“Novello
Hermes”, “divin
Prometeo”: questi gli epiteti
più ricorrenti tra i biografi antichi dell'artista di Vinci. Un
Leonardo ambiguo, maestro dei segreti naturali; un mago eretico; una
creatura a contatto con le superne sfere celesti; o anche un Leonardo
che vede il futuro, lo anticipa nel sapere e nelle tecniche; che
indaga la natura con tutto se stesso anche a costo della più
desolante solitudine per il bene del genere umano.
Invece
di rifiutare l'avvicinamento alla divinità in nome di un'impossibile
verità storica, sarebbe forse più adatto cercare in un altro
personaggio del pantheon antico i caratteri autentici di Leonardo. Si
tratta di Proteo, la
divinità sempre cangiante, sfuggente, irriducibile ad ogni
descrizione.
Leonardo
è infatti un groviglio di credenze; e come il dio greco, prende la
forma più consona allo spirito dell'osservatore, si piega secondo
fini e voleri, cambia in continuazione pensiero e qualità. Si perde
nella nebbia fitta della più pura mitografia.
Nessuno
potrà mai penetrare del tutto questo spirito; certamente, ci si
potrà avvicinare sempre meglio al dato storico, con sempre maggiore
distacco critico; ma l'ambiguità del carattere, la confusione del
pensiero vinciano, l'eredità e l'influenza che dobbiamo ai suoi più
prossimi biografi non ci abbandoneranno mai del tutto.
È
con questo approccio, consapevole dei propri limiti e quindi
pluralista, che vogliamo qui analizzare un aspetto preciso dell'opera
di Leonardo, che ritorna più volte in ogni documento e in ogni
descrizione storica: il non-finito.