Spazio e tempo: le due dimensioni in cui siamo costretti a vivere.
Che siano imprescindibili per la nostra conoscenza l’aveva intuito Kant; che siano relative ce l’ha spiegato Einstein.
Dopo quasi un millennio di pagine e parole spese su questi due strani concetti, cosa potere aggiungere senza risultare banali o, ancor peggio, passati?
Partiamo da Heidegger e dalla sua opera più importante, Sein und Zeit (Essere e Tempo) che, secondo Vattimo, può anche venire chiamata Essere è Tempo.
La dimensione temporale della persona, il suo essere finita e transeunte, destinata alla morte per sua stessa costituzione ontologica (Sein zum Tode) è la condizione specifica della vita umana, e per questo più importante. L’essere non è mai fermo, diviene; e il divenire sfocia ineluttabilmente nel non-essere. Occorre dunque, secondo Heidegger, caricarsi sulle spalle il proprio destino, uguale per tutti e al di fuori della possibilità di una scelta, e vivere tenendo conto della nostra temporalità.
L’essere è tempo, si compie in esso, non può sussisterne al di fuori: l’uomo è tenuto ad appropriarsi del tempo, della sua attualità per capirsi, innanzitutto, e per farne parte.
La grande lezione è, secondo noi, questa: interessarsi al proprio tempo perché in esso e per esso siamo noi stessi.
Si può applicare la stessa tesi allo spazio? Si può e si deve.
Non solo il tempo ci condiziona e ci rende quello che siamo: anche lo spazio ha un ruolo importante nel definirci e nel renderci noi stessi.
Come tutti sappiamo (e non possiamo fare a meno di notare), di là di ogni generalizzazione o semplificazione, esistono caratteri temporali (Zeitgeist), che contraddistinguono un’epoca; allo stesso modo esistono caratteri spaziali che marcano un luogo (Raumgeist?) e la sua storia.
Se il tempo ci condiziona per se stesso, lo spazio ci condiziona attraverso luoghi.
C’è tuttavia una grande differenza: astrattamente il tempo è uguale per tutti (inteso come susseguirsi di attimi e compiersi d’azioni); diversamente lo spazio, che per noi non significa nulla in astratto.
Lo spazio è personale, accompagna concretamente la vita di una persona sottoforma dei luoghi nei quali essa è cresciuta ed ha vissuto. Crediamo si possa, in questo caso, parlare di una “geografia personale” che condiziona la vita di ognuno di noi, in un curioso comporsi e ricomporsi di eventi passati e luoghi.
Riconoscere l’importanza di una geografia personale è capitale per la formazione dell’individuo.
Siamo quello che siamo non solo per quello che abbiamo passato, ma anche per dove lo abbiamo passato.
I nostri pensieri, le nostre preferenze, i gusti, le paure, il carattere; in una parola, la nostra psiche è stata plasmata dei luoghi della nostra vita, delle persone che li hanno abitati, dagli oggetti che li hanno occupati, dalla natura che li ha resi come sono.
Si è già parlato di psicogeografia, ovvero dell’azione che l’ambiente circostante (lo spazio) opera sul nostro pensiero, invero senza troppo successo: forse il nostro sapere è ancora immaturo per capire se e come occorra parlare di questa influenza della natura sull’uomo.
D’altronde, se lo spazio cambia e forgia il nostro corpo, perché mai non dovrebbe cambiare anche il nostro pensiero? La nostra pelle, il colore degli occhi, gli zigomi, i nostri fenotipi cambiano secondo le condizioni ambientali che caratterizzano il nostro spazio.
Perfino la nostra lingua, il marchio che ci (contrad)distingue dagli altri animali cambia al variare dello spazio: lessico, fonetica, sintassi e semantica sono molto più sensibili allo spazio che non al tempo. Basti pensare che l’italiano che usiamo oggi non è poi troppo diverso da quello di Dante, mentre basta allontanarsi di qualche chilometro per non riuscire più a capire una parola del dialetto locale.
E il linguaggio non è forse immagazzinato nel nostro cervello, non è forse componente fondante del nostro pensiero? Si può concludere che il nostro modo di pensare non è solamente frutto del tempo in cui viviamo, ma anche del luogo che abitiamo; che ogni uomo sarà figlio del suo tempo, è vero, ma anche del suo spazio.
Capire noi stessi appropriandoci di una nostra geografia è compito più che mai attuale e complicato, proprio adesso che la storia sembra dirigersi verso una progressiva perdita di senso e significato geografico.
Senza rendercene conto e senza poter comprendere appieno questo processo siamo diventati uomini a una dimensione. Viviamo in funzione del tempo, che oggi è diventato la dimensione esistenziale per antonomasia: la tecnologia esiste anche e soprattutto per farci risparmiare tempo prezioso; i trasporti devono essere più efficienti, quindi più veloci; la comunicazione farsi più efficace, quindi più rapida.
Questo a discapito dello spazio, che si è come contratto, perdendo il suo significato. Lo spazio oggi è qualcosa da occupare, da superare o da ammirare, a seconda della sua espressione: ora spazio abitativo, ora spazio puramente geografico, ora spazio naturale.
In passato lo spazio era carico di un significato più profondo, che ricordava all’uomo della sua dimensione finita e limitata: era lo spazio invalicabile, lo spazio del viaggio, che differenziava (e perciò stesso valutava) la terra, i costumi, la lingua.
La scomparsa della geografia coincide con la svalutazione del suo significato, e genera una conseguente perdita di sapere.
Sapere che oggi andrebbe ritrovato riappropriandosi di – o forse addirittura ricostruendo – una geografia personale (in quanto non esiste una geografia collettiva se non istituzionalizzata), foriera di valori per ognuno noi, singolarmente preso.
Una geografia più che personale, intima; una geografia che non può essere urlata in piazza, contro un’altra geografia diversa e opposta; una geografia del tutto a-politica, poiché non va costruita a livello della polis, ma a livello dell’anthropos.
Non stupisce, ma piuttosto inquieta, che oggi i movimenti politici più forti facciano leva su un’ideologia vecchia quasi 100 anni quale quella del Blut und Boden per assicurarsi un successo che altrimenti non avrebbero.
Costruire e costruirsi a tavolino una geografia politica posticcia per far presa su una massa dimentica delle proprie radici significa innanzitutto ignorare che la geografia, per avere un qualche senso positivo scevro da campanilismi o, ancor peggio, razzismi e soprattutto per aiutare la formazione dell’individuo deve essere personale, ovvero in fieri.
“Forse amiamo il posto in cui viviamo solo perché non abbiamo altra soluzione, come in famiglia. Ma dobbiamo scoprire dove e perché amarlo.”
Orhan Pamuk, Istanbul
Dedico questo intervento a Gec, Berna e Rabbo,
teşekkür
Nel suo libro Istanbul, Pamuksi diverte a mischiare ricordi d’infanzia e vita privata con ricordi collettivi e vita cittadina.
Scrivere di una città pone sempre un problema radicale, inevitabile: come non rischiare di confondere i ricordi e le impressioni private con i ricordi e le impressioni pubbliche? Ovvero: come può un individuo solo parlare di un insieme di individui?
Pamuk evita il problema confessando apertamente la sua parzialità nel raccontare la sua vita nella sua Istanbul: gioca e confonde i due piani fino a inglobare la città in se stesso, o viceversa; tanto che, alla fine, non riusciamo a capire se il libro che abbiamo appena finito di leggere è un libro su Istanbul o un libro su Pamuk.
Forse per questo motivo l’autore ha sentito il bisogno di corredare le sue pagine con fotografie della città, come se non volesse che il lettore si dimenticasse che c’è, esiste e vive anche oggi, non solo attraverso la memoria di un suo cittadino.
Pamuk aveva bisogno di uno sguardo infallibile e impietoso come quello di una macchina fotografica per giustificare i suoi scritti, e ha trovato negli scatti di Ara Güler il perfetto contrappunto visivo delle sue parole.
Ed è in particolare una di queste parole usate dallo scrittore che sembra imporsi come chiave d’accesso privilegiata per la comprensione di un’intera città e di un’intera civiltà: hüzün, in italiano tristezza.
Come il lamento del muezzin, la parola si ripete e ritorna per tutto il libro di Pamuk, prende spessore e importanza ogni volta che la s’incontra nella lettura; si appiccica al nome della città turca fino al punto da non poterne più essere divisa.
Hüzün è il sentimento di Istanbul e dei suoi abitanti.
Nasce con la caduta dell’impero ottomano, con la perdita delle ricchezze e con la fine dei tempi dell’oro, dal sentimento di caduta e sconfitta; nasce con il processo di occidentalizzazione voluto da Atatürk che ha tentato di cancellare a forza una cultura non-occidentale, e dal conseguente senso di perdita e spaesamento.
A Istanbul tutto è rimasto a metà, incompiuto, sconfitto; così scrive Pamuk.
Una città rimasta in bilico tra due tradizioni, così come rimane in bilico tra due continenti.
La particolarità, continua Pamuk, è che questa incompiutezza ha dato agli abitanti di Istanbul la possibilità di vedere la propria città ora con occhi orientali ora con occhi occidentali; di vedere allo stesso tempo la miseria dei quartieri più poveri e la bellezza pittoresca delle antichità in rovina; di comprendere la propria miseria ma anche di apprezzare la superba bellezza di una delle città più belle del mondo.
La tristezza (da non intendere, come facciamo noi italiani, in modo del tutto negativo, come un sentimento da cancellare) nasce da questi conflitti e sembra propagarsi in tutta la città, sui visi delle persone, nelle eccezionali fotografie di Ara Güler, nelle stradine di Sultanahmet che scendono verso il Mar di Marmara, disseminate di scheletri di vecchie case ottomane in legno.
Ed io, come visitatore occidentale, cosa ho potuto osservare nella capitale d’oriente? Come posso inserire una città così grande e importante nel mio discorso riguardo alla progressiva perdita di una geografia e di un senso del viaggio?
Credo che, proprio in questi ultimi anni, Istanbul stia vivendo un’ondata di politica e religiosità reazionaria.
La laicizzazione (per quanto discutibile e discussa) di Atatürk e degli anni ’50 e ’60, sembra ormai dimenticata, così come la voglia di occidentalizzazione che in quegli anni dilagava negli ambienti intellettuali.
Oggi Istanbul sembra pendere più verso un Oriente islamico e fortemente conservatore, rispetto che a un Occidente laico e riformatore – per capirci un Occidente Europeo. Questo non è necessariamente un pericolo per noi o un peccato per loro.
Sta di fatto che l’Europa sembra ancora molto lontana da Istanbul.
Questo sbilanciamento permette tuttavia alla città di preservare il suo tono, di non essere del tutto egemonizzata dai turisti e, salvo le solite aree dove la città smette di essere città e diventa colonia (moschee, Gran Bazar, Topkapı), di mantenere una sua forte identità.
La parte sud di Sultanahmet, nei dintorni di Kucük Ayasofia, è di una bellezza sconvolgente: tra quel labirinto di stradine e rovine, il tempo non sembra essere passato dagli anni dell’infanzia di Pamuk: ancora gli stessi ambulanti di frutta che trasportano a mano i loro carretti traboccanti di pesche e albicocche (“Bursa! Bursa!”); le stesse casette di legno, alcune bruciate, altre storte e malmesse; i ruderi antichi che si mischiano con la città (mura teodosiane dentro parcheggi abusivi); gli stessi vecchietti seduti nei bar che sorseggiano tè e discutono in quella lingua incomprensibile.
Lo stesso vale per la zona di Cihangir, un dedalo di vie inerpicate sul colle, piene di scalinate muschiose, di case abbandonate, di gatti randagi miagolanti a decine, su tetti e terrazzi; di negozietti piccolissimi dove, turco a parte, puoi esprimerti solo a gesti; e ad ogni angolo una vista mozzafiato dovunque lo sguardo si posi: verso il Bosforo, la sponda asiatica silenziosa all’orizzonte – verso il Corno d’Oro, la genovese torre di Galata, la città vecchia e i picchi dei suoi minareti.
Tutto questo non si trova a decine di chilometri di distanza dal centro, ma nella zona più ricca della città, subito sotto il quartiere di Beyoğlu e piazza Taskim.
In queste zone convivono ancora passato e presente, nella “bellezza casuale” (secondo Ruskin, sinonimo di pittoresco) dei ruderi, delle tombe e delle case antiche, e ti senti spaesato; ora sembra di trovarsi in pieno centro a Genova; ora sembra un quartiere di Napoli quello che hai davanti; ora una cittadina dei Balcani; ora invece una grande capitale europea, forse Parigi, forse Berlino.
Poi però capisci che non è nessuna di queste città; e lo capisci osservando il tramonto sul Corno d’Oro, spiando la città dall’alto, godendo dei ritmi esatti ed eleganti dei minareti e delle cupole, del ponte di Galata ancora gremito di pescatori e turisti, del Bosforo che scintilla di barche e petroliere.
Tristezza, dice Pamuk. Una tristezza, cifra caratteristica della città, che impedisce agli abitanti di reagire, e si trasmette come un virus.
Forse oggi è tempo per Istanbul di digerire questo sentimento, lasciare che scivoli nella nostalgia per un passato che è tanto remoto quanto dorato, e cercare una nuova strada.
È tempo di imbrigliare le immense forze vitali di questa città e delle sue nuove generazioni per migliorarne le condizioni di vita, attraverso un processo che sì potrà durare anni, e di cui certo non potremo prevedere i corsi, ma che passa sicuramente per una maggiore consapevolezza delle proprie potenzialità e della propria storia.
Dedico questo intervento ad Andrea Bottarel - el xe un vecio Virgilio.
Dov’è Venezia?
Oddio, ci mancavano solo le domande retoriche.
Purtroppo non lo è: a) sarebbe più facile rispondere e b) non avrei sentito la necessità di scrivere questo intervento.
Sfortunatamente per tutti noi, questa è una domanda più che mai attuale ed urgente.
Da tempo ormai Venezia è scomparsa; eclissata dal turismo, appiattita dagli obiettivi, svuotata dalla vita - l’unica cosa che fa sì che una città sia una città vera. Da tempo si è nascosta e non la ritroviamo più.
Molti non se ne accorgono nemmeno, accecati da una bellezza eccessiva, o troppo impegnati a ritrovare la strada per l’albergo senza perdersi.
C’è anche a chi non interessa nemmeno che la città sia scomparsa. Velleità da artisti, fregnacce da effemminati: cosa vuol dire è scomparsa? Gli edifici sono ancora lì, ben saldi; i canali puzzano come sempre; i negri vendono sempre le loro borse falsate ai lati di Canal Grande.
Che è successo?
Ci siamo distratti per pochi anni, non potevamo immaginare che tutto sarebbe stato così veloce.
Lo facevamo solo per l’immagine - e per soldi.
D’altronde era la città turistica per eccellenza, orgoglio italiano, un modello da seguire e da imporre.
Economizzare, economizzare, economizzare.
Ho già accennato a Venezia in altre sedi, al suo progressivo prostituirsi; all’appiattimento dovuto al turismo di massa, a un processo di distruzione lento e costante che rischia di soffocare e atrofizzare alcune delle città più belle del mondo. Non mi voglio ripetere. Si tratta adesso di ritrovare una città che non si vuole far trovare.
La città ha reagito! Si è nascosta, si è spostata. Ritrovarla è diventata un’impresa da esploratori.
Anche dal punto di vista fisico è faticoso; bisogna avere buone gambe e buona pazienza. E, naturalmente, fortuna.
Venezia è un pesce, è vero; nel senso che ti sfugge dalle mani.
L’ho visitata spesso, e non mi ha mai fatto impazzire. Tanta gente, tanta da non riuscire nemmeno a parlare. Meta sempiterna di migliaia e migliaia di scolaresche romagnole, e di lamenti per gradini e camminate forzate; città d’arte e della Biennale, città di moda, città del capriccio; città del lusso e delle star.
Tutto quello che odiavo dello spettacolo si raggrumava lungo le calli e le callette, lungo le salizade e i rii, nei campi e nei campielli, sotto forma di turisti, di negozi luccicanti, di veneziani scorbutici e anestetizzati dal turismo, che parlano dialetto per non farsi capire.
Tutto questo succede ancora oggi.
Come ritrovare la città?
Ecco il grande cambiamento dei nostri tempi. Non ha più senso l’espressione “visitare una città”. O meglio, non ha più senso dirlo per tutte le città. Non puoi, ad esempio, visitare Venezia.
Puoi andare lì a guardarla, ad ammirare gli edifici e le persiani tutte uguali e verdi e scrostate d’umidità, studiare architettura; puoi andare là con la donna, in cerca di tramonti strappalacrime e strappassegni.
Non la vivrai mai.
Hai bisogno di una guida, di qualcuno che è nato là, e ci è cresciuto. Come un inferno dantesco hai bisogno di un Virgilio che ti prenda per mano, e che ti faccia scoprire delle (sempre più) esigue porzioni di terra non ancora conquistata.
Tutto questo è triste: anche solo il fatto di avere bisogno di una guida implica una minorità, segno dei tempi che viviamo, tempi di padri e non tempi di figli.
Questa minorità insegna tuttavia una cosa importantissima, che pochissimi ormai comprendono ancora. Una lezione che riempie di speranza chi la capisce a fondo e marca davvero una distanza incommensurabile tra il turista e il non-turista. Insegna il senso del viaggio a generazioni sempre più disinteressate e annoiate. Insegna a essere felici visitando città straniere.
Riappropriarsi della geografia, portare a casa un pezzo di quella città che andrà a costruirne un’altra, infinitamente più importante. La tua città, che non coincide con la residenza, il domicilio, con il luogo di nascita, con la meta preferita, ma è una somma di tutte queste e di tutte le altre città che abbiamo visitato in vita e che, in un qualche modo, sempre diverso, ci hanno arricchito.
Questa è la cosiddetta città ideale.
Allora capisci che Venezia non è a Venezia, ma a San Michele, un miracolo artificiale; fortezza quadrata lambita dalle onde della laguna; dimensione altra, scandita dal ritmo dei cipressi e delle tombe, e dal risciacquare delle maree contro i leoni di pietra erosi dalla salsedine.
Capisci che Venezia è a Sant’Erasmo, distesa su campi coltivati improbabili e patagonici che si perdono all’orizzonte.
Venezia è dentro le corti difese dai pesanti cancelli di ghisa, e si schiude in piccoli miracoli di marmo e edera, su capitelli dimenticati, in mosaici nascosti dal nero dell’umidità.
Venezia è a Castello, di notte, nel silenzio antico di un silenzio senza macchine e nel frusciare di reti da pesca appese alle porte di casa.
Venezia è nelle colonne del mercato del pesce, sulle incisioni duecentesche di crociati in attesa delle navi per Istanbul.
Venezia è nelle statue sbilenche dei Mori, che sembrano guardarti (quelli che ancora hanno una testa) con immensa melanconia, quasi con spavento, forse pensando ai loro commerci perduti, quando Venezia era la città più potente del mondo, e non correva il rischio di perdersi.
Venezia è nel sapore del baccalà mantecato e delle ombre in osterie dove non si parla l’italiano.
Venezia nelle pietre colorate coi gessetti dei bambini, in campo San Giacomo.
Venezia è nei soldatini dimenticati e polverosi, come Lari di case romane, dentro i muri di calli sperdute.
Venezia è a San Marco - ma solo di notte, quando la città ricomincia a respirare.