È
poco più che un ragazzo. Guarda davanti a sé con occhi bene aperti,
attentissimi. Scruta forse le imperfezioni dell'arena prima della
corsa, ma potrebbe anche ammirare il podio, potrebbe, con una punta
d'invidia per il vincitore, o con quella calma profonda in cui
precipitiamo dopo la vittoria. L'auriga sta per stringere in pugno le
redini che si divincolano come serpenti: ma ancora il movimento è
ambiguo, impossibile distinguere se di stretta o di resa.
Lo
sguardo è fermo, il collo saldo: ma già il bicipite è gravido di
una genesi di sforzo. I piedi, realissimi, accidentati, ben fermi a
terra: ma già le labbra sembrano dischiudersi nel primo urlo per
incitare i cavalli. C'è qualcosa che si agita dentro all'Auriga di
Delfi, ma non sappiamo definire cosa. Un'indecisione profonda, uno
scontrarsi psichico, camuffato dietro un'apparenza di quiete e
contemplazione.