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giovedì 9 febbraio 2012

Qualche pensiero sul postmodernismo. Parte prima.


Tra le varie immagini dell'ultimo film di Sorrentino, This must be the place, ce n'è una che, a distanza di ormai qualche mese, ricordiamo di una rara forza espressiva. Il rocker fallito, simbolo dell'immobilismo musicale degli ultimi anni, maschera di se stesso, è alla ricerca dell'aguzzino nazista del padre. Riesce a rintracciarlo, ormai più che ottuagenario, dentro un caravan, solo nel bel mezzo della Siberia.

Faccia a faccia con l'orrore, Cheyenne porta la mano alla tasca; ci aspettiamo che tiri fuori un'arma, per farla finita col passato e completare una volta per tutte la vendetta. Ma ecco che invece dalla tasca emerge una macchina fotografica, l'avvicina al viso del gerarca, e il flash fa le veci dello sparo. Un passato immortalato per sempre dal semplice gesto del rocker, invece di essere distrutto come merita.

lunedì 25 luglio 2011

Tracce di Derrida e residui di fantasmi

 
Sol chi non lascia eredità d'affetti | poca gioia ha dell'urna



Nessuno di noi vive in eterno. Il nostro tempo vitale è una parentesi: possiamo muoverci restando all'interno dei suoi limiti, ma non possiamo superarli. Questa limitatezza provoca angoscia: è in fondo il grande tema del ritorno al nulla, che ha attraversato come una presenza spettrale il panorama filosofico occidentale fin dalle sue origini.

Basta pensare a Platone, che nel passo più famoso del Simposio affronta proprio la questione della mortalità dell'essere umano e della sua possibile “prevenzione” ad opera dell'Amore, affidandola alle parole della sacerdotessa Diotima.

Tutti gli uomini concepiscono e secondo il corpo e secondo lo spirito; e giunti a una certa età, la nostra natura sente il desiderio di procreare. Ma procreare nel brutto non può: può soltanto nel bello. Così, l'accoppiamento dell'uomo e della donna è procreazione. Ed è veramente cosa divina, questa; e nella creatura che ha vita mortale c'è questo d'immortale, il concepimento e la generazione.” [206c]

(...) la natura immortale cerca, per quanto può, di divenire eterna e immortale. E può riuscirvi solo per questa via, la via della generazione, perché essa lascia sempre dietro sé un altro essere nuovo in luogo del vecchio.” [207d]

E ancora:

(...) ché in tal modo si conserva tutto ciò che è mortale: non col restare sempre assolutamente identico, come il divino, ma in quanto quel che invecchia vien meno lasciando al suo posto un'altra copia, giovane, di sé stesso.” [208b]

Secondo Platone dunque si può effettivamente pervenire a una forma di “immortalità mediata” o biologicamente, se si è fecondi nel corpo, o intellettualmente, se si è fecondi nell'anima, attraverso la produzione intellettuale. È questo, banalizzando, il significato del Simposio: Amore è ricerca di immortalità attraverso la produzione del bello, sia essa fisica, sia essa intellettuale.

Risposta simile, pur provenendo da un orizzonte semantico del tutto diverso, è quella di Derrida, che nel suo lavoro De la grammatologie (1967) individua nella traccia un elemento fondamentale della sua filosofia.

Prodotta dalla nostra vita, la traccia è capace di allargare, seppur fittiziamente, quelle parentesi e di elevare il nostro statuto ontologico a un livello più alto, capace di resistere al tempo più del nostro corpo. Come singoli individui, come persone irripetibili siamo destinati a scomparire, ma avremmo raggiunto un sorta di “immortalità mediata” attraverso le nostre opere, purché esse lascino una traccia. Riecheggia il discorso di Diotima: i “figli più belli e più immortali” [209d] sono le opere d'ingegno.

La traccia è dunque un documento che lasciamo della nostra vita, che attesta la nostra fuoriuscita dal nulla, nostro significante. La traccia è ciò che resiste al tempo, è un link orientato al futuro che preserva la nostra memoria.

Paradossalmente quindi, si potrebbe dire che la traccia è più viva di noi, poiché, una volta scomparsi, resterà essa a testimoniare per noi (il sepolcro è la traccia per eccellenza). In un certo senso si potrebbe concludere, con Derrida, dicendo che vivere significa lasciar tracce.

Ancora una volta le buone idee ritornano a galla, diventando attuali invece di invecchiare. Ci sembra infatti che la frenesia del nostro tempo sia quella di documentare. Tutto va scritto, filmato, salvato affinché possa esistere. A pensarci bene anche la babelica Internet potrebbe essere considerata come una sorta di traccia sovra-individuale, invisibile e impalpabile, che testimonia della vita dei suoi utenti.

Le capacità informatiche di immissione e conservazione dei dati hanno implementato enormemente le possibilità di lasciare una traccia, resuscitando il pensiero di Derrida e scaraventandolo nell'oggi. Tutto (dai libri, alle immagini in movimento) può essere scritto in caratteri informatici e conservato a tempo indeterminato sul server di qualsiasi computer.

Ci chiediamo se, grazie ad innovazioni tecnologiche fino a pochi anni fa impensabili – basti citare il cloud computing – la tendenza non si sia a tal punto diffusa da invertirsi. In altre parole, se per Derrida vivere significa lasciare tracce, non è forse diventato più vero che oggi lasciar tracce significa vivere?

Prima di azzardare una risposta all'interrogativo, a prima vista ozioso, approfondiamo ulteriormente la questione.

Tocchiamo qui con mano un nodo a nostro parere fondamentale del nostro tempo: la perdita di senso dell'esperienza reale. La concretezza non è più un dato esistenziale forte, non è più sicurezza né qualità: è un ostacolo da aggirare. Oggi la traccia sta perdendo concretezza materiale per acquisire una nuova concretezza ontologica che passa per la sua stessa smaterializzazione.

Non è importante che l'oggetto (o il soggetto, adesso non importa) esista materialmente: importa invece la sua esistenza potenziale (o virtuale, se conserviamo di questo aggettivo l'etimologia corretta).

L'impressione è quella di una frenesia collettiva alla documentazione, ad una pulsione inesausta alla virtualizzazione dell'esperienza concreta.

D'altronde, se la traccia ha deposto l'ormai vetusta abitudine alla concretezza (l'immagine non può che essere quella di una biblioteca di borgesiana memoria, uno spazio immenso e polveroso contenente le storie di tutti) per farsi agile componente informatica, pen-drive, cloud-computing, la spiegazione fenomenologica di questa frenesia alla documentazione si può spiegare senza ulteriore spreco di fiato.

Oggi, paradossalmente, per lasciare tracce occorre smaterializzare l'esistente: nulla di più, nulla di meno. A ciò sovrapponiamo il fatto che l'istinto umano è un istinto alla conservazione. Non stupisce quindi questa frenesia; la traccia passa dalla smaterializzazione dell'esistente perché la tecnologia è andata in quella direzione. Nessun cambiamento antropologico, nessuna critica culturale.

Tutto ciò è vero, ma rimane qualche dubbio. L'interrogativo che ci eravamo posti partiva dal rovesciamento provocatorio dell'asserzione derridiana: lasciar tracce significa vivere?

Ora, posta la domanda in questi termini, la nostra risposta non può che essere negativa. La vita è una condizione necessaria all'esistenza della traccia, è vero. Senza vita non c'è traccia. Ma non si può invertire l'ordine, rendendo traccia condizione sufficiente alla vita, pena la confusione tra traccia e residuo.

Definiamo residuo una traccia che manca di significato. Residuo è una testimonianza che manca di significazione, un balbettio vuoto, una lallazione infantile resa inservibile a chiunque in futuro voglia ricreare un collegamento con la nostra vita. La traccia è diventata paradossalmente residuo per la sovrapproduzione di documenti.

Di carattere residuale è infatti la maggioranza delle tracce che vengono immesse e salvate sulla Rete. Esse non significano niente, non testimoniano nulla che possa aiutare a ricostruire una semantica della nostra esistenza. Esse attestano invece una più bassa attrattiva di spettacolarizzazione dell'evento.

Ogni più insignificante particolare della vita quotidiana aspira allo status di traccia. Non solo: questa sovrapproduzione di non-tracce residuali sembra fomentare un dubbio molto più sottile – nonché deviante: se manca di documentazione l'evento non è mai esistito.

Si possono forse ravvisare la cause di questo fenomeno nella facilità e nella gratuità che oggi permettono la creazione di non-tracce residuali. Smaterializzare la propria vita, le esperienze fatte, le amicizie, in un fenomeno di ricostruzione pressoché integrale della propria esistenza in scala 1:1, smaterializzare in ultima analisi la propria persona per salvarla dal tempo è oggi del tutto gratuito. Ma, come spesso accade per le cose gratuite, è del tutto superfluo.

Derrida aveva anticipato anche questo: “Je crois que aujourd'hui, tout le développement de la technologie et de la télécommunication, au lieu de restreindre l'espace des fantômes, comme on pourrait penser (…), décuple le pouvoir et le rétour des fantômes.”

Smaterializzandoci siamo costretti, in parte, a divenire fantasmi.

domenica 18 luglio 2010

Una morale virtuale?


Immaginate di vivere in una città del tutto normale (ha strade certamente, e piazze, negozi, mercati, bordelli, parchi divertimento, tutto quello che vi serve, in realtà) eccetto che per una sua strana caratteristica.


Ogni movimento che fate, ogni decisione che prendete, ogni passo percorso ed ogni persona incontrata, ogni piatto consumato in ogni ristorante visitato, ogni vetrina ammirata e ogni vestito provato, ogni vostra uscita con gli amici o le amiche; insomma, tutto - tutta la vostra vita è miracolosamente trascritta da uno scrivano ignoto, che, solo nel suo minuscolo ufficio, segue tutti i vostri movimenti e li registra con accuratezza.


Non sbaglia una virgola. Conosce tutto di voi: il suo lavoro è scrivere la storia della vostra vita attraverso le frasi delle vostre azioni, come lavorando ad un unico immenso romanzo; anzi, a una biografia: la vostra.


Dicono che esistano tanti scrivani quanti cittadini di questa strana metropoli (non vi ho parlato delle sue dimensioni? Enormi), e che siano talmente veloci e talmente bravi a reperire le loro informazioni, da riuscire a trascrivere i vostri movimenti in tempo reale.


Lavorano in simultanea con la vostra vita, come se fossero i silenti cronisti delle vostre ore.

Così, grazie alle loro fatiche, si può sapere tutto di ogni singola persona della città, che cosa ha fatto nell’ora x, con chi parlava nel minuto y del giorno z.


Ecco – ora immaginate che tutto quello che ho appena descritto, un universo parallelo infernale e invivibile, sia già attorno a voi, bell’e pronto. E ci vivete già.


Piccole differenze: gli scrivani non esistono, siete voi stessi, utenti della rete che, per quanto possiate pensare di essere invisibili in questo mondo virtuale, in realtà è come se camminaste sulla neve fresca.


Il problema del controllo su Internet è uno dei grandi nodi gordiani della nostra epoca. Un dilemma di capitale importanza, che dobbiamo essere pronti a sciogliere in un qualche modo.


Come un nuovo Panopticon benthamiano, sulla rete siamo tutti detenuti; ci controlliamo a vicenda e siamo tutti parimenti controllati, senza sapere chi e dove sia il controllore. La detenzione perfetta.


- Macché detenzione, si tratta in fondo di una detenzione virtuale, come virtuale è la vita controllata. Nulla di cui preoccuparsi troppo. Spegni il computer, problema risolto. Non cadi nelle trappole di Facebook e Twitter, non hai più di che lamentarti, quindi smetti subito con questa lagna intellettualoide. Eppoi, tutto sommato, un po’ di controllo non ha mai fatto male a nessuno.


Mai problema è stato meno astratto e intellettualoide di questo.


Il punto cruciale è, a mio parere, che bisogna smettere di pensare alla vita reale e a quella virtuale come due vite del tutto indipendenti e separate. Non è più così.


Come scrive Bittanti in un saggio contenuto in Anni Zero [Carlo Antonelli, a cura di; ISBN edizioni, 2009], alla fine del processo di socializzazione di internet, “[la vita virtuale] finisce per condizionare il mio comportamento nella vita reale.”


(Quale delle due sia in fondo più reale dell’altra, lo lasciamo decidere ai lettori.)


Se quindi, almeno a livello teorico, occorre considerare la vita virtuale alla stregua della vita vissuta, allora ammetteremo anche la parità giuridica delle due.


Così come abbiamo diritti e doveri nella ‘vita reale’ avremo diritti e doveri simili se non pari, nella ‘vita virtuale’.


Quindi, approfondendo ulteriormente:


a) la consistenza, per così dire, ontologica virtuale non è un attenuante che ci possa indurre a sopportare il controllo asfissiante e benthamiano che regola i nostri rapporti sociali sulla Rete;


b) anche e soprattutto chi non utilizza i servizi web è tirato in causa: primariamente perché ha meno possibilità di difesa della privacy rispetto a chi sa utilizzarli; secondo, perché oggi non esiste occidentale della mia generazione che si possa chiamare fuori dal fenomeno digitale.


c) la possibilità di una ‘morale virtuale’, passatemi il pessimo accostamento, è spazzata via dalla concentrazione stessa del controllo cui siamo sottoposti. Poiché essere sotto controllo non ci rende morali, l’omnipervasiva sorveglianza sulla rete è tout court immorale, forse addirittura nociva per le nostre relazioni e le nostre abitudini – sicuramente pericolosa e inquietante.


(Ci vorrebbe un altro intervento per spiegare quest’ultimo punto, che mi è stato suggerito dalla lettura di un articolo di Emrys Westacott Does surveillance make us morally better?” [Philosophy Now, Issue 79, 2010] e di un intervento ormai famoso di Nick Harding, scritto nel 2008.)


Se ci si pensa bene, il problema che ho delineato in queste righe, è un dilemma classico della filosofia politica: la dicotomia tra giustizia e libertà.


Abbiamo la guida di testi immortali per comprendere meglio questo irrisolvibile problema: da una parte le necessarie libertà dell’individuo che si elevano al di sopra di ogni legge, dall’altra le non meno necessarie leggi che si elevano sopra ogni individualità.


Oggi si parla di privacy e sicurezza, e il dilemma non si è ancora del tutto chiarito (vedere alla voce: intercettazioni telefoniche e lotta antimafia).


Il busillis è che, per la prima volta, un problema analogo si sta riproponendo in un ambito prima inesistente, e che solo da poco (poco più di sei anni) si è cominciato ad analizzare seriamente: lo scenario virtuale.


Come sciogliere il nodo? I vecchi testi di filosofia politica sono ancora attuali? Le loro tesi sono applicabili anche in questi casi (del tutto imprevisti e improbabili al tempo della loro pubblicazione) o no?


Io credo proprio di sì - certo con dei distinguo belli grossi - e propenderei, in una scelta dettata da null'altro che dalla mia educazione e dal mio carattere, a privilegiare la responsabilizzazione dell’individuo (o meglio, dell’utente) rispetto all'efficienza e alla pervasività dell'apparato di controllo.


Forse, la chiave del problema, sta proprio nel riuscire ad avvicinare ulteriormente la vita virtuale a quella vissuta, in modo che, anche senza il deterrente del controllo, l’utente si muova nell’ambiente virtuale in modo ‘morale’ – magari facendo leva sul concetto di identità, e fornire a tutti un’identità virtuale, del tutto slegata e indipendente da quella reale, ma assolutamente univoca, da usare come documento sulla Rete.

Invece di controllare, responsabilizzare.


Da questo non deriva, nel modo più assoluto, che si debbano far coincidere le due vite. Sarebbe pericoloso per la nostra sanità mentale.


Anche se, ci ricorda sempre Bittanti, “ (...) la schizofrenia è la condicio sine qua non dell’era digitale.”


sabato 31 ottobre 2009

Il blog e l'anonimìa, ovvero perché lasciare una traccia

In quanto blog, questo è uno spazio pubblico.

Sono permesse critiche, commenti, suggerimenti, idee.
Il Web crea spazi di confronto (forum: piazze) ed è giusto usufruirne.

Non potrei pensare a nulla di più bello di uno scambio letterario con un pubblico anonimo.

Alcuni storceranno la bocca.
Ma come? Un pubblico anonimo, digitale, è meglio di un pubblico in carne ed ossa?
Come fidarsi di nick volatili ed immateriali, dietro cui potrebbe celarsi chiunque?
Come prendere sul serio l’opinione di un perfetto Nessuno?
Come prestare fede a ciò che viene detto per uno schermo che appiattisce, filtra, falsa ogni cosa?

Ma chi l’ha detto che lo schermo è un filtro?
Non è affatto vero: lo schermo non distorce un bel niente.

La fredda obiettività digitale è più utile per comprendere una persona che dieci uscite consecutive a parlare del più e del meno.
Ciò si può benissimo osservare nei tanti amati-odiati social network, dove l’unica legge fissa è: “tutto è così come appare.”
Dopo appena due minuti di navigazione sulle pagine di prefetti sconosciuti, siamo in grado di dare un giudizio che, con un piccolo margine d’errore, è spesso del tutto fondato.
Figuriamoci poi se si tratta di scambiare idee.

Non di rado, attraverso questi pochi centimetri di silicio, possono nascere concetti che mai si avrebbe il coraggio di esprimere davanti a persone concrete, vuoi per vergogna, vuoi per uno sguardo storto, per un gesto, per un attimo fuggito.

E non puoi mentire: lo sguardo digitale restituirà in modo perfetto non solo le parole manifeste, ma anche e soprattutto le idee nascoste, le convinzioni profonde, le opinioni che non avresti mai la forza di confessare.
La verità, se così si può definire.

Il cervello degli afasici non riesce a comprendere il significato delle parole che percepisce.
Sente suoni, ma non coglie il loro senso.
Eppure, se non nei casi più gravi, gli afasici riescono a comprendere quel viene loro detto e possono continuare ad avere relazioni con gli altri.
Non solo, alcuni possono capire immediatamente se stai dicendo loro la verità o meno, quasi come avessero acquisito nuove facoltà per compensare la mancanza di una normale percezione.

Non capire le parole non significa non sentirle, non avvertire i toni, gli accenti, le modulazioni della voce, il ritmo della parlata. E soprattutto non significa non vedere il corpo di chi parla: i suoi gesti, il suo sguardo, la sua mimica.
È questa componente non-verbale che permette loro di capire l'interlocutore integrando insieme le informazioni che possono acquisire indirettamente.

Cosa vuol dire tutto questo?
Presto detto: la macchina non capisce nulla di quello che scrivete.
Non sa il significato delle vostre frasi.
Ma in ognuna di essa è nascosta una componente extra-verbale, che arriva al destinatario, che svela i vostri pensieri.

Parlando con l’Anonimo non riusciremo mai a conoscere il suo nome, la sua data di nascita, la residenza, il suo lavoro. In questo senso, la sua identità ci rimarrà nascosta.
Questa tuttavia è un identità che non interessa a nessuno, che sì connota l’individuo, ma non lo caratterizza.

Avremo colto, invece, un’altra identità, ben più importante e nascosta, interiore.
L’essenza, per così dire, di quella persona, il carattere che molto più del nome e del cognome distingue l’Individuo da ogni altro individuo al mondo.

Le buone interferenze sono anche queste: le vostre.
Deviateci, iniziateci a nuove strade.