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martedì 25 marzo 2014

Discorso Grigio di Fanny & Alexander


La simbologia, soprattutto se applicata ai colori, può essere ambigua. È difficile non cadere nei personalismi, nelle idiosincrasie, e interpretare la semantica del colore con il dovuto distacco. Così è per Discorso Grigio, lo spettacolo di Fanny & Alexander dedicato all'analisi teatrale della retorica politica.

Il grigio è il colore dell'indistinto, del fumo, dell'opacità. Il grigio è il colore spurio per eccellenza, il colore del torbido quotidiano, della prassi ripetitiva. Grigio è l'ordinario. La scelta di questo colore per connotare il politico in genere risponde, credo, ad una scelta precisa operata dal gruppo teatrale ravennate.

lunedì 16 dicembre 2013

Il costo del profitto. Da Ravenna a Prato

Un filo rosso accomuna la tragedia del 1987 nei cantieri Mecnavi di Ravenna, nella quale morirono 13 operai e quella dello scorso primo dicembre, a Prato, quando si è scatenato un incendio che ha fatto 7 morti. Questo filo rosso è la logica del profitto, che non comprende le ragioni della "nuda vita".

Qui l'intervento completo sul blog collettivo Pequod

lunedì 8 luglio 2013

Costruire se stessi. Una riflessione sulle reti sociali a partire da Foucault

Facciamoci tentare da un'analogia. Lasciamo che siano i due termini accostati a chiarirsi l'uno con l'altro: da un lato la riflessione filosofica di Foucault, dall'altro le reti sociali e le comunità digitali. Cerchiamo di capire come il primo termine spieghi il secondo e, viceversa, come il secondo verifichi il primo. La posta in gioco filosofica è la costituzione del soggetto.

Foucault ha dedicato tutta la sua vita allo studio della genealogia del soggetto. Ha smascherato il falso protagonismo della nozione di “soggetto” rivelandoci come esso sia sempre un risultato, un divenuto e mai un punto di partenza, con buona pace degli esistenzialisti e degli umanisti.

Qui l'articolo completo, scritto per il Pequod.

giovedì 5 luglio 2012

Intervista a Gian Franco Andraghetti


[Gian Franco Andraghetti ha pubblicato da non troppo tempo due libri destinati a rimanere dei modelli imprescindibili per la produzione storico-topografica della città di Ravenna: Aquae condunt urbes (Media News, 2007) e Odo nomi far festa (Edizioni Moderna, 2010).
Grazie al suo lavoro decennale, possiamo percorrere con queste pagine la storia della città, leggendola attraverso le sue strade, i corsi abbandonati dei suoi fiumi, gli aneddoti sconosciuti sui suoi palazzi.
È da più di un anno che leggo e rileggo queste piccole enciclopedie e ancora non esauriscono il loro fascino. Mi sono deciso a parlarne con l'autore, finalmente: a casa sua, davanti ad una mappa spiegata della città.]

Tutte le volte che passo per il nuovo ponte sopraelevato rischio un incidente perché mi viene da voltarmi a guardare verso la città e i suoi campanili: quello di San Giovanni Evangelista, e poco più avanti quello di Santa Maria in Porto. Penso sempre a come doveva essere per un viaggiatore antico arrivare a Ravenna dal mare, percorrere i suoi corsi d'acqua o per il cittadino seguire la curva del Montone subito fuori le sue mura.

giovedì 9 febbraio 2012

Qualche pensiero sul postmodernismo. Parte prima.


Tra le varie immagini dell'ultimo film di Sorrentino, This must be the place, ce n'è una che, a distanza di ormai qualche mese, ricordiamo di una rara forza espressiva. Il rocker fallito, simbolo dell'immobilismo musicale degli ultimi anni, maschera di se stesso, è alla ricerca dell'aguzzino nazista del padre. Riesce a rintracciarlo, ormai più che ottuagenario, dentro un caravan, solo nel bel mezzo della Siberia.

Faccia a faccia con l'orrore, Cheyenne porta la mano alla tasca; ci aspettiamo che tiri fuori un'arma, per farla finita col passato e completare una volta per tutte la vendetta. Ma ecco che invece dalla tasca emerge una macchina fotografica, l'avvicina al viso del gerarca, e il flash fa le veci dello sparo. Un passato immortalato per sempre dal semplice gesto del rocker, invece di essere distrutto come merita.

giovedì 26 gennaio 2012

Crainz e il partitismo. Pensieri attorno a "Il paese mancato"




"Questo popolo di santi, di poeti, di navigatori, di nipoti e di cognati..."

Ennio Flaiano, Diario Notturno, 1951


Si ha come l'impressione che qualsiasi analisi storica, politica o sociologica sugli ultimi cinquant'anni del nostro paese, quale che sia la sua tesi o la sua posizione, non possa fare a meno di includere la riflessione di Pasolini.  
È un'impressione inquietante: la lucidità di Pasolini, da bussola sembra quasi diventare percorso obbligato, necessario – e non si capisce se la colpa sia nostra, della nostra mancanza di acume, oppure sia della storia che non vuole passare. È come se questo paese non voglia o non possa cambiare.
Questo almeno suggerisce la lettura di un libro fondamentale, Il paese mancato di Guido Crainz (Donzelli editore, Roma, 2003): dopo avere attraversato i fatti, le voci, la cultura italiana dal 1962 al 1992, l'ultimo capitolo (intitolato “La catastrofe”) si chiude così:

È forse necessario chiedersi se in questo percorso il Palazzo e parti significative del paese non si siano in realtà avvicinate, con quei tratti che Pasolini aveva delineato: lo spregio delle regole, il crescente disinteresse per i valori collettivi, un privilegiamento dell'affermazione individuale e di un gruppo che considera le norme un impaccio (e tratta chi le difende come un nemico da sconfiggere o da corrompere).”

domenica 11 settembre 2011

Italianità. Una riflessione


Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono.”

Giorgio Gaber


Non mi ricordo con precisione chi – forse Corrado Augias – né quale occasione ha dato origine a questo discorso, ma la sua sostanza m'è rimasta bene in mente e riecheggia ogni volta che rifletto sul significato di questi 150 anni dall'unità d'Italia.


Rispetto agli altri anniversari dell'Unità della nostra nazione, quello del 1911 e quello del '61, il nostro avviene nel periodo storico di gran lunga più squallido e meno felice.”


Il discorso continuava facendo paragoni: da una parte la belle époque spensierata e ancora lontana dalle atrocità dei conflitti, una classe politica solida, conquiste coloniali alle porte, avanguardie letterarie musicali e artistiche riconosciute in tutto il mondo; dall'altra il boom economico, un paese che rinasce e che si sente finalmente competitivo, nel pieno delle sue possibilità, prodotti italiani che fanno la storia del design, la dolce vita, l'autostrada del Sole, il miracolo.

E oggi? Frammentazione politica e crisi economica, la classe dirigente più squallida e corrotta della nostra storia, sfiducia nelle istituzioni, studenti in fuga, un paese ignorante e arretrato, fermo, artisticamente e tecnologicamente, da vent'anni. Altroché magnifiche sorti e progressive.

[Sto semplificando, ovviamente. Non c'è mai stata un'età dell'oro, né mai ci sarà.]

C'è chi ha voluto festeggiare ugualmente il centocinquantenario, dimenticando quella che a un'analisi più approfondita spesso si rivela retorica o falso patriottismo, e appendendo il tricolore alle finestre come per convincersi che, nonostante tutto, si può almeno sperare in una rinascita collettiva.

Pensiamo al successo che hanno avuto quest'anno le svariate pubblicazioni, narrative e non, riguardo a questo tema. Libri neo-epici sul Risorgimento, sceneggiati televisivi, conferenze; purtroppo gli sforzi per avvicinare il grande pubblico alla storia dell'Unità non hanno potuto sollevare la cortina di vecchiezza e distanza che li separa da noi. La storia dell'Unità d'Italia, oltre ad essere per molti aspetti controversa e critica, rimane per di più lontana, polverosa – argomento scolastico che non infiamma animi né coscienze.

Credo che occorra riflettere in modo più approfondito sulla nostra italianità, sul suo significato e sulle sue caratteristiche. Commemorazioni e mattoni storici non possono aiutarci molto in questa direzione, proprio oggi che quasi un terzo degli italiani ha deciso di “far parte per sé stessi”, almeno spiritualmente; e per quanto disgusto possiamo provare verso certe retoriche campanilistiche e bigotte, dobbiamo prendere atto di questa l'anomalia italiana. Nessun altro paese europeo ha attraversato una crisi così profonda, una revisione e un rifiuto così esacerbati della propria genesi.

Esiste qualcosa in grado di unire questo paese? La domanda, posta in questi termini, è difficile da affrontare: cerchiamo un sentimento, un oggetto, una storia, una lingua? E, una volta determinato, come spiegare razionalmente questo potere coesivo?

Un tentativo interessante, ma parziale, l'ho trovato in un libro, Italianità a cura di Giulio Iacchetti. Si tratta di un nostalgico elenco di oggetti o simboli italiani che hanno segnato la nostra coscienza e il nostro modo di vivere, e che in un qualche modo uniscono questo paese. Il gusto e l'ironia con le quali sono stati selezionati e descritti aggiunge valore alla pubblicazione, già di per sé graficamente ineccepibile.

La Moka Bialetti, il cane a sei zampe dell'Agip, l'Apecar e la Vespa, la Graziella, la Settimana Enigmistica, la Festa dell'Unità, la T dei tabacchi, le case cantoniere, solo per citarne alcuni; sono elementi che effettivamente si possono ritrovare in tutta Italia e che definiscono il nostro immaginario anche nei paesi esteri.

Certo, il libro non ha nessun intento teorico: non si tratta di fondare la coesione nazionale basandosi su degli oggetti, sarebbe impossibile. Non è questo ciò che mi turba. Si può al massimo sollevare qualche dubbio sul fatto che gli oggetti selezionati appartengono alla storia di determinate generazioni, indicativamente quelle nate e cresciute durante il miracolo dei Sessanta, ma sarebbero considerazioni oziose.

Ciò che è davvero indicativo di un'anomalia italiana è mostrato semplicemente dall'esistenza di una pubblicazione di questo genere: quale altro paese al mondo sentirebbe la necessità di ricercare la propria coscienza collettiva in una serie di oggetti o marche famosi in tutto il mondo? Il sentimento di perdita, di frammentazione si può dedurre dalla nostalgia con la quale gli oggetti sono descritti, dei racconti bei tempi andati, della fiabesca infanzia nazionale interrotta dal disagio di un oggi che non riusciamo ancora ad accettare.

Disagio che viene colto anche da Roberto Esposito, nel suo recentissimo Pensiero vivente, edito da Einaudi, ma che, nella profondità teorica delle sue pagine, viene rovesciato in un possibile punto di forza.

Esposito cerca di tracciare un itinerario comune unendo varie figure del panorama intellettuale italiano, partendo indicativamente dall'esperienza dell'Umanesimo fino ad arrivare alle più recenti elaborazioni filosofico-politiche nate dalla riflessione sul biopotere inaugurata da Foucault.

Si tratta di mettere assieme i pezzi della storia del pensiero italiano in un quadro teoretico sistematico e strutturato, che metta in evidenza le particolarità legate al nostro territorio – spesso nel libro si parla di geofilosofia – i punti di forza e gli eventuali limiti di una filosofia, quella italiana, che sembra oggi avere una grande fortuna, soprattutto all'estero.

Innanzitutto: è possibile assegnare alla filosofia limiti territoriali? Come può un pensiero avere dei confini? Esposito scrive che: 


(...) pare innegabile una qualche connessione tra filosofia e territorio, intendo per quest'ultimo non tanto uno spazio geograficamente determinato (…) ma piuttosto un insieme di caratteristiche ambientali, linguistiche e tonali, che rimandano a una modalità specifica e inconfondibile rispetto ad altri stili di pensiero.” [pag. 14]


L'operazione davvero interessante di Esposito sta nel rilevare proprio nell'anomalia italiana, nella frammentazione politica, nel conflitto sociale, nel senso di non-appartenza, il punto di forza della nostra filosofia, ciò che la distingue dalle altre correnti europee forse più strutturate e solide, ma incapaci di dare una chiave di lettura ontologicamente forte in un momento di crisi globale.


(...) il carattere più intensamente geofilosofico della cultura italiana sta in una terra che non coincide con la nazione e che anzi si costituisce, per una lunghissima fase, nella sua assenza. (…) Essa [la filosofia italiana] nasce in una situazione di decentramento e di frammentazione politica ben lontana dalla realtà (…) dell'unificazione. [pag. 20]


In definitiva, seguendo la tesi di Esposito, è proprio la mancanza di uno Stato forte ad avere segnato, e nel bene e nel male, il pensiero italiano, marcando, allo stesso tempo, la distanza rispetto alla filosofia europea della modernità.

Laddove la riflessione filosofica europea, dopo avere troncato i legami con la sua origine profonda, radicata nella vita, si attorcigliava su se stessa alla ricerca di un fondamento ontologico dell'individuo, dello Stato, della religione, in Italia i pensatori accettavano la caoticità dell'esistente, stringevano sempre più i legami con la vita, sporcando, per dirla con Bodei, il pensiero teoretico, forzandone i limiti, costringendolo a utilizzare un lessico non esclusivo ma di volta in volta frammisto di poeticità, storia, politica.

Da qui le caratteristiche peculiari del pensiero italiano, sintetizzate da Esposito in quattro paradigmi che si rincorrono per tutto il libro, fornendo le chiavi di lettura privilegiate per i pensatori analizzati: l'attualità dell'originario, ovvero la vicinanza della filosofia italiana alla sua origine, alla vita, ai corpi; l'immanentizzazione dell'antagonismo, ovvero l'apertura al conflitto, alla caoticità, esemplificata dal realismo politico di Machiavelli, il primo a intuire l'ordine e la necessità del conflitto politico; la storicizzazione del non storico, ovvero la dialettica tra origine della storia e la storia stessa, storico e a-storico, colta dall'opera di Vico, secondo il quale l'origine animale dell'uomo non può venire cancellata dalla storia, ma è destinata a riemergere in modo catastrofico, secondo la sua teoria dei “ricorsi”; infine, la mondanizzazione del soggetto, ovvero una filosofia dell'impersonale, slegata dal concetto di individuo, che viene concepito come prodotto di una communitas civile, paradigma inaugurato dal pensiero di Bruno.

Questo volendo semplificare. In realtà il discorso è molto più articolato, attraversa svariati autori, alcuni poco conosciuti (Spaventa, Cuoco, De Sanctis), altri invece protagonisti della nostra storia civile, oltre che filosofica (Gentile, Croce, Gramsci, Pasolini), arrivando fino ai giorni nostri (Vattimo, Cacciari e Agamben su tutti).

Benché ci siano da rilevare alcune criticità (ad esempio, gli ultimi capitoli paiono meno curati e chiari, come attraversati da una fretta che rende il periodare più oscuro e impreciso per i non-iniziati), il nucleo della tesi resta valido e non può che rincuorare e inquietare allo stesso tempo.

Se è vero che la particolarità dalla filosofia italiana e i suoi punti di forza discendono dall'atavica frammentazione politica del nostro territorio, dal senso di non-appartenenza, cosa possiamo rispondere a chi vuole acuire, politicamente o meno, questo conflitto? Non si rischia di porgere il fianco alle pretese di autonomia a di federalismo?

E ancora: è possibile fondare l'unità, filosofica e non, di un paese proprio sul senso di non appartenenza allo stesso? [Spero di avere giustificato adesso la facile citazione iniziale di Gaber.]

Per quanto riguarda la prima osservazione, va detto che Esposito parla sempre di territorio, mai di nazione. Il pensiero è del e nel territorio, ma si costituisce attraverso un incessante processo di rottura dei confini e rientro, di “oscillazione tra interno ed esterno” [pag. 16]. Nessun pericolo di campanilismo; anzi, piuttosto un ripensamento integrale del concetto di territorio e geografia. Il pensiero deve sempre uscire dai confini entro i quali è nato per crescere e per testare la sua validità: quanto di più lontano si possa immaginare dal becero isolazionismo di oggigiorno.

Alla seconda questione non so rispondere. É indubbio che il punto di forza della nostra filosofia consista in questa mancanza di unità, all'apertura al caos, al conflitto, a quanto, in sostanza, di più lontano si possa immaginare dalla stabilità hobbesiana degli Stati-nazione. Non lo so.

Forse, sembra suggerirci la lettura, non saremo mai un paese come gli altri. Forse questo sarà l'ultimo squallido capitolo di una storia sbagliata prima di una nuova rinascita. Ma è comunque bello pensare che, al di là di retoriche patriottiche improbabili e grandiosità epiche inesistenti, si sia finalmente inaugurata una riflessione filosofica sull'italianità profonda e, spero, feconda.

Scrive Cuoco che: 

(...) le epoche della grandezza politica di tutte le nazioni sono quelle stesse della loro grandezza filosofica. La prima forza è la mente; debole è sempre il braccio di colui che non ne ha, o crede di non averne.”

lunedì 25 luglio 2011

Tracce di Derrida e residui di fantasmi

 
Sol chi non lascia eredità d'affetti | poca gioia ha dell'urna



Nessuno di noi vive in eterno. Il nostro tempo vitale è una parentesi: possiamo muoverci restando all'interno dei suoi limiti, ma non possiamo superarli. Questa limitatezza provoca angoscia: è in fondo il grande tema del ritorno al nulla, che ha attraversato come una presenza spettrale il panorama filosofico occidentale fin dalle sue origini.

Basta pensare a Platone, che nel passo più famoso del Simposio affronta proprio la questione della mortalità dell'essere umano e della sua possibile “prevenzione” ad opera dell'Amore, affidandola alle parole della sacerdotessa Diotima.

Tutti gli uomini concepiscono e secondo il corpo e secondo lo spirito; e giunti a una certa età, la nostra natura sente il desiderio di procreare. Ma procreare nel brutto non può: può soltanto nel bello. Così, l'accoppiamento dell'uomo e della donna è procreazione. Ed è veramente cosa divina, questa; e nella creatura che ha vita mortale c'è questo d'immortale, il concepimento e la generazione.” [206c]

(...) la natura immortale cerca, per quanto può, di divenire eterna e immortale. E può riuscirvi solo per questa via, la via della generazione, perché essa lascia sempre dietro sé un altro essere nuovo in luogo del vecchio.” [207d]

E ancora:

(...) ché in tal modo si conserva tutto ciò che è mortale: non col restare sempre assolutamente identico, come il divino, ma in quanto quel che invecchia vien meno lasciando al suo posto un'altra copia, giovane, di sé stesso.” [208b]

Secondo Platone dunque si può effettivamente pervenire a una forma di “immortalità mediata” o biologicamente, se si è fecondi nel corpo, o intellettualmente, se si è fecondi nell'anima, attraverso la produzione intellettuale. È questo, banalizzando, il significato del Simposio: Amore è ricerca di immortalità attraverso la produzione del bello, sia essa fisica, sia essa intellettuale.

Risposta simile, pur provenendo da un orizzonte semantico del tutto diverso, è quella di Derrida, che nel suo lavoro De la grammatologie (1967) individua nella traccia un elemento fondamentale della sua filosofia.

Prodotta dalla nostra vita, la traccia è capace di allargare, seppur fittiziamente, quelle parentesi e di elevare il nostro statuto ontologico a un livello più alto, capace di resistere al tempo più del nostro corpo. Come singoli individui, come persone irripetibili siamo destinati a scomparire, ma avremmo raggiunto un sorta di “immortalità mediata” attraverso le nostre opere, purché esse lascino una traccia. Riecheggia il discorso di Diotima: i “figli più belli e più immortali” [209d] sono le opere d'ingegno.

La traccia è dunque un documento che lasciamo della nostra vita, che attesta la nostra fuoriuscita dal nulla, nostro significante. La traccia è ciò che resiste al tempo, è un link orientato al futuro che preserva la nostra memoria.

Paradossalmente quindi, si potrebbe dire che la traccia è più viva di noi, poiché, una volta scomparsi, resterà essa a testimoniare per noi (il sepolcro è la traccia per eccellenza). In un certo senso si potrebbe concludere, con Derrida, dicendo che vivere significa lasciar tracce.

Ancora una volta le buone idee ritornano a galla, diventando attuali invece di invecchiare. Ci sembra infatti che la frenesia del nostro tempo sia quella di documentare. Tutto va scritto, filmato, salvato affinché possa esistere. A pensarci bene anche la babelica Internet potrebbe essere considerata come una sorta di traccia sovra-individuale, invisibile e impalpabile, che testimonia della vita dei suoi utenti.

Le capacità informatiche di immissione e conservazione dei dati hanno implementato enormemente le possibilità di lasciare una traccia, resuscitando il pensiero di Derrida e scaraventandolo nell'oggi. Tutto (dai libri, alle immagini in movimento) può essere scritto in caratteri informatici e conservato a tempo indeterminato sul server di qualsiasi computer.

Ci chiediamo se, grazie ad innovazioni tecnologiche fino a pochi anni fa impensabili – basti citare il cloud computing – la tendenza non si sia a tal punto diffusa da invertirsi. In altre parole, se per Derrida vivere significa lasciare tracce, non è forse diventato più vero che oggi lasciar tracce significa vivere?

Prima di azzardare una risposta all'interrogativo, a prima vista ozioso, approfondiamo ulteriormente la questione.

Tocchiamo qui con mano un nodo a nostro parere fondamentale del nostro tempo: la perdita di senso dell'esperienza reale. La concretezza non è più un dato esistenziale forte, non è più sicurezza né qualità: è un ostacolo da aggirare. Oggi la traccia sta perdendo concretezza materiale per acquisire una nuova concretezza ontologica che passa per la sua stessa smaterializzazione.

Non è importante che l'oggetto (o il soggetto, adesso non importa) esista materialmente: importa invece la sua esistenza potenziale (o virtuale, se conserviamo di questo aggettivo l'etimologia corretta).

L'impressione è quella di una frenesia collettiva alla documentazione, ad una pulsione inesausta alla virtualizzazione dell'esperienza concreta.

D'altronde, se la traccia ha deposto l'ormai vetusta abitudine alla concretezza (l'immagine non può che essere quella di una biblioteca di borgesiana memoria, uno spazio immenso e polveroso contenente le storie di tutti) per farsi agile componente informatica, pen-drive, cloud-computing, la spiegazione fenomenologica di questa frenesia alla documentazione si può spiegare senza ulteriore spreco di fiato.

Oggi, paradossalmente, per lasciare tracce occorre smaterializzare l'esistente: nulla di più, nulla di meno. A ciò sovrapponiamo il fatto che l'istinto umano è un istinto alla conservazione. Non stupisce quindi questa frenesia; la traccia passa dalla smaterializzazione dell'esistente perché la tecnologia è andata in quella direzione. Nessun cambiamento antropologico, nessuna critica culturale.

Tutto ciò è vero, ma rimane qualche dubbio. L'interrogativo che ci eravamo posti partiva dal rovesciamento provocatorio dell'asserzione derridiana: lasciar tracce significa vivere?

Ora, posta la domanda in questi termini, la nostra risposta non può che essere negativa. La vita è una condizione necessaria all'esistenza della traccia, è vero. Senza vita non c'è traccia. Ma non si può invertire l'ordine, rendendo traccia condizione sufficiente alla vita, pena la confusione tra traccia e residuo.

Definiamo residuo una traccia che manca di significato. Residuo è una testimonianza che manca di significazione, un balbettio vuoto, una lallazione infantile resa inservibile a chiunque in futuro voglia ricreare un collegamento con la nostra vita. La traccia è diventata paradossalmente residuo per la sovrapproduzione di documenti.

Di carattere residuale è infatti la maggioranza delle tracce che vengono immesse e salvate sulla Rete. Esse non significano niente, non testimoniano nulla che possa aiutare a ricostruire una semantica della nostra esistenza. Esse attestano invece una più bassa attrattiva di spettacolarizzazione dell'evento.

Ogni più insignificante particolare della vita quotidiana aspira allo status di traccia. Non solo: questa sovrapproduzione di non-tracce residuali sembra fomentare un dubbio molto più sottile – nonché deviante: se manca di documentazione l'evento non è mai esistito.

Si possono forse ravvisare la cause di questo fenomeno nella facilità e nella gratuità che oggi permettono la creazione di non-tracce residuali. Smaterializzare la propria vita, le esperienze fatte, le amicizie, in un fenomeno di ricostruzione pressoché integrale della propria esistenza in scala 1:1, smaterializzare in ultima analisi la propria persona per salvarla dal tempo è oggi del tutto gratuito. Ma, come spesso accade per le cose gratuite, è del tutto superfluo.

Derrida aveva anticipato anche questo: “Je crois que aujourd'hui, tout le développement de la technologie et de la télécommunication, au lieu de restreindre l'espace des fantômes, comme on pourrait penser (…), décuple le pouvoir et le rétour des fantômes.”

Smaterializzandoci siamo costretti, in parte, a divenire fantasmi.

venerdì 17 settembre 2010

Cosa significa riappropriarsi della geografia. Per una geografia personale.


A Eleonora Cara

Spazio e tempo: le due dimensioni in cui siamo costretti a vivere.
Che siano imprescindibili per la nostra conoscenza l’aveva intuito Kant; che siano relative ce l’ha spiegato Einstein.


Dopo quasi un millennio di pagine e parole spese su questi due strani concetti, cosa potere aggiungere senza risultare banali o, ancor peggio, passati?


Partiamo da Heidegger e dalla sua opera più importante, Sein und Zeit (Essere e Tempo) che, secondo Vattimo, può anche venire chiamata Essere è Tempo.


La dimensione temporale della persona, il suo essere finita e transeunte, destinata alla morte per sua stessa costituzione ontologica (Sein zum Tode) è la condizione specifica della vita umana, e per questo più importante. L’essere non è mai fermo, diviene; e il divenire sfocia ineluttabilmente nel non-essere. Occorre dunque, secondo Heidegger, caricarsi sulle spalle il proprio destino, uguale per tutti e al di fuori della possibilità di una scelta, e vivere tenendo conto della nostra temporalità.


L’essere è tempo, si compie in esso, non può sussisterne al di fuori: l’uomo è tenuto ad appropriarsi del tempo, della sua attualità per capirsi, innanzitutto, e per farne parte.
La grande lezione è, secondo noi, questa: interessarsi al proprio tempo perché in esso e per esso siamo noi stessi.


Si può applicare la stessa tesi allo spazio? Si può e si deve.


Non solo il tempo ci condiziona e ci rende quello che siamo: anche lo spazio ha un ruolo importante nel definirci e nel renderci noi stessi.


Come tutti sappiamo (e non possiamo fare a meno di notare), di là di ogni generalizzazione o semplificazione, esistono caratteri temporali (Zeitgeist), che contraddistinguono un’epoca; allo stesso modo esistono caratteri spaziali che marcano un luogo (Raumgeist?) e la sua storia.


Se il tempo ci condiziona per se stesso, lo spazio ci condiziona attraverso luoghi.

C’è tuttavia una grande differenza: astrattamente il tempo è uguale per tutti (inteso come susseguirsi di attimi e compiersi d’azioni); diversamente lo spazio, che per noi non significa nulla in astratto.


Lo spazio è personale, accompagna concretamente la vita di una persona sottoforma dei luoghi nei quali essa è cresciuta ed ha vissuto. Crediamo si possa, in questo caso, parlare di una “geografia personale” che condiziona la vita di ognuno di noi, in un curioso comporsi e ricomporsi di eventi passati e luoghi.

Riconoscere l’importanza di una geografia personale è capitale per la formazione dell’individuo.

Siamo quello che siamo non solo per quello che abbiamo passato, ma anche per dove lo abbiamo passato.


I nostri pensieri, le nostre preferenze, i gusti, le paure, il carattere; in una parola, la nostra psiche è stata plasmata dei luoghi della nostra vita, delle persone che li hanno abitati, dagli oggetti che li hanno occupati, dalla natura che li ha resi come sono.


Si è già parlato di psicogeografia, ovvero dell’azione che l’ambiente circostante (lo spazio) opera sul nostro pensiero, invero senza troppo successo: forse il nostro sapere è ancora immaturo per capire se e come occorra parlare di questa influenza della natura sull’uomo.


D’altronde, se lo spazio cambia e forgia il nostro corpo, perché mai non dovrebbe cambiare anche il nostro pensiero? La nostra pelle, il colore degli occhi, gli zigomi, i nostri fenotipi cambiano secondo le condizioni ambientali che caratterizzano il nostro spazio.


Perfino la nostra lingua, il marchio che ci (contrad)distingue dagli altri animali cambia al variare dello spazio: lessico, fonetica, sintassi e semantica sono molto più sensibili allo spazio che non al tempo. Basti pensare che l’italiano che usiamo oggi non è poi troppo diverso da quello di Dante, mentre basta allontanarsi di qualche chilometro per non riuscire più a capire una parola del dialetto locale.


E il linguaggio non è forse immagazzinato nel nostro cervello, non è forse componente fondante del nostro pensiero? Si può concludere che il nostro modo di pensare non è solamente frutto del tempo in cui viviamo, ma anche del luogo che abitiamo; che ogni uomo sarà figlio del suo tempo, è vero, ma anche del suo spazio.


Capire noi stessi appropriandoci di una nostra geografia è compito più che mai attuale e complicato, proprio adesso che la storia sembra dirigersi verso una progressiva perdita di senso e significato geografico.


Senza rendercene conto e senza poter comprendere appieno questo processo siamo diventati uomini a una dimensione. Viviamo in funzione del tempo, che oggi è diventato la dimensione esistenziale per antonomasia: la tecnologia esiste anche e soprattutto per farci risparmiare tempo prezioso; i trasporti devono essere più efficienti, quindi più veloci; la comunicazione farsi più efficace, quindi più rapida.


Questo a discapito dello spazio, che si è come contratto, perdendo il suo significato. Lo spazio oggi è qualcosa da occupare, da superare o da ammirare, a seconda della sua espressione: ora spazio abitativo, ora spazio puramente geografico, ora spazio naturale.


In passato lo spazio era carico di un significato più profondo, che ricordava all’uomo della sua dimensione finita e limitata: era lo spazio invalicabile, lo spazio del viaggio, che differenziava (e perciò stesso valutava) la terra, i costumi, la lingua.


La scomparsa della geografia coincide con la svalutazione del suo significato, e genera una conseguente perdita di sapere.

Sapere che oggi andrebbe ritrovato riappropriandosi di – o forse addirittura ricostruendo – una geografia personale (in quanto non esiste una geografia collettiva se non istituzionalizzata), foriera di valori per ognuno noi, singolarmente preso.


Una geografia più che personale, intima; una geografia che non può essere urlata in piazza, contro un’altra geografia diversa e opposta; una geografia del tutto a-politica, poiché non va costruita a livello della polis, ma a livello dell’anthropos.


Non stupisce, ma piuttosto inquieta, che oggi i movimenti politici più forti facciano leva su un’ideologia vecchia quasi 100 anni quale quella del Blut und Boden per assicurarsi un successo che altrimenti non avrebbero.


Costruire e costruirsi a tavolino una geografia politica posticcia per far presa su una massa dimentica delle proprie radici significa innanzitutto ignorare che la geografia, per avere un qualche senso positivo scevro da campanilismi o, ancor peggio, razzismi e soprattutto per aiutare la formazione dell’individuo deve essere personale, ovvero in fieri.

giovedì 9 settembre 2010

Generazioni a confronto. Devianze da Paolo Nori.


La cornice non era delle migliori per godersi lo spettacolo, ma ci accontentiamo.

Paolo Nori alla festa del PD è un bel regalo, perciò bando a inutili critiche: potrei descrivere gli occhi rapiti dei pochi spettatori per fugare ogni dubbio su interesse o efficacia.

Nori è un incredibile narratore. Qualità rara, rarissima, che non si può coltivare né acquistare col tempo: o c’è, oppure la gente non ascolta, sbadiglia, si perde nei suoi pensieri e chi si è visto, si è visto.

È vero, ci sono e ci saranno sempre ottimi narratori su carta che in pubblico faticano ad esprimersi (famoso il caso di Calvino); non ne faccio una colpa. Ma credo sia innegabile che oggi una delle doti più rare, e perciò stesso, preziose, sia quella di riuscire ad arrivare al pubblico più ampio possibile, domando i mezzi di comunicazione per farsi ascoltare; e, soprattutto, raccontare senza farsi influenzare dal contesto.

La presentazione del nuovo libro, I Malcontenti, a metà strada tra lettura pubblica e recitazione, è filata liscia per una buona oretta, trascinata dall’accento parmigiano buffo e salmodiante di Nori, che racconta come è nato il libro, il punto di vista dei vari personaggi, esperienze realmente accadute, la Bologna in cui vive, i pensieri dei protagonisti, tutto in unico flusso di (in)coscienza in cui reale e fittizio di rafforzano vicendevolmente.

Non voglio raccontare del libro, né della pelata di Nori, né delle persone presenti. Voglio piuttosto parlarvi di un’idea che mi ha colpito più delle altre – anzi, a pensarci bene non so nemmeno se sia sua o di un suo personaggio: e sarebbe importante saperlo, perché gli scrittori non condividono – quasi – mai le idee dei loro esseri di carta.

Il ragionamento è semplice, di carattere generazionale. Come tutti i discorsi sul passare del tempo, affascina il pubblico, poiché sembra innalzare il discorso quotidiano, il meschino evento di tutti i giorni alla dimensione storica, nobilitandone il carattere.

Riporto quasi testualmente:

Chi è nato negli anni ’20 e aveva vent’anni negl’anni ’40, doveva combattere perché servivano braccia per difendere la nazione. Chi è nato negli anni ’30 e aveva vent’anni negl’anni ’50, doveva lavorare, perché c’era da ricostruire la nazione. Chi è nato negli anni ’40 e aveva vent’anni negl’anni ’60, anche lui doveva lavorare perché c’era il boom economico e non si poteva non lavorare. Chi è nato negl’anni ’50 e aveva vent’anni negl’anni ’70, doveva protestare perché il modo in cui era stata ricostruita la nazione non andava più bene. Infine, chi è nato negli anni ’60, e aveva vent’anni negli ’80, non doveva penare per lavorare, ché c’era già lavoro pronto, né protestare, ché tutto andava bene; insomma non doveva romper troppo i maroni. *”

[ * Tutto questo calcolare era inserito in un contesto più ampio, che ho colpevolmente dimenticato di citare: la tesi era che la disperazione non è solo una forza negativa, ma può divenire il motore di miglioramento delle condizioni di vita.]

Perché poi occorra per forza prendere in riferimento i vent’anni di una persona come se fossero quelli i più importanti, non è dato a sapere; ma il discorso è indubbiamente interessante.

Come al solito, ho subito riflesso l’argomento per la mia generazione: chi è nato negli anni ’90, e aveva vent’anni negli anni ’10, come verrà ricordato?

Si tratta qui di cercare di ricostruire un senso di questi ultimi 10-20 anni, compito immane per il motivo stesso che il tempo non è ancora passato, ci è come appiccicato addosso e non possiamo comprenderlo appieno.

Tuttavia si possono isolare delle date importanti, avvenimenti che hanno sicuramente influito sulla vita di tutti i ventenni di oggi.

D’obbligo ricordare la caduta delle Torri Gemelle (“la più grande opera d’arte della Storia”, secondo Stockhausen): eravamo piccoli, è vero, ma non abbastanza da ignorare l’assurda pregnanza storica di quell’avvenimento. Alcuni hanno dapprima scambiato il vero con il fittizio, è pensavano quelle immagini frutto di un regista visionario; questo tuttavia è un epifenomeno collegato alla spettacolarizzazione del mondo (come dimenticare il povero Truman intrappolato nella sua gabbia dorata), e non al movimento della Storia.

Il passaggio dalla lira all’Euro, gli odiosi problemi di aritmetica sul cambio, che venivano impartiti alle elementari per “preparare i ragazzi al futuro” – come se sapere il valore dei soldi assicurasse poi la loro venuta; il numero magico 1.936,27 – e i genitori che ci dicevano semplicemente, “costa tutto il doppio!

L’ascesa di Internet: questa volta davvero troppo esigui i nostri anni per capirla fino in fondo, attestata ai nostri occhi da siti che diventavano sempre più belli e colorati, e dalle prof. dicevano “non scaricate da internet!”, dalla scuola che reinventava un ripostiglio nella caldissima “aula computer” e dalle rapide nonché fallimentari visite a fiato sospeso sui “siti porno”.

Lo scoppio della cosiddetta Seconda guerra del golfo, l’invasione dell’Afghanistan prime e dell’Iraq poi, in quei paesi lontani che occupavano nell’immaginazione dei più spazi desertici e insignificanti. Le facce barbute di Osama bin Laden, di cui ritrovavamo il nome scritto sulle penne a scuola (!) e grugno di Saddam Hussein.

Il dilagare del terrorismo, prima in America, poi in Spagna, quindi in Inghilterra: la paura degli aerei e dei volti intercontinentali; l’angoscia constante della carica esplosiva, il sospetto del diverso, e delle religioni diverse.

Il G8 di Genova, i visi insanguinati, le botte, Giuliani.

La paura per malattie incurabili, pronipoti della pesta nera, che sarebbero arrivate spazzando via l’intera civiltà umana: ora la SARS; ora l’aviaria; ora la suina; ora l’H1N1 – e non arrivavano mai.

La guerra infinita in Israele, il Conflitto per eccellenza, i visi stravolti dei palestinesi dopo il fosforo bianco, i giovani e spaesati ebrei sui carri armati, pronti a far fuoco ai loro compagni di scuola; la morte di Arafat, proprio lui che sembrava non dover morire mai.

Il crollo degli ideali politici, iniziato col Muro e proseguito in Italia con Mani Pulite, o Tangentopoli, versione più complicata e noiosa del Monopoli, almeno per i più piccoli.

L’allarmismo ecologico, l’effetto serra, i CFC, lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento del livello del mare, il catastrofismo del “giorno dopo domani”, l’attesa spasmodica dell’Armageddon finale e le sue innumerevoli testimonianze prima in Umbria, poi in Indonesia, a New Orleans, in Abruzzo e ad Haiti.

I martiri della mafia, Falcone, Borsellino, da una parte; e la schifosa connivenza dei governi, gli intrallazzi, la completa amoralità di ogni partito politico.

La faccia di Berlusconi che da quando abbiamo memoria continua a governare la nostra penisola, come un grande fratello ridanciano e barzellettiere – e l’ascesa della Lega, questi strani esseri verdi e grassi che dicevano parolacce in televisione.

La morte del Papa, i suoi funerali, l’odio quasi istintivo che il povero (si fa per dire) Ratzinger emanava naturalmente e suscitava nel pubblico (“Quel tedesco? Papa?! Oh mi signor!”, citazione a memoria di mia nonna, pia e fedele volontaria a Santa Teresa.)

Obama, il primo presidente americano nero. “Non dura due mesi, gli sparano prima.”

E Veltroni che gli ruba il motto: “Yes we can”. Poi abbiamo capito che da noi non si poteva fare.

E quindi? Quelli nati nel ’90, segnati fin dalla nascita dalle infinite crisi economiche, dal crollo della superpotenza e del sogno americani, dalla morte della politica, dal terrorismo globale, dal precariato?
Quelli che avevano vent’anni negli anni ’10, all’inizio di un secolo nato nero, senza troppe prospettive per il futuro, giovani eppure già disillusi e cinici come cinquantenni, svogliati, convinti dell’inutilità di tutto quello che li circonda, scettici ma privi di domande?

Sembra di vivere la tragicomica seconda caduta d’un redivivo positivismo: la sfiducia per il futuro è la stessa; le stesse certezze di progresso e infinito miglioramento che crollano.

Forse, chi è nato negli anni ’90, e aveva vent’anni negli anni ’10, l’unica cosa che poteva fare, era vivere la propria vita senza troppe illusioni – senza credere in essa.

martedì 8 giugno 2010

Saviano e la presenza

Come ormai saprete, Roberto Saviano è stato chiamato a concludere la quinta edizione del Festival dell’economia di Trento. I temi egli incontri di quest’anno vertevano sull’informazione e sulla sua ricaduta economica nelle scelte quotidiane: mai ospite fu più azzeccato, verrebbe da dire.

Non mi sento in questa sede di commentare le parole e i contenuti della serata; quelli li potete ascoltare direttamente con le vostre orecchie su questo link, e si commentano da soli.

Mi piacerebbe piuttosto addentrarmi in breve su un tema, apparentemente secondario e secondo me poco compreso, ma di capitale importanza per capire appieno la figura di Saviano, al di là di tutto quello che è stato detto sulla sua eroica lotta alla mafia e sul suo impegno civile – argomenti immensi e nobili, ben inteso, ma che non mi sento di trattare.

Il tema è quello della presenza.

“Perché così tanta gente fuori del teatro?” “Come è possibile che uno scrittore attiri enormi masse di spettatori e lettori, nonostante sia spesso – ma non abbastanza – presente sulle nostre televisioni?”
“Perché non lasciare parlare le sue parole, come per tutti gli altri?” “Ci sono ragioni plausibili per questo successo che non siano direttamente riconducibili all’eco mediatica?”

Queste sono le domande che mi rimbalzavano in testa prima di entrare nell’Auditorium S. Chiara di Trento. Attorno a me tutti ugualmente grondanti di sudore: studentesse smaltate amoreggianti; cinquantenni panciuti aggrappati alle transenne; i soliti ex-sessantottini logorroici e strapolemici; attorno a me tutti ugualmente parlano di mafia; discutono di politica; si emozionano al solo pensiero di poter vedere il loro eroe, Roberto Saviano.

Solo un anno fa avrei bollato questo sensazionalismo come moda o eco mediatica, e in ogni caso ne avrei dato una connotazione principalmente negativa, come spesso mi capita per gli avvenimenti di massa. La gente – avrei detto – non ascolta nemmeno le parole di Saviano, non ha letto i suoi libri, non capisce la sua terribile situazione, lo segue così come le ragazzine seguono le boy band. Moda. Evento mediatico. Apparenza.

Mi sono ricreduto. Non è così, o almeno, non è semplicemente così.

È vero, Saviano è diventato un’icona; non posso che dar ragione a chi attacca lo scrittore sfoderando l’arma della popolarità. E, altrettanto vero, il processo di iconizzazione ha i suoi svantaggi. La figura tende ad appiattirsi o ad astrarsi dal mondo. Spesso la popolarità fa nascere dicerie, genera odii e diffamazioni, incontra la diffidenza della classe colta. Ancora più spesso iconizzazione è sinonimo di fossilizzazione e, di conseguenza, d’incisività.

È vero, Saviano è diventato un’icona, e deve sopportare gli svantaggi della sua situazione (perdita della privacy, massificazione del messaggio, manifestazioni estreme d’affetto e disprezzo, ambienti spettacolari).
Ma qualcosa nel meccanismo spettacolare si è inceppato.

Come ha ammesso anche lo stesso scrittore, la sua visibilità iconica è diventata la sua salvezza.

Ho capito appieno il significato di questa frase, di primo acchìto totalmente illogica, solo durante l’incontro del 6 Giugno scorso.

Sono seduto nella sala gremita. Si spengono le luci. 900 persone ammutoliscono.
Gli attimi precedenti alla sua entrata si permeano di un silenzio sacrale. Un silenzio quasi assoluto, impossibile nel 2010, improbabile tra quella massa vocicchiante, implausibile per tutte quelle macchine fotografiche digitali ronzanti.

Eppure, come prima di una liturgia, il silenzio acquista un valore diverso: è più che rispetto, più che ex voto ad una celebrità. È un silenzio di comunione, palpitante e vivo.

Difficile non cadere nella retorica, quando si parla di presenza.

Saviano, sacrificando la sua vita, ha acquistato proprio questo: la presenza.

Come scrive Walter Siti nella prefazione all’ultimo lavoro di Roberto, La parola contro la camorra, la presenza è quel carisma che penetra in ogni gesto, in ogni sguardo, in ogni pausa dell’oratore, capace di magnetizzare occhi e orecchie dell’ascoltatore: è “la situazione aurea del narratore”.

Benjamin parla di aura in campo artistico. Una vera opera d’arte, se “caricata”, per così dire, da abbastanza sguardi e valorizzata dal contesto, viene avvolta da un’aura particolare, che permette anche ai meno colti di capire che “quella sì, quella è un’opera d’arte, mica come la robaccia di oggi”.

Si potrebbe traslare il concetto di Benjamin sulla persona di Saviano.

La condanna della mafia pesa concretamente sul suo viso, il terribile status di dead man walking infrange lo schermo spettacolare debordiano – una sorta di quarta parete, un po’ come nel teatro – e permette alla sua parola di farsi viva, di risuonare nelle coscienze, di far capire. In altri termini, permette alla sua parola di divenire autorevole.


La particolarità di Saviano è proprio questa: sfruttando il suo status di icona è riuscito ad infrangere il rullo compressore delle notizie, quella sorta di mantra mediatico che non consente allo spettatore medio la comprensione e gli dà solo l’illusione dell’informazione.

Nei telegiornali (di ogni rete, di ogni paese) le notizie s’infrangono l’una dopo l’altra come le onde sulla spiaggia: hanno tutte lo stesso rumore, tutte gli stessi tempi. Il risultato è un frastuono caotico che pian piano diviene rumore di fondo ed ottiene gli stessi risultati del silenzio.

Il messaggio, per eccesso di messaggi, si dissolve.

L’urlo d’aiuto di Saviano ha lacerato questo velo, ha bloccato la pellicola. Ha permesso alle informazioni di arrivare pulite e chiare fino alle nostre orecchie. Ha unificato il paese attorno ai temi più importanti – criminalità e politica, i legami tra esse e le ricadute della loro commistione sulle nostre vite – ed ha informato meglio di quanto abbia mai fatto la televisione.

Come scrive I. B. Cohen, si può misurare il successo di una rivoluzione, nella scienza così come in politica, dalle ostilità che solleva alla sua nascita.

Saviano ha creato una rivoluzione in campo informativo, e lo si può capire dalle critiche e minacce che ha ricevuto: non solo attacchi feroci da mafiosi come Bidognetti o Iovine (comprensibile dato che si sono trovati nell’occhio del ciclone mediatico grazie a Gomorra), ma anche giornalisti - Emilio Fede - e perfino le massime cariche politiche – c’è bisogno di fare il Nome? Berlusconi – hanno diffamato e umiliato lo scrittore con la fetida accusa di sporcare la propria terra. Evidentemente, deve avere arrecato un qualche fastidio al Palazzo.


E questa rivoluzione l’ha pagata al prezzo della sua stessa esistenza. La parola è diventata paradossalmente il suo impegno alla vita.

Parlando da filosofo (!) potrei azzardare che il suo essere si è verbalizzato. La parola, da segno morto, da mero inchiostro si è elevata segno vitale, ad azione.

Mai nella storia del nostro paese si era vissuto qualcosa del genere.

Saviano è forse il primo che ha saputo trarre a vantaggio la sua condanna, che ha saputo massimizzare in positivo gli effetti di iconizzazione, risvegliando coscienze civili prima anestetizzate, grazie alla sua presenza.

Per questo è così importante vedere dal vivo, toccare concretamente il corpo di Saviano; innanzitutto per ricordarci che esiste, che non è l’ennesimo prodotto dello spettacolo; e poi, molto più importante!, per capire che la sua presenza fa ormai parte della sua persona e non dipende dal filtro televisivo.

E che, nonostante ogni delegittimazione, ogni diceria, ogni cattiveria, e perfino in caso di morte, non sarà mai più possibile strappargli la sua presenza.