domenica 18 aprile 2010

La conquista della letteratura

LA CONQUISTA DELLA LETTERATURA:
Postfazione a "Tre dialoghi" di Iacopo Gardelli
Sentire tutto in tutte le maniere,
Vivere tutto da tutte le parti,
essere la stessa cosa in tutti i modi possibili allo stesso tempo.
- Fernando Pessoa



La totalità dell’esperienza sensibile, colta al momento dell’evoluzione spirituale che muove dal mondo terreno a quello ultraterreno, rappresenta, nel dialogo intitolato La morte di Eraclito, la comunione con il tutto, resa possibile da una precisa presa di coscienza: il Conflitto, ciò che sta alla base delle leggi del cosmo, è da intendersi come principio armonico e costruttivo, fautore di un ordine-nel-disordine.

Eraclito, instabile fra due mondi, coglie con quel che resta del suo corpo sensibile alcuni aspetti propri di una nuova realtà; lo stesso vocabolario tende ad unificare due modi diversi di intendere il reale, provando da una parte a rendere partecipe Cratilo, ancora di apparente salvezza, del viaggio appena intrapreso, e dall’altra cercando di volgere ogni grammo di spirito alla conoscenza che ora illumina di nuova luce le cose rendendo i loro contorni più netti.

Guarda il mio corpo! Cosa mi succede? Ho rotto gli argini, è vero? Sto esorbitando, le membra non reggono più. Tra poco uscirò da me stesso, Cratilo; queste parole testimoniano l’oscillazione dell’anima, intesa antroposoficamente come elemento di contatto fra la coscienza e la realtà, da una sfera all’altra dell’universo, dal mondo sensibile a quello soprasensibile.
Rudolf Steiner, nel commento a Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz, interpreta il sentirsi come al centro di una tempesta del protagonista proprio in questi termini: l’anima, partecipe del corpo etereo, si allontana dalla percezione corporea e quindi dalle forze cosmiche irrigidite in forme stabili. Ciò che si trova al di là del corpo materiale è proprio la mobilità della sfera sovrasensibile, che rischia di traviare l’esperienza animica, se il soggetto non ha affrontato prima un’adeguata preparazione su di sé.

Eraclito, nel suo “esorbitare”, testa le sue capacità spirituali nel tentativo di descrivere il passaggio al mondo ultraterreno, utilizzando ciò che di più tipicamente umano egli possiede: il linguaggio. La parola si fa quindi tramite fra due mondi, curva di congiunzione fra materiale ed etereo.

L’antroposofia è una via della conoscenza che vorrebbe condurre lo spirituale che è nell’uomo allo spirituale che è nell’universo recita la prima massima antroposofica. Il filosofo efesino penetra coscientemente il mistero del tutto, ricongiungendosi ad esso e riconoscendone il flusso necessario, che muove dalla persona al tutto, dal tutto alla persona. La persona non era un inizio, dice Eraclito, poiché la persona era (ed è) il durante di tale flusso, di tale ordine conflittuale, che si stabilizza per poi fuoriuscire continuamente in un ordine ciclico di evoluzione e dissoluzione.

Investigare se stessi, per citare una massima eraclitea, significa quindi acquisire progressivamente coscienza della concavità del nostro essere – terra, ovverosia del nostro essere obliqui.
La chiave per penetrare le leggi del cosmo va ricercata in noi.
Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me recita l’epitaffio sulla tomba di Kant. La frase dovrebbe essere modificata nel modo seguente: Il cielo stellato e la legge morale dentro di me.
Il “fuori” è un concetto astratto che tende a confinare l’uomo in una prigione che in realtà è l’unica via possibile verso la libertà e la conoscenza: il corpo.

Tre dialoghi racconta di un unico, grande percorso e i tre filosofi rappresentano tre tappe ben distinte di tale cammino. Se Eraclito simboleggia il raggiungimento della consapevolezza, Pitea, protagonista della parte centrale, coincide con il processo di sviluppo e di distacco.
Navigatore temerario, dall’aria dannata e tragicamente romantica, Pitea è un pellegrino dello spirito che ancora fatica a riconoscersi nell’assoluto, pur avendolo toccato in una delle sue manifestazioni più sublimi: quella del viaggio.
Pitea, tornato alla sua terra, appare come uno spettro che non riesce più a collocarsi nel reale: avendo visto tutto, sente di non appartenere più a niente.
Ha gli occhi bruciati da troppo vedere, riflesso di una mente che ha vissuto in negativo la rivelazione: Pitea vuole fuggire da quello che cerca e, soprattutto, da quello che ha trovato. Come Eraclito, il navigatore rimprovera coloro che tentano di trattenerlo in un mondo dove la luce abita in eterna inquietudine, citando Novalis.
Per tornare di nuovo al poeta romantico, quel flutto terrestre che si scorge sul limitare delle nostre percezioni spinge il viaggiatore verso la disperazione e il rifiuto, poiché il corpo in cui si trova confinato non può, secondo lui, farsi strada attraverso il mistero.

Il Conflitto che percepisce Pitea è quindi un principio disarmonico che vede contrapposti in maniera irriducibile finito ed infinito, fenomeno e noumeno. Pitea, vicino un tocco all'evoluzione spirituale, resta qualche passo indietro, e questo significa per lui la condanna.
La mancata comprensione del senso del viaggio spinge il navigatore verso una fuga, verso un movimento che non ha un fine accrescitivo ma che si fa simbolo di un pericoloso sentimento nichilista.

Il nichilismo è un passaggio che conduce Pitea all’abbandono di ogni proposito: al contatto con il mistero (o Conflitto) eleva il suo corpo a suprema debolezza, impossibile da dimenticare o da ignorare. Non esiste pacificazione: solo il rifugio nell'oscurità della propria mente.

Risalendo il fiume si giunge al primo confronto con l’idea di un cosmo conflittuale: il dialogo d’apertura, dal titolo La condanna di Ippaso, rappresenta forse nel migliore dei modi la dicotomia tipicamente occidentale che corre fra percezione ed essenza.
Il testo è basato sull’alternanza parola – silenzio – parola, in un circolo che ricorda, anche in questo caso, quella “corrente”, quella sorta di movimento che progredisce attraverso il suo essere puro incedere.

La contrapposizione fra parola è silenzio è ciò che dà vita alla letteratura: la volontà di parola e la volontà di silenzio sono le due grandi forze attraverso cui sintetizzare un percorso accrescitivo che tenga conto dell’importanza di entrambi gli elementi.
Ippaso, il dialogante muto, è contrapposto al pitagorico, colui che parla, simbolo di un verbo ininterrotto, di un logos perpetuo.
Il silenzio di Ippaso rappresenta, in questo caso, la verità: di fronte al mistero anche la parola più forte è destinata a crollare.
La condanna di Ippaso è dovuta forse alla dimostrazione della debolezza della parola e della finzione in cui essa ha gettato tutto il genere umano.

La parola è maschera del nulla, un’impalcatura fragile sospesa sopra un silenzio infinito.
L'assenza è percepita e di conseguenza rifiutata: la scuola Pitagorica si è assunta il compito di costruire una serie di precetti per non porre l’essere umano di fronte all’incubo di se stesso, di fronte al terrore del vuoto.
Si tratta qui di fare diversi passi indietro. La comunione fra spirito cosmico (silenzio) e spirito umano (parola) è in questo caso impossibile.
Il primo conflitto è un conflitto totalmente negativo, che non può conoscere una sintesi; il processo graduale di compenetrazione parola – silenzio evolverà nella pratica conoscitiva della letteratura, reale punto d’incontro fra mondo fenomenico e mondo noumenico.

Dal Conflitto negativo Ippaso – Pitagorico (assenza di confronto attivo), passando per lo sviluppo del viaggio di Pitea (confronto attivo con il mistero ma incapacità di compenetrazione), si giunge al Conflitto propositivo proprio di Eraclito: Il silenzio e la parola sono giunti finalmente al corpo sintetico della letteratura.

Cratilo, alla morte di Eraclito, si spoglia ed esce nella notte; alza gli occhi al cielo e guarda le stelle. Il suo percorso è appena cominciato.

venerdì 16 aprile 2010

Il più piccolo granello è se stesso per conflitto

IL PIU' PICCOLO GRANELLO E' SE STESSO PER CONFLITTO:
Prefazione a "Tre dialoghi" di Iacopo Gardelli


Sto partendo, lo sento. Mi vedrai ancora.
Ogni volta che sul tuo corpo riconoscerai una ferita del tempo.
Non c’è fine, Cratilo, perché la persona non era un inizio.

Da La morte di Eraclito


Il libro di Iacopo Gardelli porta il titolo “Tre dialoghi”. A partire da questo titolo scarno, minimale, perfettamente novecentesco nella sua assenza di qualsiasi tipo di suggestione chiaroscurale, l’autore ravennate intende farsi tramite di tre anime misteriose del mondo antico, delle loro parole e dei loro silenzi, nei momenti culminanti delle loro vite remote.

Parole essenziali, sospese nella pagina, parole che possiedono un peso consistente e un valore culturale non indifferente in quanto inserite in un contesto che si allarga man mano che si procede nella lettura dell’opera (Letteratura russa, inglese, echi classici, forse i più evidenti e i meglio reinterpretati a livello stilistico, ecc.), parole che appartengono ora al richiamo ancestrale del mito, ora alla più tenera elegia lirica, passando per i serrati confronti intellettuali propri del dialogo filosofico (illuminante in questo senso l’imprescindibile lezione di Platone).

L’opera di Iacopo Gardelli muove da una profonda esigenza di ricondurre il lettore contemporaneo ad una riflessione su alcuni temi portanti dell’esistenza: il viaggio inteso come pellegrinaggio dell’anima, la scienza dogmatica, la morte.

L’intensità della proposta culmina nella vetta spirituale e concettuale de La morte di Eraclito, un’opera perfettamente compiuta e calibrata, dall’invidiabile compostezza formale che tuttavia non pregiudica il disperato e sanguinante incedere di emozioni spesso troppo grandi per non precipitare inevitabilmente nel silenzio (si veda a questo proposito l’impostazione lirica dei balbettii estremi del filosofo morente). Il testo racconta gli ultimi struggenti attimi di vita del grande pensatore di Efeso, un filosofo – oracolo, dispensatore di frammenti dalla fortissima valenza simbolica. Il pensiero del filosofo si raddensa nel magma del dialogo, concorde con l’immagine tipica associata ad Eraclito (quella del fiume) senza tuttavia evitare di gonfiarsi in flutti poderosi che tentano, peraltro riuscendoci alla fine, di uscire dal proprio stretto groviglio di elementi legati alla sensibilità della percezione corporea.

Eraclito appare come un uomo che, nel breve istante che precede la morte, è come riuscito a dilatare la sottile pellicola del tempo e a regalare allo sgomento Cratilo gemme oscure e vibranti, parole di una potenza visionaria sconvolgente e insostenibile.
Eraclito impara nel momento estremo, Il Conflitto, a considerare le cose nel loro essere essenzialmente tali, senza sfumature fallaci che possano ricondurre all’errore; gli echi superomistici di Nietzsche si fanno qui quasi raggelanti.

La vetta lirica del dialogo, pervaso da uno spirito sublime davvero raro, consiste nelle ultimissime battute, in cui alle parole pregnanti si alterna un altrettanto importante e imprescindibile silenzio. Si assiste quasi al mutismo sgomento di Cratilo nel momento in cui riconosce che il suo maestro è ormai lontano da lui ma vicino un tocco a quel mistero che tanto si ricerca senza tuttavia riuscire mai ad afferrarlo completamente.

In questa ultima parte appaiono, come il fuoco di una improvvisa rivelazione, alcune righe di impatto sconvolgente: il più piccolo granello è se stesso per conflitto, sussurra o forse grida il filosofo, non ci è dato sapere questo. Gardelli in questo momento è Eraclito e il filosofo si incarna in lui attraverso la comunione verbale dettata da questo verso straordinario.
Il senso più profondo della vita, il senso degli atomi che stanno alla base di tutto si combatte nel conflitto, è il conflitto elevato a suprema sintesi di tutte le forze che si contrastano. Cratilo ammutolisce, la parte umana che tende e anela ad una pacificazione interiore crolla di fronte a questa affermazione pregna di fiamma.

Il flusso lavico si spegne all’improvviso, così come si era acceso, in un bisbiglio, in un’ultima parola che forse non conclude e non fa cominciare nulla.
Il mistero dell’anima, della persona, coincide con il grande mistero degli inizi: se una persona non è l’inizio di qualcosa, che cosa, allora, lo è?
Eraclito conosce la risposta? Forse sì. Gardelli però si ferma ed è attraverso la morte, insondabile realtà, che le parole si chiudono lasciando spazio al divenire delle cose che sono e che saranno.

Gardelli richiama nell’eleganza della sua prosa teatrale certi atteggiamenti che sono anche propri della sua persona, nel complesso aristocratica, tipicamente ravennate. E tipicamente ravennate è anche la formazione artistica dell’autore, cresciuto fra le penombre sacrali delle opere architettoniche più importanti della città, da San Vitale e Galla Placidia alla tomba di Dante. L’approfondimento estremo dei suoi scritti ricorda l’intensa attività intellettuale dell’autore, sempre teso ad un’osservazione sensibile del mondo che lo circonda, una visione spesso priva di incanti romantici, saldamente ancorata alle cose che si vedono, si toccano, si vivono nella realtà e non nell’influsso di spinte religiose.

Tre dialoghi rappresenta quindi il primo saggio artistico di una personalità vivissima, profonda, che lotta interamente, con tutta se stessa, e che con questo libro ci porge una brace ancora rovente di conflitto, un tizzone che contiene delle parole che potrebbero davvero essere le migliori che si possano leggere in tempi come questi.

martedì 13 aprile 2010

Il viaggio e la scomparsa della geografia. Genova.



Pasolini fu il più acuto testimone del “genocidio culturale” che interessò l’Italia nei primi anni Sessanta.
Il sistema economico (post)capitalista entrava allora per la prima volta nel nostro Paese; un paese ancora prevalentemente povero, o “paleoindustriale” come amava definirlo lui. Entrava col denaro al posto dei fucili, con sembianze in apparenza progressiste, innocue, banali.

Tutto cambiò nel giro di una decade. La nuova ideologia edonista attaccava alla radice una società che non era pronta, non aveva ancora gli anticorpi per difendersi da una così formidabile novità.

La società dei consumi, spazzando via il vecchio (dialetti, microequilibri, religioni), piegandolo alla sua logica, s’appropriava degli spazi di una società destinata alla scomparsa per stabilire il suo sistema di regole.

Io sono figlio di quel post-capitalismo. Anzi, sono figlio del più radicale e potente dei post-capitalismi, quello che non ha conosciuto muri né barriere se non il globo stesso.

Non ho potuto assistere al cambio di paradigma. Di conseguenza non posso decidere quale dei due sistemi sia il migliore. Posso però, attraverso le parole di Pasolini, capire il cambiamento e intuire che il mondo in cui vivo, le città che abito, i passatempi che scelgo, tutto questo è il risultato di un complesso concatenarsi di cause che ha avuto la sua origine in quel decennio cruciale.

Mi si sono aperti gli occhi (e da allora non li ho più richiusi) quando, per la prima volta, lessi nel mondo le cose che avevo già letto nei libri. Quando riconobbi che quello che avevo studiato, si era realizzato davvero, nel concreto: la geografia era scomparsa.

Viaggiando ho capito che la profonda essenza della società dei consumi si manifesta con caratteri più vistosi nel turismo di massa. Il turismo di massa costringe lo spazio ad adattarsi all’economia.

Il luogo viene fagocitato e diventa attrazione; la storia si dissolve nella nozione; perfino la gastronomia viene catturata nel processo. Si ha, in ogni ambito, la tipizzazione delle cose.

Il viaggio, in ultima analisi, ha perso importanza educativa e formativa; non è più quello il suo ruolo.
Quello che oggi si cerca nel viaggio è la distrazione, lo svago; è l’aspetto ludico (o terapeutico) che interessa. Viaggiamo per dimenticarci del lavoro, delle malattie, della vita; compriamo delle panacee che ci facciano scordare di noi per due settimane.

È quello che molto meglio di me ha descritto D. F. Wallace nel suo “A Supposedly Fun Thing I'll Never Do Again”, non a caso scritto a metà degli anni Novanta in America, all’apice della potenza di fuoco dell’economia americana.

Quello che mi interessa maggiormente è come le città abbiano reagito a questo tipo di viaggio-terapia, che non è legato al dato geografico, cioè allo spazio, quanto piuttosto alla persona.

È innegabile che oggi il turismo di massa abbia deformato e bruttato, forse per sempre, città di importanza capitale per la nostra (intendo qui “italiana”) storia. Città come Roma, Bologna, Firenze e soprattutto Venezia hanno perso la loro “aura” e si sono adeguate all’economia, forzate o interessate a prostituirsi per denaro.

Genova no. È stata una rivelazione per me vedere come questa città abbia resistito, lasciandosi solo sfiorare dal “falso progresso”, dal lucro economico, rimanendo intatta nella sua atmosfera.
A Genova mi sono sentito a Genova, e non in una città che recitava la parte di Genova.

Non so dire le cause di questa mia impressione.

Forse è stata aiutata (o sono stato influenzato?) dalle canzoni di de André, che non suonano tipiche, sdolcinate o tradizionali ascoltandole per i carruggi, ma profondamente radicate, specchio fedele della città (e se non ci credete, camminate per Via del campo di notte);

forse è stata aiutata dalla sua ingrata topografia, sia per il traffico che per le gambe dell’obeso turista americano, che ha costretto una città asfittica a trovare una inusuale dimensione verticale;

forse invece è stata aiutata dal porto e dai suoi topi o dalla sopraelevata Aldo Moro e il suo traffico, che la imbruttiscono senz’altro, è vero, ma di sicuro le permettono di sfuggire allo sterile cliché di città da cartolina;

forse, infine, anche la densa immigrazione ha contribuito affinché la città rimanesse vera e viva, abitata da genovesi e non da turisti: gli immigrati sono venuti per lavorare e viverci, e non lasciarsi vivere da altri.
Vivono la loro città, abitano le loro vie, posseggono saldamente i loro carruggi.

Credo che anche il G8 del 2001 abbia avuto una sua parte importante nella preservazione dell’aura di Genova. Una delle pagine più importanti e tristemente famose della nostra storia contemporanea è stata scritta proprio sui saliscendi della città, tra le strette vie della città alta, dove oggi slogan di bomboletta ricordano la morte che ha chiuso la “più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”.

Genova vibra di una storia vicina, che ti senti prossima, che ti alita sul collo, che ancora ti fa affondare le unghie nei palmi. Non si può visitarla senza ricordare quello che è successo in quei giorni di luglio; per forza ricordi dov’eri in quei giorni, con chi ne hai parlato, le posizioni che hai preso: in una parola, sei costretto a ricordarti di te stesso, e addio al viaggio-panacea.

“La Superba” resiste ancora, come ha resistito ai bombardamenti della seconda guerra mondiale, che ne sviscerarono il centro (ancora oggi, inspiegabilmente e sublimemente, si possono vedere le rovine di una casa bombardata in piazza delle Erbe, monito migliore di mille monumenti ai caduti).

Resiste anche nel suo magnifico dialetto cantilenante, che sa dei profumi delle spezie che nel dodicesimo secolo dovevano ammassarsi sulle tavole dei mercanti in piazza Caricamento e sotto i portici, e che la resero una delle città più ricche d’Europa.

Resiste nei suoi panni appesi ad asciugare che ti scendono in faccia e nella striscia di cielo che le case a otto piani, sprezzanti, si degnano di farti vedere.

Resiste, “città intera”, nelle sue prostitute ferme agli angoli in pieno giorno, e nelle bambine che le guardano passeggiando con la mano nella mano della nonna, affresco straordinario come le canzoni dei suoi cantautori.

mercoledì 7 aprile 2010

Abbandonate il sentiero

C’era una volta..

.. Una ragazzina di nome Cappuccetto Rosso. Anzi, mi correggo: c’erano una volta ben sei ragazzine vestite di rosso e di nero (dualismo) ad attendere quasi immobili in una stanza cremisi.
Una di loro accarezza un coniglietto bianco, un’altra prova ad indossare un cappello, una terza, dalla gamba immobilizzata in una gabbia ortopedica, legge un libro.
Un paniere giallo.

Cambio scena:

Una lunga strada asfaltata indica la direzione da seguire per arrivare sani e salvi alla casa della nonna. L’asfalto lascia presto spazio ad un largo sentiero sicuro, coperto di luce, mentre da ogni lato incombe l’ombra informe di un’oscura foresta piena di misteri.
“Segui il sentiero”.
Cappuccetto Rosso cammina e cammina quando “è improvvisamente attratta da uno splendore in mezzo agli alberi”. Lascia leggermente il sentiero, lo segue con gli occhi da lontano mentre un oggetto (?) biancheggia fra le foglie e si allontana sempre di più dalla luce.
Le gambe della ragazzina si mettono a correre da sole e la trascinano lontano, dentro la notte. Il giorno splendente del sentiero diviene un grigio cupo, il tessuto misterioso che ricopre i segreti della psiche.

Una figura vestita di bianco (ora si vede distintamente) ci guida verso un pozzo.

Sono solo pochi passi ma il sentiero, tanto largo e tanto sicuro, non si vede più. La ragazzina non potrà più ritrovarlo.

Dal pozzo si cammina seguendo strade occasionali, brevi squarci di chiaro sulla tenebra del bosco: un divano abbandonato, un palazzo distrutto circondato da bossoli, un’automobile, un parco giochi deserto. Sono oggetti nudi, spogliati della loro funzione e del loro significato, oppure caricati della loro essenza fino allo stremo delle forze, cresciuti come dalla terra, immobili e silenziosi. Forse sono ricordi, frammenti di una memoria perduta che tenta di ricongiungere le fila del tempo (il tempo dell'anima) attraverso un intrico di abissi sempre più fitto.
Cappuccetto Rosso si ferma davanti ad una panchina. Si siede.
Il mistero degli oggetti resta tale. Non c’è nulla che si possa fare o non fare.
Si rialza e riprende il cammino.

“Quante cose, atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi, ci servono come taciti schiavi, senza sguardo, stranamente segrete!” Borges cantava così i cari strumenti quotidiani, il loro enigma insolubile nell’enigma delle azioni della vita.
Il sentiero, o quello che noi immaginiamo essere un sentiero, adesso è solo una proiezione astratta, un istinto remoto che ci lega di passo in passo al destino indecifrabile dei nostri ritrovamenti.
Il paniere si riempie di ricordi, regali per la nonna, la nonnina che abita nella casa alla fine del bosco.

Si ritorna spesso sui propri passi. La foresta è immensa, potenzialmente infinita, eppure le cose tornano sempre uguali a loro stesse. Forse è un limbo circolare, come il fiume curvo della memoria che ricorda il futuro e prevede il passato, quando mare e fonte si congiungono nel corpo sottile e schiumoso di questo torrente capriccioso.

Un brontolio. Orme sul terreno. La ragazzina è innocente e non conosce la differenza fra preda e cacciatore, fra orme di coniglio e orme di…...
…Sì, lo sa. Ora lo sa.
C’è un lupo in mezzo agli alberi. Una creatura che la spia e che vive anche dentro di lei.

Il lupo non è un lupo.
Il lupo è una donna vestita di sangue. Una nuvola scarnificata. Un boscaiolo libidinoso. Oppure è proprio un lupo peloso, nero, affamato.

L’esperienza con il lupo passa attraverso il sesso. La ragazzina cresce e nel suo tunnel approda alla casa della nonna.
La tempesta infuria.
In quella casa converge tutto il mistero.
L’adolescenza, l’infanzia, la vita adulta e la morte.

È questo che il bosco voleva dirci?
A cosa portava la deviazione?

Buona ricerca.

"The Path"

martedì 30 marzo 2010

Bologna, 26 Marzo 2010


Bologna la sera si spoglia del rosso,
D’un rosso che ne impregna l’intonaco
che la tinge d’un tramonto chimico.
Si riveste di marmo e vetro verde;
Colonne infinite e bottiglie vuote
La sorreggono; non starebbe in piedi,
Ubriaca matrona di mollezze.
Balbetta piano infantili sciocchezze
Fatte di clacson e risate, di ritmi
Inebriati d’alcool e polveri
secoli, là tra le ombre claustrali
o sul filo di mille e mille passi
mille e mille pagine; ma silenti
rimangono alla folla che la mangia
dal di dentro, chiassosa metastasi
di soldi e sorrisi. La città s’è persa
e mi chiede indicazioni. Non le so.
Mi dice che si sente una puttana,
e non ricorda più le sue poesie.
Osservo muto il laterizio scuro
Di San Petronio (grottesco il suo viso!)
e rispecchio in esso la mia incompiutezza.

venerdì 26 marzo 2010

La spirale della luce, la spirale della tenebra: dissoluzione progressiva nel conflitto cosmico

Dedico l'intervento ai pochi lettori che si lasceranno "interferire"
per intensificare il loro conflitto


Cercando di evolvere l’aspetto geografico del mondo curvo da me sommariamente tracciato ne “La Chiave Obliqua”, ho inconsciamente spostato l’attenzione dalla fisicità simbolica della realtà dell’arte all’anima dell’uomo, descrivendo nella mia ultima pubblicazione il conflitto che ruota attorno alla contrapposizione fra la luce e la tenebra che dominano l'essere e ne caratterizzano la natura.

William Butler Yeats, imprescindibile punto di riferimento per chiunque voglia addentrarsi all’interno delle luci e delle ombre del tutto universale, delineò nella sua principale opera teorica, intitolata “A Vision”, uno schema della sua visione storica, che consiste nella rappresentazione di una compenetrazione di due coni, uno chiaro e l’altro scuro.

Questo schema rappresenta l’alternarsi continuo delle epoche storiche, il decadere di una e l’elevarsi di un’altra, in un continuo movimento a spirale che descrive progressive dissoluzioni e progressive elevazioni dello spirito e degli avvenimenti del cosmo.

Lo schema può adattarsi perfettamente anche alla realtà intima dell’uomo. Immaginiamo di identificare in questi due coni antitetici i principi della luce e dell’oscurità: si potrà facilmente giungere ad una visione fluente dello spirito e della psiche, ad una sorta di incessante contrasto fra pulsioni “positive” e pulsioni “negative”, che andrà a condizionare ogni aspetto della vita dell’essere umano per portarlo, dopo un lungo periodo di consunzione, al finale disfacimento, alla resa che non vedrà alcun vincitore.

La guerra fra la luce e la tenebra si conclude nell’uomo in silenzio, come implodendo, e sfociando infine in un unico grande tutto che riappacifichi le due parti, oppure riprendendo il conflitto in una dimensione più elevata, al di fuori dei limiti imposti dalla biologia e dalla fisica.

Il conflitto è ciò che porta ad essere ciò che si è, insieme a ciò che non si è, perché si diviene se stessi e poi di nuovo ci si perde e perdendosi si ha l’occasione di ritrovare il sentiero che porta in mezzo ad una foresta misteriosa in cui ci si smarrisce dopo pochi passi. Il pellegrinaggio uccide il pellegrino, la mano del cavaliere cede alla sua stessa spada e sulla terra precipita l’oblio che darà luce a ciò che non è in ombra.

Come concepire una realtà statica che sia totalmente chiara o totalmente scura? Il simbolo della doppia spirale assume quindi una perfetta obliquità, una curvatura che è l’unica legge del cosmo: il conflitto domina il tutto, la lotta fra corpo e anima non conosce vincitori, così come nel simbolo non si risolve la dicotomia fra estensione del significato e protezione della realtà esoterica lentamente svelata.

Il mondo curvo penetra nell’uomo, l’uomo curvo penetra il cosmo.

domenica 14 marzo 2010

La poesia della primavera

La mia terra si presta al canto
Come neve calda
Fiorita d’amore
Nel marzo che fu dicembre
E che suonò del suo eco
Nella sfera del nostro spirito.

Il campo di vento
Pervaso dall’ebbrezza solare
Risorge di suoni
Facendosi nuovo e fiorito
Fra le brevi chiazze di ombra
Ora stelle scintillanti.

L’oro della sera
Scende piano a calmarmi
E il mio cuore rimbalza
Sullo specchio del ciliegio
Che distende gli occhi placidi
Sulla curva del paesaggio.

La luna copre le braci
E calma i soffioni nella brezza
Fino alla terra velata
Dove, raccolte in ghirlande,
Le collane splendettero
Di una remota volontà.

lunedì 8 marzo 2010

Il fallimento del femminismo, Parte Seconda: l'erotizzazione della donna



A Sara, un’amica e una madre.


La prima parte dell’intervento voleva essere un’analisi, supportata da immagini e video, del cambiamento della visione della donna e del suo spazio sociale, con particolare enfasi all’ambito musicale.

La donna era prigioniera del suo corpo. Poi, esasperata, lo ha imbrandito come un’arma, come istanza di protesta, come simbolo di una propria dignità. Quindi, ormai libera, ne ha intuito le potenzialità infinite ed ha cominciato ad utilizzarlo come strumento di autorealizzazione. Ora, portata agli estremi questa scelta, ne sono di nuovo ridivenute schiave.

Oggi la donna non può fare a meno del corpo, un po’ come la musica, per potere affermare pienamente se stessa.”

Giungere a queste conclusioni è stato relativamente facile, soprattutto perché, servendosi di un canale comunicativo formidabile e diretto quale quello musicale, è più semplice trasmettere e generalizzare idee o contenuti teorici.

Un problema emerge ora in tutta la sua gravità. La trattazione deve per forza farsi più astratta, perdendo necessariamente un quid in immediatezza ed efficacia.

L’astrazione di questo secondo intervento dipende in primo luogo dal cambiamento d’ambito: da un settore relativamente facile da ordinare e sicuramente più quotidiano, quello musicale o spettacolare, si passa ad un non-ambito, quello sociale.

Cosa c’è di più quotidiano della socialità?, mi risponderete.
Vero, ma come tutti gli ambiti vivi, e per quello in continua evoluzione, è difficile isolarne componenti teoriche fisse; sei condannato alla mobilità, non puoi prendere le distanze. Per questo l’ho chiamato non-ambito.

Secondariamente, l’astrazione è necessaria per epurare l’analisi da componenti che derivano dalla mia esperienza personale, che potrebbe inficiare enormemente la neutralità dell’intervento.

Certo, la riflessione parte necessariamente da esperienze personali e osservazione diretta, ma non si esaurisce qui, o meglio, tenta di non farlo.

Come avevo promesso nella prima parte, non intendo fare moralismo. Per questo è necessario fugare ogni dubbio soggettivo e scrivere con mente lucida.

Per iniziare credo sia necessario introdurre il concetto di erotizzazione della società.

Vivere in una società erotizzata significa essere sottoposti ad impulsi erotici frequenti (superiori, cioè, ad una teorica soglia standard) e diffusi a vari livelli di comunicazione.

Le cause dell’erotizzazione della società non possono essere ricercate in questa sede, per complessità e per ragioni di spazio.

Sicuramente però, le leggi del mercato capitalistico hanno avuto una grande parte nella sua genesi. Dal momento che il prodotto di mercato si trasforma da prodotto di sopravvivenza a prodotto di consumo, emerge il bisogno di stimolarne la vendita, che altrimenti non avrebbe luogo.

La pubblicità nasce ovviamente a questo scopo; ed è proprio al fine di persuadere il consumatore che essa fa leva sui suoi impulsi naturali.

Se non fosse così, la pubblicità di oggi (almeno la maggior parte di essa) sarebbe il frutto del peggiore (migliore?) incubo di un erotomane; né non si potrebbe spiegare la presenza di personaggi divenuti ormai parte integrante dell’immaginario spettacolare, ossia le celebri vallette.

Credo quindi che si possa dire che l’erotizzazione nasca come fenomeno pubblicitario, e che il suo scopo sia quello di attirare l’attenzione dello spettatore facendo leva sui suoi istinti (intesi in senso puramente psicologico e non biologico).

Ma non sono sicuro che l’analisi del fenomeno si possa fermare qui.
Devono sicuramente esistere degli altri motivi, più difficili da individuare, che ne hanno causato l’insorgenza.
Per adesso tuttavia, basti questo.

Quello che qui interessa sono piuttosto gli effetti dell’erotizzazione della società, di come questo fenomeno sia penetrato gradualmente nella coscienza della società Occidentale fino a divenire quasi inavvertito.

Come tutti i fenomeni sociali c’è bisogno di un certo lasso di tempo affinché si possa dire con sicurezza che siano divenuti “fenomeni quotidiani” o condivisi dalla maggioranza dei componenti della società.

Credo che oggi si possa affermare che il fenomeno dell’erotizzazione sia ormai divenuto quotidiano, almeno per quanto riguarda la mia generazione (dalla metà degli anni ’80 alla metà degli anni ’90, con buona approssimazione).

Ora, cosa c’entra tutto questo con il femminismo? Come si può parlare di un fallimento del femminismo?

La grandi battaglie per i diritti delle donne, combattute in piazza nella metà degli anni ’70 in Italia, ha avuto profondi effetti sociali.

Le donne, a costo di terribili sacrifici e non senza profonde contraddizioni ( si veda a proposito il bellissimo documentario Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi) sono finalmente riuscite ad imporre de jure la loro uguaglianza civile (si pensi che le legge sul delitto d’onore è stata abrogata solamente nel 1981), in un paese condannato al severo controllo del clero e di un ceto politico indifferente ai bisogni concreti degli elettori.

In altre parole, e parafrasando il famoso slogan (“io sono mia”), le donne hanno ripreso il controllo del loro corpo, e lo hanno utilizzato, esposto e mostrato come simbolo di una propria dignità e libertà.

Il cambiamento rispetto alla situazione odierna non potrebbe essere più profondo.
Credo, a questo proposito, che il femminismo abbia cambiato non solo l’assetto giuridico del nostro paese, ma anche la ricezione e il modo di pensare il corpo femminile.

Si sono riconosciute le enormi potenzialità del loro corpo femminile che, con il passare del tempo, è passato da simbolo e fine del pensiero femminista (si pensi all’aborto, tema ancora oggi dibattuto e combattuto, e alle atroci sofferenze, sia fisiche che psicologiche, che comportava l’aborto illegale), a mezzo e risorsa per guadagnarsi un posto in ambito sociale.

Liberate dalla posizione di mogli e madri, da un peso ancestrale che finalmente si disgregava sotto la spinta di una nuova coscienza civile, ora si poneva per loro il problema di trovare un posto nella società, di ricreare finalmente un’identità che esulasse dalle istituzioni tradizionali.

Questo fattore deve aver giocato un ruolo fondamentale nel cambiamento e nel progressivo fallimento degli ideali femministi; considerando inoltre
a) un potere sempre crescente del capitalismo spettacolare;
b) un’incipiente crisi in ambito politico, la crisi dei partiti e delle ideologie (destinata ad esplodere da lì a pochi anni); e
c) la nascita di una televisione commerciale del tutto priva di una deontologia etica;

ci si può fare un’idea quantomeno fumosa ed imprecisa ma utile, delle cause che hanno “ritorto” il corpo della donna contro se stessa.

Oggi il fenomeno ha raggiunto un apice in intensità e diffusione. Per acquisire un certo prestigio sociale e per arrivare de facto alla parità civile, la donna è costretta (o accetta) di vendere il proprio corpo, la propria immagine.

Lo sdoganamento più totale e sfrenato dell’erotico nella vita quotidiana non potrà non avere profonde conseguenze anche sul modo di vivere le relazioni, la femminilità e il rapporto tra uomo e donna; conseguenza che cominciano ad essere osservate in questi anni nella nostra generazione.

Disinformazione innanzitutto; ma anche noncuranza per i sentimenti del partner, profonda insicurezza, fobie inestirpabili in molti, ansie e rifiuto del proprio corpo.
Non c’è ambiente o strato sociale, oggi, svincolato da questo tipo di logica.

Oggi l’uguaglianza della donna (ri)passa per il corpo.

Non si possono raggiungere cariche pubbliche di una certa importanza senza l’aiuto di un uomo o dell’aspetto; non si può più nemmeno immaginare che le donne vengano ripensate socialmente e accettare che esse abbiano una dimensione mentale diversa dalla nostra; che manifestino i loro sentimenti senza necessariamente cadere, a vostra scelta, nell’isterismo o nel sentimentalismo.

Credo la vera perdita, in fondo, sia quella di un’autonomia caratteriale, di una dignità che riguarda in primissimo luogo la personalità della donna, il suo modo di viversi tale, che oggi tende ad eclissarsi – sembra – necessariamente dietro tipi o precise categorie.

Sono convinto che una donna compiutamente autonoma, in televisione come nella realtà, oggi farebbe paura, inquieterebbe lo spettatore o l’interlocutore.

E, cosa ancora più grave, “darebbe nell’occhio”; grave dal momento che, invece, dovrebbe essere la prassi.

E certamente una classe politica che propone un’immagine femminile machista e stereotipa, (in)naturale figlia del nostro tempo, non aiuta di sicuro a contrastare il fenomeno dell’erotizzazione della donna.

È questo che chiamo “fallimento del femminismo”.
È questo che osservo soprattutto nelle ragazze (e conseguentemente nei ragazzi, in negativo) della mia generazione.
È di questo che prendo atto, senza potere fare a meno di provare una profonda inquietudine.