Chi
ci ha educato all'emersione, e perché? L'anabasi frustrante verso la
luce, verso il riflettore – il movimento della falena intontita –
mi sembra proprio lo sbracciarsi irrequieto del venditore di piazza.
Sogna l'emergere chi è immiserito del reale. Sogna la luce chi beve
solo notte. Tutti educati allo stesso movimento d'ascesa, alla stessa
scalata asociale, tutti desiderosi di pane e interviste, “venite e
sarete incensati, c'è posto per tutti, anche per chi ali non ha”.
lunedì 11 novembre 2013
venerdì 1 novembre 2013
La città in bilico
"Istanbul è una città di confine? Questa è la domanda più difficile.
Agli occhi dell'ovvio, la risposta è sì: Istanbul è l'ultima città europa che si possa ancora considerare di confine, ovvero un limes tra due mentalità diverse e per certi versi inadeguate l'una all'altra. Istanbul con un piede in Europa, Istanbul ortodossa e bizantina; Istanbul con un piede in Asia, Istanbul dei minareti e del caffé turco.
Ma a ben vedere, il confine implica separazione, discrimine. Qua inizia la civiltà, mentre hic sunt leones. Questa separazione, ad Istanbul, non l'ho vista. È la sua stessa storia di città di scambio, pedaggi e mercanti ad impedire che le parti, come in un composto chimico, si separino per decantazione."
Dopo tre anni, si torna a parlare di Istanbul, ma attraverso le immagini
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Dopo tre anni, si torna a parlare di Istanbul, ma attraverso le immagini
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giovedì 24 ottobre 2013
Il sapere che manipola
[Articolo pubblicato originariamente per Pequodrivista]
Nei
filosofi di professione prevale un giudizio per lo più negativo
circa la questione della tecnica. Si passa da uno sfumato sospetto ad
un atteggiamento scettico, fino ad arrivare spesso a posizioni di
aperta ostilità.
Siano
essi di scuola heideggeriana o adorniana, seguano il pensiero critico
francese o quello cattolico fideista non importa: sembra proprio che,
per grande parte della filosofia, la tecnica ponga un problema
fastidioso, come una matassa difficile da sbrogliare, che si
preferisca accantonare sbrigativamente sotto l'etichetta riduttiva
della “volontà di potenza”.
giovedì 17 ottobre 2013
Lo sperimentalismo innocuo
La
storia è nota. Nel 1828 un giovane di sedici anni compare
all'improvviso nella città di Norimberga. Non si sa chi sia, né da
dove venga. Le uniche cose che riesce a dire sono il suo nome, Kaspar
Hauser; le uniche cose che riesce a mangiare sono pane e acqua.
Alieno pur non essendo alieno? un Cristo senza alcuna Parola da
rivelare? Non è dato saperlo. Viene ucciso da mano ignota nel 1833.
Il suo epitaffio lo descrive come “eanigma sui temporis”.
venerdì 20 settembre 2013
Disimparare ad accontentarsi
Si
racconta che Dino Campana, prima di vendere i suoi Canti Orfici,
fosse solito squadrare attentamente l'acquirente di turno alla
ricerca di particolari fisiognomici rivelatori della sua preparazione
poetica. Chi passava l'esame con successo, “lo spirito poetico
puro”, si vedeva consegnare il libretto intero, tuttalpiù privo qua e
là di qualche pagina; ai malcapitati, invece, spesso non restavano
che due o tre poesie – e delle meno riuscite. Effe Ti Marinetti,
“lo schiaffo ed il pugno”, si dovette accontentare della sola
copertina. Non è forse un diritto del poeta quello di difendersi
dagli occhi degli imbecilli?
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martedì 17 settembre 2013
Il castello di Pietra Mora
Nuova poesia dedicata ai ruderi del castello detto di 'Pietra Mora', edificato su di un affioramento roccioso - lo 'Spungone' - che partendo dal torrente Marzeno, nelle prime colline faentine, arriva fino alla frazione di Capocolle, nel comune di Bertinoro (FC).
Il sito è ricordato anche da Luciano de Nardis in un breve articolo di argomento folkloristico da lui steso per la rivista romagnola La Piê:
"Sotto Monte Sassone, accanto ai ruderi del castello della Pré Mora (Pietra Mora), nel banco dello spungone sullo strapìombo della voragine del rio della Samoggia, fra le colline a monte di Faenza e Castrocaro nella zona di demarcazione dell’antico confine fra la terra del Papa e quella del Granducato, sono scavate le quattro grotte delle fate (chiamate anche busa – buca - e camaraz – cameraccie). Questa pietra era un prodigioso palazzo, nei lontani millenni delle Fate che lo disertarono quando l’uomo non credette più alla poesia, ma vi lasciarono, pegno del ritorno, i loro magici telai d’oro, su cui l’anima tesseva le canzoni che nessuno sa più! E perché l’uomo non ne facesse sua preda, confidarono la guardia dei telai a un biscione che sibila minacce e con un soffio precipita nella voragine le ladre scalate, quando mai tentassero le porte inviolabili."(L. De Nardis, La Piê, 1925)
Ecco la poesia:
Era pena,
l’asse
il sostegno
del monte
alle grotte
era la
morte della larva –
tenuta dei
cocci,
del voto
fatuo alla fioritura
erano
briciole del corpo
del prode,
voce
selvatica che
ne sgola i
lembi …
E un testo precedente, ispirato alla leggenda della grotta delle fate e già pubblicato su questo blog:
Le dame di
Monte Sassone
Il tempo
sfilacciato di una vita
che nulla
può farci l’ago
ha avuto
forse pietà di noi
delle case
abbandonate quando
il passo
del giaguaro
seminava
grida pari
al crollo
delle terre
sotto il
bacio dell’aratro
quando il
seme inselvatichiva
e la mala
pianta taceva
i segreti
andati in fiamme
quando
gonfie nubi ferrose
s’alzavano
sulle rovine
e custodi
di sale ricolme
di bronzi
e di giade
lasciavano
che il filo delle lame
si
dipanasse ai loro piedi
quando
quando
quando
*
e a fare
come il cavaliere,
che
all’ago preferì i telai d’oro
delle dame
di monte Sassone
– si badi
alla luce delle vesti
come un
tempio il cui marmo
sia inciso
nel fuoco di costellazioni
ma
spolpando il frutto della luce
il succo
ripugna
come un
porcaro
vestito da
signore –
e il cui
corpo sbriciolato
fu gettato
dalla furia del serpente
giù
nell’ombra della terra
fino a
fare minerale del pensiero,
noi cosa
perderemmo
e cosa
avremmo al sicuro ora
che il
secco si beve tutto
che i
lembi del lago hanno branchie
da cui
svapora l’oro dei campi?
(la foto qui sotto è di Stefano Ciani)
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poesia
mercoledì 4 settembre 2013
Poesia astratta su Adolfo Wildt
Opera di riferimento: 'La fontanella santa', marmo, mosaico, onice e bronzo dorato
cautela si brucia
cautela si brucia
al scaturito presente
del
dipeso, del
potere
(un fuoco bianco
che lo
conteneva)
e la pace severa,
arco
volto di bronzo
al sereno
dirà
l’onice aspro e
duro, empireo
fulgente e
corona.
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poesia
martedì 20 agosto 2013
Anteprima
Un po' di poesie dal nuovo libro in lavorazione.
1)
1)
Che ne fu
o sarà di bontà
del
declino del mangiare
e del
campo, piana o terra
del
legarsi e del
legame …
cose a cui
dare la caccia
che filtra
il setaccio e le
ammolla
in luce
ma la
speranza era raccolta
nell’interrogatorio.
Non c’era
risposta.
Io non
sapevo dell’incastro
né del
personale esser grato
al
contesto e alle pedine
al volere
disarmato.
2)
concilio
maturare
ripidare
scoscendere
e assalire
rotta in
piana,
slargante
fuochi e rame
concitata.
Nulla ha
del ricatto
del
valore, del martirio:
è la
propaggine
bianca, il
paladino in testa.
Dio elettrico del monte
adora
Traliccio di potenze
indora.
3)
sorte del borgo
bruciati i
bestiali
della
vestizione
e le chiare, i morti
fiato
corto di cani,
di lume
fu la
madre
stupore grato
a farne
roccia, setola e lucore
vuota
l’ospitalità,
cauto
l’ospite selvatico
immobile
strenua,
la forza
s’impunta
nella pista,
il nido
nella trave.
4)
Adesso
in presenza
o
attenzione
sociale
all’equilibrio
al tronco
vivo, a un
raschio
nel motivo
( )
se il voto
sia arnia
soldati a
sigillo, a terrore
sospeso su
in cima
piombato
sul caro
se
l’esser-ci covi un
salto
nel cavo
del passo
mira e poi
spezza
soffice
sesso ,
miri il
sereno
colto tutto in seno.
5)
Non mi
appartiene il cantiere, conforto conforme a normative nel campo nemico, ma
attenzione, all’inquieta e irrefrenabile espansione.
Il luogo
di trapasso: nient’altro che una porta, vi si giunga dispersi o finemente
lavorati, intagliati. L’ombra ci protende in anse cupe, chili maldestri buttati
dentro il mucchio alla rinfusa; da qui, l’arte della mano e della forma a
trarne il Vero fiero, il Vero-cavaliere.
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poesia
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