: l'anulare, mano sinistra.
Viso simpatico, tipicamente romagnolo.
Di tanto in tanto gli scappa qualche frase
smangiata in dialetto, subito corretta,
come se si vergognasse di parlarlo
con chi non è sicuro lo intenda bene.
Si parla di tutto e politica mentre mi taglia i capelli.

E pensare che in teoria – in teoria – dovremmo
essere un paese civile. Mi hanno fatto una multa,
sono andato a reclamare, ho trovato chiuso
l'ufficio. A gni pos credar. Far perder tempo a chi
lavora, come niente fosse. Non gliene frega più niente
a nessuno. Quando ci siamo ridotti così?”

La domanda apre le risposte. Una lente
d'ingrandimento al contrario. Il discorso
prende un'altra piega. Balbetto confuso
qualcosa: il benessere ci ha addormentato.
Forse.” Il cinismo, l'individualismo,
l'americanizzazione, la discontinuità dei Settanta.

Intorno la desolazione del centro commerciale
come uno sfondo teatrale. Famiglie e carrelli.
Parrucchiere dell'est trafficano con
forbici e lozioni. Un tizio legge il giornale
in disparte, lancia delle occhiate
mentre la tinta s'attacca. Famiglie e carrelli. 
Potremmo essere dovunque. O invece
siamo da nessuna parte.

Lo guardo riflesso sullo specchio. Danza attorno
la mia testa. “Avete rovinato tutto. La vostra generazione
non ha saputo andare fino in fondo. Guarda cosa
ci avete lasciato.” Ricambia lo sguardo.
Hai ragione. Ma come potevamo accorgercene?”

venerdì 17 settembre 2010

Cosa significa riappropriarsi della geografia. Per una geografia personale.


A Eleonora Cara

Spazio e tempo: le due dimensioni in cui siamo costretti a vivere.
Che siano imprescindibili per la nostra conoscenza l’aveva intuito Kant; che siano relative ce l’ha spiegato Einstein.


Dopo quasi un millennio di pagine e parole spese su questi due strani concetti, cosa potere aggiungere senza risultare banali o, ancor peggio, passati?


Partiamo da Heidegger e dalla sua opera più importante, Sein und Zeit (Essere e Tempo) che, secondo Vattimo, può anche venire chiamata Essere è Tempo.


La dimensione temporale della persona, il suo essere finita e transeunte, destinata alla morte per sua stessa costituzione ontologica (Sein zum Tode) è la condizione specifica della vita umana, e per questo più importante. L’essere non è mai fermo, diviene; e il divenire sfocia ineluttabilmente nel non-essere. Occorre dunque, secondo Heidegger, caricarsi sulle spalle il proprio destino, uguale per tutti e al di fuori della possibilità di una scelta, e vivere tenendo conto della nostra temporalità.


L’essere è tempo, si compie in esso, non può sussisterne al di fuori: l’uomo è tenuto ad appropriarsi del tempo, della sua attualità per capirsi, innanzitutto, e per farne parte.
La grande lezione è, secondo noi, questa: interessarsi al proprio tempo perché in esso e per esso siamo noi stessi.


Si può applicare la stessa tesi allo spazio? Si può e si deve.


Non solo il tempo ci condiziona e ci rende quello che siamo: anche lo spazio ha un ruolo importante nel definirci e nel renderci noi stessi.


Come tutti sappiamo (e non possiamo fare a meno di notare), di là di ogni generalizzazione o semplificazione, esistono caratteri temporali (Zeitgeist), che contraddistinguono un’epoca; allo stesso modo esistono caratteri spaziali che marcano un luogo (Raumgeist?) e la sua storia.


Se il tempo ci condiziona per se stesso, lo spazio ci condiziona attraverso luoghi.

C’è tuttavia una grande differenza: astrattamente il tempo è uguale per tutti (inteso come susseguirsi di attimi e compiersi d’azioni); diversamente lo spazio, che per noi non significa nulla in astratto.


Lo spazio è personale, accompagna concretamente la vita di una persona sottoforma dei luoghi nei quali essa è cresciuta ed ha vissuto. Crediamo si possa, in questo caso, parlare di una “geografia personale” che condiziona la vita di ognuno di noi, in un curioso comporsi e ricomporsi di eventi passati e luoghi.

Riconoscere l’importanza di una geografia personale è capitale per la formazione dell’individuo.

Siamo quello che siamo non solo per quello che abbiamo passato, ma anche per dove lo abbiamo passato.


I nostri pensieri, le nostre preferenze, i gusti, le paure, il carattere; in una parola, la nostra psiche è stata plasmata dei luoghi della nostra vita, delle persone che li hanno abitati, dagli oggetti che li hanno occupati, dalla natura che li ha resi come sono.


Si è già parlato di psicogeografia, ovvero dell’azione che l’ambiente circostante (lo spazio) opera sul nostro pensiero, invero senza troppo successo: forse il nostro sapere è ancora immaturo per capire se e come occorra parlare di questa influenza della natura sull’uomo.


D’altronde, se lo spazio cambia e forgia il nostro corpo, perché mai non dovrebbe cambiare anche il nostro pensiero? La nostra pelle, il colore degli occhi, gli zigomi, i nostri fenotipi cambiano secondo le condizioni ambientali che caratterizzano il nostro spazio.


Perfino la nostra lingua, il marchio che ci (contrad)distingue dagli altri animali cambia al variare dello spazio: lessico, fonetica, sintassi e semantica sono molto più sensibili allo spazio che non al tempo. Basti pensare che l’italiano che usiamo oggi non è poi troppo diverso da quello di Dante, mentre basta allontanarsi di qualche chilometro per non riuscire più a capire una parola del dialetto locale.


E il linguaggio non è forse immagazzinato nel nostro cervello, non è forse componente fondante del nostro pensiero? Si può concludere che il nostro modo di pensare non è solamente frutto del tempo in cui viviamo, ma anche del luogo che abitiamo; che ogni uomo sarà figlio del suo tempo, è vero, ma anche del suo spazio.


Capire noi stessi appropriandoci di una nostra geografia è compito più che mai attuale e complicato, proprio adesso che la storia sembra dirigersi verso una progressiva perdita di senso e significato geografico.


Senza rendercene conto e senza poter comprendere appieno questo processo siamo diventati uomini a una dimensione. Viviamo in funzione del tempo, che oggi è diventato la dimensione esistenziale per antonomasia: la tecnologia esiste anche e soprattutto per farci risparmiare tempo prezioso; i trasporti devono essere più efficienti, quindi più veloci; la comunicazione farsi più efficace, quindi più rapida.


Questo a discapito dello spazio, che si è come contratto, perdendo il suo significato. Lo spazio oggi è qualcosa da occupare, da superare o da ammirare, a seconda della sua espressione: ora spazio abitativo, ora spazio puramente geografico, ora spazio naturale.


In passato lo spazio era carico di un significato più profondo, che ricordava all’uomo della sua dimensione finita e limitata: era lo spazio invalicabile, lo spazio del viaggio, che differenziava (e perciò stesso valutava) la terra, i costumi, la lingua.


La scomparsa della geografia coincide con la svalutazione del suo significato, e genera una conseguente perdita di sapere.

Sapere che oggi andrebbe ritrovato riappropriandosi di – o forse addirittura ricostruendo – una geografia personale (in quanto non esiste una geografia collettiva se non istituzionalizzata), foriera di valori per ognuno noi, singolarmente preso.


Una geografia più che personale, intima; una geografia che non può essere urlata in piazza, contro un’altra geografia diversa e opposta; una geografia del tutto a-politica, poiché non va costruita a livello della polis, ma a livello dell’anthropos.


Non stupisce, ma piuttosto inquieta, che oggi i movimenti politici più forti facciano leva su un’ideologia vecchia quasi 100 anni quale quella del Blut und Boden per assicurarsi un successo che altrimenti non avrebbero.


Costruire e costruirsi a tavolino una geografia politica posticcia per far presa su una massa dimentica delle proprie radici significa innanzitutto ignorare che la geografia, per avere un qualche senso positivo scevro da campanilismi o, ancor peggio, razzismi e soprattutto per aiutare la formazione dell’individuo deve essere personale, ovvero in fieri.