domenica 13 giugno 2010

Umiliazione

Lascio perdere i mali pensieri nell’ombra dell’osteria.

Il fresco d’un maggio immaturo solletica l’aria.

Avventori seduti parlottano, ridacchiano

Sembrano allegri, sembrano tristi.


Una coppia s’avvicina al bancone. Mi fermo a guardare.

Lei pare stanca, non saprei dire perché; lui boccoli bianchi

E fronte ampia, brillantina. Le tiene la mano lentigginosa.

“Uno spumante! e dei migliori, grazie.” Sorriso di calce.


Tramestii. Hanno l’innocenza delle scolarette,

come durante un’interrogazione. Quale sarà?

Frugano tra le bottiglie, in cerca di quella giusta -

Sfrigola il bicchiere e bacia le molli labbra di rossetto.


È tempo del giudizio. Tuffo del naso nel vitreo circolo.

“No, non ci siamo. Questo vino è andato.” “Mi scusi, lo cambieremo.

Le apro un’altra bottiglia.” Compassione. “No - lascia stare.

Prendo quello che avete d’aperto. Lascia stare”.


Sento le parole nascoste nei suoi occhi: non ti disturbare,

tu che non conosci, tu che non sei in grado, tu che non capisci.

Sopporterò per questa volta. Sopporteremo con sdegno.

Escono ridendo e non so se ridere anch’io o tacere d’amaro.


Bevo l’ultimo bicchiere; sono solo. Sono triste

come se il torto l’avessi subito io, e mi vergogno.

Quante forme ha la violenza? Quali altre maschere

Nasconderanno l’umiliazione? Da quale sporco


Seme nascerà ancora, ancora la vergogna?

martedì 8 giugno 2010

Saviano e la presenza

Come ormai saprete, Roberto Saviano è stato chiamato a concludere la quinta edizione del Festival dell’economia di Trento. I temi egli incontri di quest’anno vertevano sull’informazione e sulla sua ricaduta economica nelle scelte quotidiane: mai ospite fu più azzeccato, verrebbe da dire.

Non mi sento in questa sede di commentare le parole e i contenuti della serata; quelli li potete ascoltare direttamente con le vostre orecchie su questo link, e si commentano da soli.

Mi piacerebbe piuttosto addentrarmi in breve su un tema, apparentemente secondario e secondo me poco compreso, ma di capitale importanza per capire appieno la figura di Saviano, al di là di tutto quello che è stato detto sulla sua eroica lotta alla mafia e sul suo impegno civile – argomenti immensi e nobili, ben inteso, ma che non mi sento di trattare.

Il tema è quello della presenza.

“Perché così tanta gente fuori del teatro?” “Come è possibile che uno scrittore attiri enormi masse di spettatori e lettori, nonostante sia spesso – ma non abbastanza – presente sulle nostre televisioni?”
“Perché non lasciare parlare le sue parole, come per tutti gli altri?” “Ci sono ragioni plausibili per questo successo che non siano direttamente riconducibili all’eco mediatica?”

Queste sono le domande che mi rimbalzavano in testa prima di entrare nell’Auditorium S. Chiara di Trento. Attorno a me tutti ugualmente grondanti di sudore: studentesse smaltate amoreggianti; cinquantenni panciuti aggrappati alle transenne; i soliti ex-sessantottini logorroici e strapolemici; attorno a me tutti ugualmente parlano di mafia; discutono di politica; si emozionano al solo pensiero di poter vedere il loro eroe, Roberto Saviano.

Solo un anno fa avrei bollato questo sensazionalismo come moda o eco mediatica, e in ogni caso ne avrei dato una connotazione principalmente negativa, come spesso mi capita per gli avvenimenti di massa. La gente – avrei detto – non ascolta nemmeno le parole di Saviano, non ha letto i suoi libri, non capisce la sua terribile situazione, lo segue così come le ragazzine seguono le boy band. Moda. Evento mediatico. Apparenza.

Mi sono ricreduto. Non è così, o almeno, non è semplicemente così.

È vero, Saviano è diventato un’icona; non posso che dar ragione a chi attacca lo scrittore sfoderando l’arma della popolarità. E, altrettanto vero, il processo di iconizzazione ha i suoi svantaggi. La figura tende ad appiattirsi o ad astrarsi dal mondo. Spesso la popolarità fa nascere dicerie, genera odii e diffamazioni, incontra la diffidenza della classe colta. Ancora più spesso iconizzazione è sinonimo di fossilizzazione e, di conseguenza, d’incisività.

È vero, Saviano è diventato un’icona, e deve sopportare gli svantaggi della sua situazione (perdita della privacy, massificazione del messaggio, manifestazioni estreme d’affetto e disprezzo, ambienti spettacolari).
Ma qualcosa nel meccanismo spettacolare si è inceppato.

Come ha ammesso anche lo stesso scrittore, la sua visibilità iconica è diventata la sua salvezza.

Ho capito appieno il significato di questa frase, di primo acchìto totalmente illogica, solo durante l’incontro del 6 Giugno scorso.

Sono seduto nella sala gremita. Si spengono le luci. 900 persone ammutoliscono.
Gli attimi precedenti alla sua entrata si permeano di un silenzio sacrale. Un silenzio quasi assoluto, impossibile nel 2010, improbabile tra quella massa vocicchiante, implausibile per tutte quelle macchine fotografiche digitali ronzanti.

Eppure, come prima di una liturgia, il silenzio acquista un valore diverso: è più che rispetto, più che ex voto ad una celebrità. È un silenzio di comunione, palpitante e vivo.

Difficile non cadere nella retorica, quando si parla di presenza.

Saviano, sacrificando la sua vita, ha acquistato proprio questo: la presenza.

Come scrive Walter Siti nella prefazione all’ultimo lavoro di Roberto, La parola contro la camorra, la presenza è quel carisma che penetra in ogni gesto, in ogni sguardo, in ogni pausa dell’oratore, capace di magnetizzare occhi e orecchie dell’ascoltatore: è “la situazione aurea del narratore”.

Benjamin parla di aura in campo artistico. Una vera opera d’arte, se “caricata”, per così dire, da abbastanza sguardi e valorizzata dal contesto, viene avvolta da un’aura particolare, che permette anche ai meno colti di capire che “quella sì, quella è un’opera d’arte, mica come la robaccia di oggi”.

Si potrebbe traslare il concetto di Benjamin sulla persona di Saviano.

La condanna della mafia pesa concretamente sul suo viso, il terribile status di dead man walking infrange lo schermo spettacolare debordiano – una sorta di quarta parete, un po’ come nel teatro – e permette alla sua parola di farsi viva, di risuonare nelle coscienze, di far capire. In altri termini, permette alla sua parola di divenire autorevole.


La particolarità di Saviano è proprio questa: sfruttando il suo status di icona è riuscito ad infrangere il rullo compressore delle notizie, quella sorta di mantra mediatico che non consente allo spettatore medio la comprensione e gli dà solo l’illusione dell’informazione.

Nei telegiornali (di ogni rete, di ogni paese) le notizie s’infrangono l’una dopo l’altra come le onde sulla spiaggia: hanno tutte lo stesso rumore, tutte gli stessi tempi. Il risultato è un frastuono caotico che pian piano diviene rumore di fondo ed ottiene gli stessi risultati del silenzio.

Il messaggio, per eccesso di messaggi, si dissolve.

L’urlo d’aiuto di Saviano ha lacerato questo velo, ha bloccato la pellicola. Ha permesso alle informazioni di arrivare pulite e chiare fino alle nostre orecchie. Ha unificato il paese attorno ai temi più importanti – criminalità e politica, i legami tra esse e le ricadute della loro commistione sulle nostre vite – ed ha informato meglio di quanto abbia mai fatto la televisione.

Come scrive I. B. Cohen, si può misurare il successo di una rivoluzione, nella scienza così come in politica, dalle ostilità che solleva alla sua nascita.

Saviano ha creato una rivoluzione in campo informativo, e lo si può capire dalle critiche e minacce che ha ricevuto: non solo attacchi feroci da mafiosi come Bidognetti o Iovine (comprensibile dato che si sono trovati nell’occhio del ciclone mediatico grazie a Gomorra), ma anche giornalisti - Emilio Fede - e perfino le massime cariche politiche – c’è bisogno di fare il Nome? Berlusconi – hanno diffamato e umiliato lo scrittore con la fetida accusa di sporcare la propria terra. Evidentemente, deve avere arrecato un qualche fastidio al Palazzo.


E questa rivoluzione l’ha pagata al prezzo della sua stessa esistenza. La parola è diventata paradossalmente il suo impegno alla vita.

Parlando da filosofo (!) potrei azzardare che il suo essere si è verbalizzato. La parola, da segno morto, da mero inchiostro si è elevata segno vitale, ad azione.

Mai nella storia del nostro paese si era vissuto qualcosa del genere.

Saviano è forse il primo che ha saputo trarre a vantaggio la sua condanna, che ha saputo massimizzare in positivo gli effetti di iconizzazione, risvegliando coscienze civili prima anestetizzate, grazie alla sua presenza.

Per questo è così importante vedere dal vivo, toccare concretamente il corpo di Saviano; innanzitutto per ricordarci che esiste, che non è l’ennesimo prodotto dello spettacolo; e poi, molto più importante!, per capire che la sua presenza fa ormai parte della sua persona e non dipende dal filtro televisivo.

E che, nonostante ogni delegittimazione, ogni diceria, ogni cattiveria, e perfino in caso di morte, non sarà mai più possibile strappargli la sua presenza.

lunedì 7 giugno 2010

Linee generali per la costruzione del mondo dell'arte


Forse è vero che anche gli spiriti sono diventati materialisti e che non è più tempo, in questo strano decennio ormai alla fine, di visioni, di cose che non abbiano a che fare con la materia. E allora: basta con i voli pindarici inutili, è ora di mettersi seriamente al lavoro, è ora di costruire mondi, di progettarli pietra dopo pietra, di stabilirne le leggi e le conformazioni fisiche, di popolarli di uomini e donne dopo avere deciso le anime di ognuno di loro.
L’artista deve farsi destino, destino del proprio universo e imprimere agli oggetti significati cosmici, che innalzino la sfera percettiva e allontanino l’uomo (i suoi uomini) dalle regole della realtà effettuale, la realtà dell’artista inteso come persona e non come demiurgo.
Un mondo fantastico ma intimamente materiale, dunque caratterizzato da leggi che siano insieme particolari e universali. L’insieme dei particolari conduce al disegno universale e in ogni minuzia è celato il respiro cosmico delle cose. Questo deve essere il presupposto del nuovo mondo dell’arte. In ogni pietra delle case deve riconoscersi un’impronta unica e inconfondibile che sappia legare un’ape alla cima del monte e il fango al seno di una ragazza.
Come riuscire a pensare tutto questo? Pensarlo (progettarlo, non limitarsi ad averne un’idea vaga) conduce ad un’intima visione interiore (scartata quella esteriore poiché già è stabilito che il fuori non esiste) e ad una consapevolezza della forza del proprio essere biografico (le persone della nostra vita, le letture, gli accadimenti, il carattere). Nel mondo dovranno coesistere tutti questi elementi e proiettarsi secondo una direzione che sia unica, come il raggio di sole che attraversando il vetro della lente fa bruciare le foglie. Il fine di tale unione (l’incendio) è la presa di coscienza del proprio destino attraverso le cose reali, e il proprio destino diverrà la matrice grazie alla quale prenderanno forma i destini particolari nel mondo dell’arte.
Nulla è lasciato al caso, poiché il caso non può esistere in un mondo forgiato a immagine di un destino. Le cose accadono per un motivo, un “perché” che guarda al futuro e non al passato. La mano invisibile disporrà le cose affinché emerga dalle rocce e dalle carni un sentimento epico che fornisca agli uomini del mondo effettuale la possibilità di elevarsi positivamente e di legare inscindibilmente il sentire artistico, il sentire biografico e quello sociale.
La costruzione di un mondo totale è l'edificazione di un universo prima completamente personale e poi completamente universale (scuserete la necessaria ripetizione).
Si inizi allora a guardare le stelle e a disegnare la forma di un granello di sabbia che contenga le stelle guardate e i moti sconosciuti degli astri che invece non vedremo mai.

giovedì 20 maggio 2010

Queste piccole piante

Oh albero di fico, da quanto tempo ormai per me ha
significanza
il modo in cui tu salti quasi la fiorita
e nel frutto per tempo voluto, senza esaltarti,
spingi il tuo puro mistero.
Come i tubi della fontana, i tuoi rami contorti
spingon la linfa da tutte le parti: ed essa dal sonno,
quasi senza destarsi, balza nella felicità del suo più dolce adempimento.

Rainer Maria Rilke, “Elegie Duinesi”, sesta elegia

Dentro alle piante la vita è un istinto cieco che naviga lungo strutture tubulari fino al mare della luce. L’organismo pianta non conosce l’esito di tale forma indistinta (fiore, foglia o frutto), spinge fuori di sé la forza della sua stessa crescita e trae dalla terra e dall’acqua e dal sole la materia che convertirà nelle strutture principali del suo organismo.

La pianta tocca con le radici la terra, vive il terreno fin dentro le sue più piccole porzioni di materia e poi, ancora oltre, sminuzzando, penetrando gli elementi nutritivi che dalla torba più vile e più viva (fatta di animali, uomini e altre piante) si innalzano lungo il fusto fino all’esterno dove, bagnate di luce, si trasformano e ritrasformano respirando di un unico respiro.

Le onde del mistero di questi organismi scorrono all’interno, in comunione intima con un mondo percepito in maniera totale, rispetto al vano sentire degli esseri umani.
Cos’è la terra? La terra è suolo, la terra è un tavolo su cui battere i piedi e costruire castelli di carte.
Cos’è la terra? La terra è un ventre grasso e zeppo di abissi, caldo, umido o secco e gelato, una vulva con cui entrare in rapporti carnali o endoscopici.

Il sole è per l’uomo fonte di luce, una cascata che colpisce le cose e le distingue al nostro sguardo.
Il sole è invece bene per la pianta, laddove il buio è nemico, mano che serra i petali nel buio e fa chiudere le foglie, come mani nelle tasche quando è inverno.

E l’acqua, l’acqua a cui le piante si tendono come religiosi verso una reliquia, l’acqua che scende dal cielo e trasforma in fango la terra, l’acqua buona e dolce dei primi giorni.
L’uomo si ripara e fugge da lei; la pianta si offre e si dispiega, si innalza e si contorce per assorbirne anche la più piccola goccia.

Quanti vasi di fiori e piante grasse vivono una vita totale, posti placidamente sopra i terrazzi, sulle finestre, fuori dalle porte o negli orti di campagna; tutti, nei loro vasetti pieni di terriccio, scavano, cercano, crescono della crescita più bella e innocente e comunicano fra di loro con profumi solo in parte percepibili dall’uomo. Oltre i terrazzi, i paesi, i boschi e i confini dei campi, migliaia di aromi corrono lungo correnti aeree privilegiate per raggiungere piante, per essere accolti nella loro essenza reale.

E gli uomini amano, odiano, percorrono solo la superficie delle cose con i loro sentimenti, i bordi più sporgenti della natura mentre le piante restano quasi ferme, ad estendersi in verticale, profondità e altezza, dalla nigredo, passando per l’albedo e giungendo alla rubedo, da fango a fiore, attraverso la luce del sole, il sole che albeggia e il sole che tramonta.

Fonte ispiratrice: Nanna o l’anima delle piante di Gustav Theodor Fechner

mercoledì 12 maggio 2010

Tragedia: follia e azione


Il nucleo teorico di questo intervento deve la sua esistenza a un documentario: “L’Italia del nostro scontento” (Fuskas, Muci, Le Moli, 2009).

Questo film mi ha fatto riflettere meglio sul significato della tragedia, grazie anche a Fabrizio Varesco che mi ha dato l’opportunità e lo spazio di presentarlo in occasione della sua rassegna documentariaIl cinema della realtà - Per non morire di televisione”.

Ora voglio qui compendiare e approfondire gli aspetti più teorici della questione, cercando di capire meglio il significato “sociale” della tragedia.

Nella mia presentazione, partendo dal titolo del documentario (citazione - o meglio détournement - del verso d’apertura del Riccardo III), riconoscevo l’ineludibile tragicità della situazione italiana di oggi e cercavo di capirne le ragioni.

I punti sollevati erano tre.

Primo: come nelle migliori tragedie antiche, il futuro è già stato previsto da qualche Cassandra, o indovino, che rimane inascoltato o ignorato (e che nell’intervento avevo identificato in Pasolini).

La tragicità aumenta vertiginosamente dalla previsione esatta e ineluttabile degli avvenimenti.

Nulla è più tragico di una tragedia annunciata.

Lo spettatore, infatti, sa che la voce della profezia risuona della voce divina, e che gli avvenimenti non potranno che adeguarsi al responso; tuttavia sulla scena i personaggi si muovono come se non ne fossero coscienti, quasi non sentissero il peso del destino sulle loro spalle, e con un certo fastidio per le parole del profeta.

La narrativa antica e moderna, in tutti gli ambiti, offre numerosi esempi di questi profeti, inascoltati e condannati dai personaggi, isolati dalla società, spesso esiliati o uccisi.

Mi vengono in mente le tre streghe del Macbeth; “las viejas” del teatro tragico lorquiano; il Fool del King Lear; Tiresia nell’Edipo Re; la stessa Cassandra nell’Iliade; il profeta Geremia nella tradizione biblica.

Se avete altri suggerimenti, siete pregati di interferire (ad esempio, mi verrebbe da inserire nella lista un altro ospite illustre: Gesù Cristo; ma ho ancora qualche riserva su questo punto).

I profeti, in quanto simboli della potenza divina, sono figure scomode, fastidiose, da allontanare ad ogni costo; le loro parole, rese vaghe dalla troppa verità, risultano inaccettabili. Le profezie dell’indovino Tiresia sono per Edipo “tranelli”, “indovinelli”, “fumisterie”.

È l’atavica paura della verità quella che muove i personaggi a condannare i profeti, a stigmatizzare la loro parola come folle o vanesia.

Folle”, “ciarlatano”: sono queste le accuse che vengono più spesso rivolte ai profeti, antichi e moderni. La presunta follia è dunque il tramite con una realtà più profonda, mascherata agli occhi della gente comune: per questo fastidiosa, sconcertante, inaccettabile.

Nell’Edipo Re, il personaggio razionale per antonomasia, lancia dura accuse a Tiresia; arriva a minacciarlo di morte.

Credi che potrai continuare impunemente a parlare così?”, gli chiede.
Sì, se la verità conserva i suoi diritti” risponde l’indovino.

Cassandra stessa, la profetessa per antonomasia, viene “annichilita” proprio da un “eccesso di verità”. (Uso le belle parole di Marzia Todero, che ha scritto da poco un adattamento alla tragedia omonima di Christa Wolf.)

Ancora, nel King Lear il Fool lamenta la sua sorte: 

They’ll have me whipped for speaking true; thou’lt have me whipped for lying; and sometimes I am whipped for holding my peace”. (I, IV.)

Ne La Casa de Bernarda Alba, forse il più bello dei tre “dramas rurales” di Lorca, il folle profeta è rappresentato dalla figura di Maria Josefa, la più vecchia delle sette donne protagoniste, che vive imprigionata nella sua stanza perché, diremmo noi oggi “non ci sta più con la testa” e sarebbe una vergogna farla vedere ai vicini.

Le sue previsioni, che spesso prendono la forma di filastrocche tradizionali andaluse, rimangono inascoltate, recepite come puri vaneggiamenti senili: 

“(...) Pepe el Romano es un gigante. Toda lo queréis. Pero él os va a devorar, porque vosotras sois granos de trigo.(Acto 3)

Perfino Geremia, che incarna il Verbum divino e lo diffonde con le sue profezie, è arrestato e imprigionato dalla società, calato in una cisterna fangosa per la sua follia; la sua superba pretesa è quella di parlare per dio.

Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; ognuno si fa beffe di me. (...) Mi dicevo: non parlerò più a lui, non parlerò più a suo nome.” (Ge, 20, 7-9)

L’elemento disturbante per eccellenza: la follia. È questo il vero marchio della verità.

La follia permette di vedere le cose in altro modo, opposto alla visione razionale del mondo.
E per questo viene rifiutato dai protagonisti della tragedia, poiché, in quanto umani e razionali, non lo possono accettare, né d’altronde capire.

È una diversa lingua, anzi, un diverso alfabeto quello usato dall’indovino-folle.

La dicotomia tra follia divina (verità) e razionalità umana (incomprensione) sta alla base di ogni tragedia; e il ruolo dell’indovino-folle è il ruolo tragico per eccellenza.


Secondo punto, classico nell’ermeneutica della tragedia, era l’ineluttabilità del corso degli eventi.

Le parole della profezia non potranno mai cambiare il corso degli eventi, proprio perché radicalmente diverse dalle parole dell’eroe tragico.

Ignorate e inascoltate, suonano sorde per tutta la tragedia, i fatti si conformano a esse, e il finale non è che l’ultima conferma della “verità della follia”.

Ogni cosa accadrà da sé, anche se la copro col silenzio”, parole dello stesso Tiresia.

(Chissà, forse il folle è tale proprio perché sa di essere l’unico a sapere e allo stesso tempo è cosciente della vanità dei suoi sforzi. Questo intreccio di potenza e debolezza potrebbe essere la causa della schizofrenia tipica dell’indovino tragico. Ma questa è soltanto una suggestione.)

Come una spirale che collassa su stessa, i fatti si susseguono senza che l’uomo tragico possa cambiarli. La conclusione è il monito celeste contro l’hybris umana: è quando l’uomo si sostituisce a dio che nasce la tragedia.

Follia, ovvero consapevolezza e verità, da una parte; ineluttabilità dall’altra.

È stato questo punto che mi ha fatto sorgere un dubbio, alquanto costruttivo.

Ma se il corso degli eventi è davvero ineluttabile, e il fato non può essere cambiato, perché scrivere tragedie?

Certo, si potrebbe rispondere a questa domanda tirando in ballo una questione estetica: l’uomo accetta la tragedia solo estetizzandola. Il dolore è accettabile, acquista un senso purché sublimato ed estetizzato.

Questa risposta non mi convince del tutto.

Basterebbero, infatti, epitaffi, o lamenti funebri. Ci limiteremmo a piangere il nostro triste e invincibile destino, rinunciando ad alzare un solo dito per cambiare la realtà (o la storia, dipende dal punto di vista), ed estetizzandolo nel dolore del lamento funebre.

Mi sono risposto, in modo diverso e più o meno parzialmente, che la tragedia, per essere tale non deve lamentare i morti; al contrario, deve stimolare i vivi.

È la spinta all’azione il grande compito del drammaturgo.

Si può accettare l’ineluttabilità del fato in due modi, del tutto contrapposti. Il primo è il fatalismo: la rinuncia all’azione; la corrosiva mancanza d’immaginazione del futuro; la fede virale nella passività e nella forza d’inerzia.

Si può invece rifiutare il destino, indignarsi per il precipitare degli eventi, e impegnarsi all’azione.

Dopo esserci immedesimati nell’eroe tragico e avere vissuto una morte fittizia, dobbiamo imbrigliare la forza catartica in positivo, ed evitare una morte reale.

La tragedia offre il modello, sta a noi decidere come interpretarlo.
Invece di cadere nel fatalismo, occorre scegliere l’attivismo.

Solo allora la tragedia acquista un senso etico (quindi sociale) oltre a quello estetico.

venerdì 30 aprile 2010

Il viaggio e la scomparsa della geografia. Liverpool.

La continuità è inaspettata.

Due città di mare; due città che hanno fondato la loro fortuna sul commercio, durante due rivoluzioni economiche speculari (la prima nel secolo 12, la seconda all’alba del 19); due città che hanno attraversato una profonda depressione, ancora rintracciabile in dolenti cicatrici architettoniche; due città che hanno precorso i tempi.

Entrambe hanno mischiato il loro sangue a quello di genti ed etnie diverse; entrambe hanno ereditato un intreccio culturale formidabile, tesaurizzandolo in sublimi tradizioni musicali; entrambe hanno inspirato artisti e poeti tra i maggiori dei nostri tempi.

Genova e Liverpool hanno attinto a piene mani dalla loro storia per ricostruire i loro traumi; per raccogliere i cocci ed immaginare un futuro.

Genova è stata aiutata dalla sua pianta urbanistica, dalla sua inaccessibilità, dai suoi abitanti schivi, da un paese essenzialmente incurante ed ignorante del suo patrimonio culturale.

Liverpool, ironia della sorte, è stata parzialmente tradita dalla sua storia recente; spesso dove si voleva conservare e valorizzare, si è tipizzato e “turistificato”; dove si voleva rinnovare e ristrutturare si è deturpato e disarmonizzato.

Non è un fenomeno che ha interessato in toto la città, per fortuna; sopravvivono ancora “luoghi veri”, angoli tipicamente inglesi e legati alla storia di una città marittima, senza dubbio una delle più belle del Regno Unito.

Tuttavia la furia di ristrutturazione e l’esecrabile desiderio di svecchiare ad ogni costo hanno causato, come al solito, danni di vaste proporzioni e aborti architettonici, totalmente avulsi dalla realtà circostante.

Uno di questi è il Liverpool One, una sorta di gigantesco outlet, un mostruoso centro commerciale all’aperto, progettato per risollevare economicamente la città. Enormi costruzioni moderne di acciaio vetro e cemento, dalle forme più improbabili e disarmoniche, si snodano per strade (Paradise Street, nomen omen) che sanno di set cinematografico, ospitando i negozi alla moda e magnetizzando il turismo di massa.

Gigantesco lo è davvero: la zona racchiude un intero quartiere, gran parte del vecchio centro bombardato nel ’42, del quale fino a due anni fa non restavano che macerie e canali dismessi, in una specie di palude artificiale disabitata e dove si mischiavano il Mersey e gli edifici.

Per “rivalorizzare” l’area, si è voluta costruire una città nella città, creando nuovi spazi a misura di consumatore; l’errore è che non si è tenuto conto del vecchio assetto urbanistico di Liverpool.

Risultato: si è costruito un immenso negozio, anziché ristrutturare; e, come un negozio, il centro commerciale pulsa e vive fino alle 5 di pomeriggio, per poi svuotarsi la sera (gli universitari – chi lo avrebbe mai detto? – preferiscono la zona vecchia) e restare deserto come un quadro metafisico.

Ciò significa che nemmeno gli Scousers avvertono come loro quella parte di città, e passano le loro serate, più o meno alcoliche, in zone diverse; la più bella è, come spesso accade in molte città anche in Italia, la zona universitaria.

Camminando per quelle quattro vie parallele, intasate di corpi, locali, pub e negozietti di indiani aperti fino a tardi, ho la netta sensazione di vivere una città “reale”, che non recita parti.

Ragazze seminude (10 gradi e vento atlantico) che s’incipriano per strada, truppe di giovani che cantano a squarciagola, risse tra ubriachi sedate dai cops con il ridicolo berretto a scacchi, pubs nei luoghi più improbabili che ospitano decine di band dal vivo (in una sola serata ho assistito gratuitamente ad almeno 3 concerti).
E la gente sta ad ascoltare!

Allora cominci a capire che il rapporto tra musicista e ascoltatore è molto più stretto di quanto noi continentali possiamo immaginare.

Si può davvero dire che la musica è un “collante sociale”, che unisce le persone e che crea identità; o almeno lo è ben più della poesia o della tradizione culturale scritta.
(Esempio tra i tanti: chiedendo in libreria un classico della letteratura inglese, il commesso, sguardo stralunato davanti a questo turista e alle sue richieste eclettiche, ha dovuto guardare sul computer per capire di che si trattasse.)

Anzi, al contrario, mi ha sempre stupito la pressoché totale mancanza di interesse o cura (estetica e culturale) che talvolta gli inglesi dimostrano del proprio patrimonio artistico.

C’è un mito da sfatare; bisogna smettere di pensare che “solo in Italia queste situazioni!”, e osservare le condizioni in cui spesso versano i beni culturali in paesi reputati più civili del nostro.

Il legame culturale, dunque, è ben più intimo e necessario con la tradizione musicale: è la fascinazione antica del cantastorie, è la bellezza del racconto musicato dell’ “ancyent marinere”.

Questo è il vero significato della rivoluzione del beat inglese dei ’60, rivoluzione nata proprio a Liverpool, città depressa e senza apparenti speranze di rinascita.

Era una città che si appropriava socialmente di soluzioni artistiche fin a quel momento avvertite come estranee (americane, negre); era la poesia ormai inefficace e lontana che lasciava spazio a una nuova fonte di emozioni e narrazioni.

Se ne rendevano conto in pochi allora, la novità era straordinaria e non lasciava tempo per riflettere; ma il beat “was there to stay”.

Non sorprende che gli spiriti più fini e gli osservatori più acuti ci abbiano lasciato testimonianze significative di questo cambiamento epocale, destinato ad essere esportato in tutto il mondo come “nuova arte”, nata e cresciuta nel pieno della società postmoderna.

(Suppongo che sia proprio quando la parola rinuncia al suo status di potere che la musica debba entrare vittoriosamente in campo e (ri?)appropriarsi dei diritti dimenticati.)

Il più famoso manager dei Beatles, Brian Epstein, se ne era reso bene conto.
Così anche i poeti del merseybeat, un movimento poetico nato in quegli anni frenetici, che cercava di tradurre in poesia la potenza beat della “Word of Love”.

Magistrale in questo caso The Mersey Sound, raccolta di poesie di tre autori di Liverpool (presenza assidua in tutte le poesie), purtroppo poco conosciuti in Italia – Adrian Henri, Roger McGough e Brian Patten – che riuscirono nell’ingrato tentativo di far respirare aria nuova e fresca alla lirica inglese: il libro divenne un bestseller, ed entrò negli annali come uno dei libri di poesia più venduti di sempre in Inghilterra.

Non è un caso che, tra le molte piacevolissime poesie della raccolta, alcune siano state scritte e pensate proprio come testi musicali (Batpoem, Car Crash Blues, A Square Dance).

Anzi, si potrebbe azzardare e dire che l’intera raccolta è un tentativo più o meno mascheratamente verlainiano di esportare la musica nel verso: ovvero “De la musique avant toute chose”.

Né è un caso che, nella poesia Me, dove Henri gioca con i nomi di artisti famosi e pensa a chi gli piacerebbe essere se non fosse Henri, il primo nome citato sia quello di Paul McCartney.

Da allora la beatlemania non è mai cessata. L’impatto devastante dei quattro di Liverpool continua a smuovere capitali e masse; la loro musica è entrata in quella terra di nessuno (e quindi di tutti) che la difende dall’invecchiamento e la trasforma in mito; a Liverpool hai la certezza che non solo si è scritta una pagina di storia della musica, ma anche e soprattutto la prefazione e il primo atto del grande cambiamento culturale europeo.

Credo tuttavia che l’orgoglio sfrenato dimostrato dalla città per i suoi Beatles (orgoglio spesso ridondante e ridicolo) sia anche e soprattutto una reazione ad un’altra ben più pesante eredità storica.
Liverpool fondò la sua ricchezza economica sullo schiavismo.
Pochi sanno che nella seconda metà del secolo 19, la città da sola controllava più del 80% del traffico di schiavi d’Inghilterra e il 41% di quello europeo.

L’anima nera del capitalismo della prima rivoluzione industriale si è appropriata indelebilmente di alcune zone della città.

L’Albert Dock, un capolavoro dell’architettura portuale di tutti i tempi, frutto del genio di Jesse Hartley, nonostante l’eccellente lavoro di ristrutturazione e rivisitazione turistica, trasuda dalle sue pietre ancora qualcosa di quell’antica vergogna.

Quell’incredibile chiostro portuale, dove le navi potevano deporre direttamente il loro carico senza alcun bisogno di manodopera umana, in un processo quasi automatizzato, fu la ricchezza di Liverpool, al prezzo di centinaia di migliaia di vite umane vendute al migliore offerente.

Così lo skyline maestoso che si può godere dal Pier Head, con le “Three Graces” in primo piano sul mare e in lontanza la Anglican Church (sesta chiesa più grande del mondo), non può non colorarsi di tinte più fosche, nella consapevolezza che, mattone su mattone, quella ricchezza proveniva anche dalla tratta di vite umane.

venerdì 23 aprile 2010

Le colpe dei padri

È il 24 aprile 2009. È un caldo venerdì pomeriggio, già carico di maggio.
Percorro la strada per Marina senza fretta. Alla mia sinistra, oltre l’altra corsia, le fabbriche ormai rugginose di Deserto Rosso; davanti a me il cavalcavia, poi il rettilineo verso il primo finesettimana di mare.
È un obbligo, un simbolo, un rito; non puoi sottrarti al primo happy hour, per quanto agorafobico o pigro tu possa essere.

La maggioranza dei miei coetanei sarà in spiaggia stasera; un opaco bicchiere di plastica in mano, ondeggiando piano al ritmo della musica; un sorriso che preannuncia le vacanze non ancora soffocate dalla caligine della noia.
E anche se si parlerà delle solite cose, scuola relazioni aneddoti progetti, so che questo è il momento migliore per godermi un po’ di vita.

Vedo la striscia greve della pineta avvicinarsi. Credo lascerò la macchina al parcheggio per proseguire a piedi. Non si sa mai; sono 15 minuti di cammino ma non voglio finire imbottigliato come al solito.

Passo il ponte e freno di colpo.
Davanti a me una fila argentea d’automobili si snoda a perdita d’occhio.
Qualche urlo di clacson s’intromette tra i suoni dei Beach Boys. Un incidente. Non ho mai visto fila a questa altezza, così lontano dai bagni. Anzi, di solito è proprio questo rettilineo in discesa il punto preferito per testare il limite di velocità della macchina nuova.

Rimarrò seduto sul sedile, grondante di sudore e rabbia per altre tre ore.

Sarò trasportato come su di un nastro trasportatore per tutto il tragitto ad una media di 5 chilometri l’ora;
gente ubriaca colpirà i miei finestrini con mani scarpe e bicchieri; assisterò ad una rissa;
finirò due volte Pet Sounds;
passerò ironicamente davanti al mio bagno senza potere parcheggiare;
vedrò almeno 5 persone vomitare al lato della strada;
constaterò un’inspiegabile assenza delle forze dell’ordine;
tornerò in città; dovrò fermarmi al passaggio a livello per lo scalo di un treno merci e, una volta a casa, andrò a dormire.

La causa dell’indigestione di macchine a Marina è stata collegata all’imprevisto arrivo di più di 40 corriere emiliane dirette ad un famigerato stabilimento balneare, cariche di universitari(e) e giovani pieni di voglia di divertirsi e imbottiti di alcol.

Secondo la stampa le corriere erano state organizzate dallo stesso stabilimento per festeggiare l’apertura della stagione, ma evidentemente le autorità non erano state avvertite a dovere della quantità di turisti più o meno sessuomani che sarebbero sbarcati sulle nostre spiagge.

Le forze dell’ordine erano del tutto impreparate ad una tale affluenza di macchine e gambe.
Risultato, più o meno prevedibile: molto lavoro per gli operatori ecologici, molte ambulanze, lamentele e accuse per mesi e drastico cambio d’idee riguardo alla riviera e alla sua funzione.

È da quel giorno di smog e birra che il sindaco ha lanciato la cosiddetta campagna anti-sballo.
È dunque quasi un anno che l’attenzione della giunta è concentrata sulla propaganda salutista e proibizionista; non conosco nessun mio coetaneo che non ne sia al corrente; e, di quelli che conosco, pochi sono completamente d’accordo con i provvedimenti restrittivi che sono stati presi per arginare il “problema sempre crescente dell’alcool nelle nuove generazioni”.

Basta fare un giro su Facebook e contare il numero degli iscritti ai gruppi che sono stati creati per sbeffeggiare apertamente o manifestare la propria irritazione circa le scelte del sindaco; non solo, credo che sarebbe molto utile calcolare la media dell’età degli utenti, per capire meglio quali generazioni in particolare non si dichiarano favorevoli.

Le ragioni di tale dissenso, nonostante il fine della campagna sia indubbiamente un fine nobile e giusto, non sono difficili da comprendere.

Solo uno stupido potrebbe dichiararsi contro i provvedimenti salutisti del comune. Nessuno, d’altronde è a favore dell’alcolismo, nemmeno gli alcolizzati, credo.
Nessuno è a favore del consumo incontrollato di alcolici di pessima qualità e di conseguenti risse o visite dal dentista.
Nessuno, logicamente, crede che sia giusto che un sedicenne si ubriachi e si spezzi le vertebre contro il guardrail ogni venerdì e sabato sera.

Allora perché tanto astio nei confronti di questa campagna?

Un primo innegabile problema è che molti sono infastiditi dall’atteggiamento proibizionista del sindaco.

Non è una questione di moralità; valore che purtroppo, molto spesso e a sproposito, è stato paternalisticamente tirato in ballo nelle pessime pubblicità contro lo sballo e contro gli happy hour; pubblicità che si possono vedere appese per le strade del centro e tatticamente di fronte ai licei e alle scuole della città.

Il fastidio nasce, più concretamente, dalla conoscenza che ci viene dalle scienze sociali, dalla psicologia e dalla storia – conoscenza ormai di dominio pubblico – e che potrebbe essere semplificata fino alla banalità nell’asserzione vecchia come l’uomo che “quanto più si proibisce, tanto più si tende a trasgredire alla proibizione.”

Il piacere della trasgressione (parola che ormai ha perso ogni connotazione di valore) è inestirpabile.
Ma su questo forse non tutti sono d’accordo.

Un altro grave errore che il sindaco ha commesso nella sua campagna, è stato quello di responsabilizzare oltre ogni misura il ruolo giocato dai giovani.

La scelta di indirizzare soprattutto ai neodiciottenni e ai ragazzi delle scuole superiori i suoi ammonimenti e i suoi consigli non ha fatto che peggiorare la situazione.

I ragazzi si sono sentiti colpevolizzati dalle parole del sindaco, umiliati per le pubblicità ridicole e paternalistiche (sempre che abbiano avuto un qualche effetto in positivo, senza contare la spese di realizzazione), infastiditi dai modi e dal tono della campagna anti-sballo.

Tristemente famosa la foto che ritrae il sindaco rovesciare in un tombino un secchiello pieno di alcol; gesto pletorico e retorico che non credo abbia avuto altro effetto se non quello di tirarsi addosso ancora più antipatie e malcontenti.

Sinceramente non credo che nel 2010 ci sia bisogno di ribadire a ragazzi adolescenti il pericolo dell’alcol e delle droghe. Sono infarciti di conoscenze e spauracchi medici sul pericolo e sulle malattie legate al consumo di sostanze stupefacenti; spesso al punto che l’azione che si riteneva di contenimento e di prevenzione, finisce per rovesciarsi e creare atteggiamenti di non-curanza e menefreghismo.

Fare finta di non saperlo, forse per cercare una spiegazione plausibile per un consumo che non accenna a diminuire, equivale semplicemente a trattarli da stupidi e comportarsi ingenuamente.

Accusare i ragazzi della degradazione che la riviera ha subito negli ultimi anni è un grande errore.

Distoglie rischiosamente l'attenzione da altre colpe che vanno ricercate in profondità e che sono state commesse quando ancora questa generazione era in fasce, e l’alcool lo assumeva solo sulle ginocchia sbucciate.

Invece di continuare a chiedersi come risolvere il problema dell’alcolismo, perché non cercano piuttosto le ragioni storiche e sociali di tale comportamento?

L’origine, come troppo spesso accade, è meramente e terribilmente economica.


Chi ha inventato l’happy hour aveva a cuore più i suoi guadagni che la salute del fegato dei suoi figli.

Allora forse s’incomincia a capire che il modello della tragedia greca è ancora paurosamente valido e che, come allora, le colpe dei padri devono essere pagate dai figli.

In vari modi le conseguenze si abbattono su generazioni che non sanno come reagire, come resistere all’offerta di alcool e divertimento ad un prezzo in apparenza basso, pagato con rincari considerevoli da un corpo prematuramente sfinito dall’alcool.

Non c’è campagna salutista tanto efficace da far cessare questo vizio collettivo, né predica crepetiana tanto noiosa da convincere il figlio reprobo ed alticcio che il vero sballo è dire “no” ed è meglio rimanere sobrio a guardare gli amici ubriacarsi e provarci con le ragazze. Perdite di tempo, soldi e voti.

Prima di concludere vorrei precisare ancora una volta, a scanso di commenti o reazioni ad una mia presunta amoralità, che non sono contrario al fine dei provvedimenti del comune; mi risultano invece intollerabili e fastidiosamente retorici i mezzi di tale campagna.

È meglio che il sindaco (o chi per lui) escogiti qualcos’altro, poiché prevedo che questa stagione non si discosterà più di tanto dalla scorsa: i ragazzi continueranno ad ubriacarsi, magari portandosi l’alcool da casa e gli stabilimenti continueranno ad ingrassare sulla salute dei consumatori.

mercoledì 21 aprile 2010

Nuova poesia esoterica

NUOVA POESIA ESOTERICA

Recensione della raccolta "Altrove" di Matteo Zambrini



La poesia che Matteo Zambrini ci propone nella sua prima raccolta, intitolata significativamente “Altrove”, risente dell’imprescindibile congiunzione fra spirito terreno e spirito ultraterreno, rivelata nell’intima natura circolare che tale lavoro assume nel corso del suo svelarsi al lettore.
Zambrini penetra un mondo duplice, il mondo del “qui” e quello dell’”altrove”, unificando l’andamento di queste realtà attraverso un sapiente uso della parola, carica di suggestioni metafisiche e capace di proiettare il sentimento al di là della coltre materialistica tanto cara alla contemporaneità.


Una poesia, dunque, che rende attuali alcuni fra i temi portanti della grande poesia esoterica del novecento: dalla lirica cosmica di Arturo Onofri (In questa zolla di cosmo / di un baratro si scorge il fondo / e forse so di cosa soffro), passando attraverso densi confronti esistenziali che ricordano alcuni passaggi del Pessoa più ermetico (il tu e l’io / son terre aride / riarse di luce riflessa), per giungere infine alla dimensione “iniziatica”, ricorrente in diversi momenti dell’opera.


In Stanze si legge infatti quasi un monito a non oltrepassare la percezione sensibile nel tentativo di esplorare zone a noi precluse dall’esistenza quotidiana (Non visitare / Le stanze segrete del mare / Nel mare stesso / La ragione perderesti) per restare laddove la vita non chiede altro che di essere vissuta nelle sue manifestazioni più “accessibili” (Contentati di mormorii di conchiglie / E giochi di correnti / Non oltre risiede la felicità).


Diverso è il messaggio che traspare da Un nido, in cui la selva oscura di dantesca memoria rappresenta la grande ombra che ognuno di noi deve attraversare per giungere alla consapevolezza si sé (Ma tu stesso all’alba / Penetra la fitta foresta / E nessuno spezzi rami per te).


La ricerca di una dimensione “altra” viene svelata anche nelle liriche descrittive: in Mattino, ad esempio, porte socchiuse / tralasciano scorci indistinti / lingue di luce scucita / sospesa sui bordi dell’anima , mentre in Notturno voci di un buio primigenio / Cantano la cifra limpida / del tuo iride immutato.


Il giorno e la notte si fanno messaggeri di realtà superne, di cui l’uomo riceve gli influssi necessari per poi volgersi, con occhio maturo, alla contemplazione di quel che lo circonda (All’imbrunire lasciar / pendere lo sguardo / sulle gote d’un colle / incinte di un / bisbiglio primigenio (…) sentire vivo il sottosuolo / pesarmi il passo / votarsi a cicli sommersi).


Una poesia misteriosa, protesa verso quell’altrove che, come diceva Rudolf Steiner, ognuno è in grado di penetrare una volta affrontata la preparazione spirituale necessaria.





Matteo Zambrini, Altrove, Società Editrice “Il Ponte Vecchio”, Cesena 2009, pp. 37