lunedì 28 febbraio 2011

Raccolta "Le buone interferenze 2009 - 2010"



Per celebrare, nel nostro piccolo, il primo anno di attività di questo blog, abbiamo deciso di raccogliere i nostri post in un volumetto autoprodotto. 

Che senso ha pubblicare gli scritti di un blog?

Sappiamo, per suggerimenti ed esperienza, che spesso la lunghezza dei nostri interventi o la loro complessità rende la lettura piuttosto ardua sullo schermo. Abbiamo quindi voluto stendere una "versione cartacea" per facilitarne la comprensione. Un piccolo regalo che speriamo possa essere gradito da qualcuno.

Ogni scritto è corredato da un corsivo inedito che lo integra e lo contestualizza. 
Il lavoro è diviso in tre sezioni: Idee, Incontri e Poesie. (L'ultima raccoglie in aggiunta qualche nostra poesia inedita, che non ha trovato spazio adeguato sul blog.)

L'illustrazione iniziale è stata gentilmente realizzata da Nicola Varesco, che ringraziamo di cuore.

È possibile ottenere una copia cartacea della raccolta a offerta libera, basta contattarci via email o, se possibile, di persona. Altrimenti, se preferite, potete scaricarla gratuitamente dalla sezione "Lavori" del blog.

Un grazie a tutti i nostri lettori!

martedì 22 febbraio 2011

L'arte e il male: estetizzare l'assurdo. Parte Prima.


Tra i grandi poteri dell'artista ve n'è uno – dei più mirabili – che consiste nel riuscire ad estetizzare il reale attraverso l'opera d'arte.

L'esperienza dell'assurdità della vita è parte integrante dell'esistenza umana: e proprio in quanto assurdo il reale può essere estetizzato. 


Dalla meschina banalità della vita quotidiana, che livella le azioni a routine, che reifica l'individuo in un esserci impersonale, levigato “come un ciottolo di fiume”, scrive Kierkegaard, quasi per adattarsi meglio alle contingenze ed essere accettato dalla società, lasciandosi vivere dalla vita; quindi attraverso le incomprensibili ingiustizie che costellano i nostri giorni, come monoliti, come scorie assurde che solo con frustrazione possiamo accettare, senza in fondo potere accettarle in sé: dolori, depressioni, malattie, violenze, solitudini, isolamenti; infine l'esperienza di quello che molti chiamano “male assoluto”, cui il secolo passato offre aberranti esempi, il sacrificio della vittima innocente, lo scandalo iobico del giusto, l'olocausto del fanciullo.

Male è primariamente ciò che non possiamo capire, che rimane fuori dalla portata della nostra ragione, la presenza di un Altro trascendente che abita il mondo e che non possiamo influenzare né cambiare. Male è ciò che rimane senza risposta e, come tale, è stato l'ambito di riflessione privilegiato di religione e filosofia.

Chi pone l'origine del male nell'imperfezione ontologica del mondo; chi ne individua l'origine nell'azione dell'uomo; chi proclama il suo non-essere, l'infondatezza di un sostantivo inventato dall'uomo quale essere limitato, o imperscrutabile volere di un Principio che opera incessantemente per il nostro Bene: da sempre si cerca la soluzione al groviglio del male.

Dobbiamo ammettere la limitatezza delle risposte razionali, sia filosofiche che scientifiche e, d'altra parte, non possiamo accettare i dogmatismi della religione. La via sembra sbarrata, impraticabile in entrambi i sensi.

Sembra che la risposta voglia eludere la domanda: in un caso, eliminando il rischio di un principio assoluto col quale l'uomo non può sperare di competere; nell'altro, al contrario, sussumendo l'esperienza ad un volere più alto, numinoso, facendo leva sulla debolezza dell'intelletto umano.

Crediamo di potere individuare nella capacità di estetizzare il male una delle caratteristiche fondamentali del fenomeno artistico.

Estetizzare significa in primo luogo abbandonare la via della comprensione razionale. Credere che ciò implichi una rinuncia è un grave errore. Lasciare insoddisfatti i richiami della ragione comporta al contrario un grandissimo sforzo, che solo dolorosamente possiamo compiere.

Allo stesso modo, lasciare il porto sicuro di una fede provoca paura e spaesamento, che il fedele non può che considerare con orrore: eppure estetizzare non significa nemmeno consegnare alla certezza fideistica, abbandonarsi all'Altro che nell'Oltre ordina e orienta.

Estetizzare è un attività puramente umana: sotto questo aspetto si avvicina alla comprensione razionale; allo stesso tempo è un attività che non può utilizzare gli strumenti della ragione, che deve essere limitata, sia per comprendere appieno il fenomeno estetico, sia per riuscire a crearlo.

Avvicinarsi all'uomo, alla sua esperienza, senza la pretesa di spiegarla, senza la fede in un suo senso, abbracciando completamente il fenomeno nella sua assurdità. “Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante” insegna Zarathustra.

Così l'artista partorisce la sua opera non solo accettando il caos che alberga dentro di sé e nel mondo, ma addirittura piegando quell'assurdo ai suoi scopi.

Non cerca di nasconderlo attraverso assiomi, postulati, proposizioni, formule, corollari, dottrine, dogmi: lo usa, brutalmente, con violenza, con dolore (con-pathos, si dovrebbe dire, se Kundera non ci avesse mostrato quanto falsa risuoni purtroppo questa parola nelle nostre lingue romanze).

L'arte diventa l'obiettivo attraverso cui guardare il mondo e registrarne l'esperienza, senza dargli una sistemazione pretenziosa, ma facendo passare l'assurdo dentro di sé, manipolandolo con la proprie mani, guardandolo con i propri occhi, cantandolo con la propria voce.

Estetizzare per umanizzare, per avvicinare il male agli uomini, mostrare loro la sua esistenza, ed infine lenirlo.

martedì 18 gennaio 2011

Rocco Ronchi: il pensiero che cammina

[Libera interpretazione delle riflessioni di una camminata filosofica, colpevolmente in ritardo e sicuramente manchevole.]


Sull'Appennino imolese, nei pressi di Casalfiumanese, le colline sembrano fatte di una sostanza diversa, più morbida, meno terrena.

Da lontano gli altipiani si presentano allo sguardo lisci, tesi, puri. Il colore bianco della terra è dovuto alla buona percentuale di gesso – la vena compare alla vista solo poche vallate più a est. I calanchi scavano lunghi solchi, creando contrasti di luce curiosi: tutto è silenzioso, come raccolto in se stesso.

Si cammina per sentieri impervi, a strapiombo sulla vallata. La vista è superba: nelle giornate chiare si può vedere fino al mare. Come tutti i sentieri di collina, dopo qualche minuto di camminata (invero molti pochi se si è inesperti, come il sottoscritto) perdi l'orientamento: se hai una guida ti lasci condurre, godendoti il panorama e il profumo dei nespoli; solo, devi metterti a pensare, ricordare il percorso, tenere a mente la via. 

Camminare e pensare: dittico che ha avuto una grande fortuna, sembra. Soprattutto nel pensiero speculativo. C'era chi faceva lezione camminando. C'era chi diceva che mettendo in moto le gambe, si metteva in moto il pensiero. C'era perfino chi non era capace di pensare se costretto all'immobilità, davanti alla scrivania. C'era anche chi scriveva trattati pedagogici camminando tra i boschi. C'era infine chi ha abitato nei boschi.

La mente va allenata, come il fisico; fare esercizio mentale significa muoversi, andare verso l'oggetto – Gegenstand – che ci sta davanti, capirlo, superarlo. “Solo se in cammino il pensiero ha un senso, un scopo” sembrano dirci i pensatori di cui sopra. E può essere anche il puro e semplice vagare, non importa: l'immobilità è morte del pensiero. Errare è umano, in entrambi i sensi etimologici del verbo.

Cammino, questo, che non è sempre facile né tantomeno già tracciato. Aprire nuovi sentieri mentali e scontrarsi col Problema (πρόβλημα, sporgenza, quasi come quella del sasso, che spunta invisibile dalla terra e ci fa cadere): questa è l'attività della filosofia.

La sua è la strada a tentoni, con le mani in avanti, come quando si cammina al buio.

Quanto di più lontano si possa immaginare dalla strada lastricata e illuminata della fede. Il credente è già indirizzato. Vede il Problema e lo riconduce a un principio, lo accetta, lo supera.

Il filosofo, l'uomo del dubbio, è solo, senza guida: inciampa, procede con fatica (“la strada del dubbio e della disperazione”; così descriveva Hegel la sua Fenomenologia). Il Problema lo deve sciogliere con le sue stesse forze, ed ogni tentativo è un tentativo nuovo.

Ogni sentiero è un sentiero vergine, perciò stesso incerto.

Forse già sappiamo che il Problema non sarà risolto una volta per sempre: può essere ipocritamente eluso, dimenticato e resterà lontano, certamente scomparirà per un qualche tempo: ma si ripresenterà ogni volta tra le pieghe delle realtà, nell'orrore del quotidiano.

Allora perché intraprendere un cammino così faticoso, equidistante e dalla certezza religiosa e dalla pretesa immodesta di verità di qualche scienza? Perché iniziare un cammino che quasi certamente non sarà sicuro, di cui non conosciamo lo sbocco?

Perché il sentiero che avremo aperto sarà un sentiero nostro, autonomo, indipendente. E se non ci porterà da nessuna parte, o ci riporterà al punto di partenza, ancora e ancora, almeno avremo una vera certezza (misera e grandiosa cosa al cospetto delle migliaia di false certezze degli altri): di aver fatto coincidere la nostra vita con le nostre azioni.

domenica 16 gennaio 2011

La piazza intelligente, ovvero The Clever Square

[Dedico più che volentieri un pensierino alla band più promettente della nostra cittadina.]


Corre l’anno 2006: nascono i The Clever Square, bizzarro progetto musicale segnato dalla vena melodica di Giacomo D'Attorre e dal più genuino fancazzismo di Stefano Vespa. Tra i due si crea subito una perfetta intesa, e le loro note suonano ancora nuove per la sonnacchiosa provincia di Ravenna. 

La filosofia del "basso profilo", le melodie semplici e dirette, gli arrangiamenti efficaci, l'artigianalità musicale continuano ad essere troppo spesso confusi col dilettantismo; basti all’ascoltatore prestare orecchio a illustri colleghi e ispiratori quali Neutral Milk Hotel, Pavement, Guided By Voices o Eels, e cercarne le tracce profonde nei pezzi della band.

venerdì 14 gennaio 2011

Metodo e crisi

Esistono dei momenti particolari nella storia, delle epoche in cui la percezione del mondo cambia. È proprio in questi periodi che si affaccia la necessità della fondazione di nuovi metodi.

La crisi sopraggiunge a seguito di scoperte scientifiche rivoluzionarie, di avvenimenti storici dalla portata epocale, a seguito di invenzioni che cambiano il corso degli eventi. Può essere l'influenza di una personalità formidabile, capace di smuovere forze e pensieri umani, o dal lavoro di un individuo isolato: non importa.

La crisi innesca una messa in discussione generale delle conoscenze stabilite e crea l'urgenza di una ristrutturazione del sapere, di battere nuove nuove vie per giungere alla verità.

(Diamo per scontato che sia il fatto a influenzare il metodo, ma questo non è sempre ovvio: il mutamento, più verosimilmente, procede in parallelo. Il fatto crea cambiamento nel metodo e il metodo, a sua volta, cerca fondamento sul fatto.)

La via per arrivare alla “semplice e rotonda verità”: questo è il metodo.

Meta, oltre, dopo; hodòs, cammino, strada. Strada che cerca di giungere, attraverso fatiche e dubbi e prostrazioni, alla certezza non più discutibile.

La metafora della via è particolarmente utile per trasmettere il senso di movimento e fatica; sembra descrivere il pellegrinaggio del credente in cerca della fede perfetta.

Filosofi, scienziati, pensatori in generale, proprio in questi momenti di cambiamento radicale, di rovesciamento di paradigma, hanno sollevato la questione del metodo come strumento per fondare le nuove conoscenze o, a seconda dei casi, per metterle in crisi.

Il metodo è la questione iniziale per eccellenza: ogni filosofia o sistema di pensiero inizia con un metodo. È un bisogno preliminare tipico della razionalità umana: prima di mettersi in cammino, bisogna riflettere sul cammino stesso, sul tipo di percorso, sui limiti della via.

Occorre decidere la modalità precipua di conoscenza: in un primo momento facendo piazza pulita delle vecchie costruzioni, che ormai non si adattano più, e disorientano dal fine. Poi decidendo cosa è lecito sperare di trovare e cosa invece tagliare fuori dalle possibilità di certezza.

Una breve panoramica in ambito filosofico - scientifico può aiutare a capire di cosa stiamo parlando.

Galileo intuì le potenzialità di un nuovo strumento ottico inventato in Olanda. Invece di usarlo per battere sul tempo i nemici, lo puntò verso la volta celeste. Trascorse un inverno al freddo, osservando, annotando le sue “sensate esperienze” diligentemente. Fu la nascita del Sidereus Nuncius.

Dai semplici fatti contenuti in quel libro, e nulla di più, la visione aristotelica del mondo era messa in discussione. Sorgeva il problema di rifondare la conoscenza umana. Di rendere conto, razionalmente, di quello che l'aristotelismo non immaginava neppure.

L'origine del metodo scientifico galileiano: radicare la conoscenza dall'osservazione diretta e matematizzare i dati forniti dai sensi. Infine dedurne principi generali per ampliare la conoscenza umana.

E se c'è qualcosa che stride con la Sacra Scrittura, allora è colpa dell'interpretazione umana del Verbo divino, non del fisico che legge l'altro grande libro di dio, la Natura, scritto nei caratteri dei quali lui solo è il vero esegeta: caratteri matematici.

Diversamente stanno le cose con Bacone. Anch'egli avverte il bisogno di costituire un “nuovo organo” logico, che rimpiazzasse le vecchie e desuete argomentazioni scolastiche, buone solo per le dispute teologiche: “idola theatri”, preconcetti filosofici di cui è essenziale disfarsi per amore della verità.

Ecco che subentra l'esperienza diretta dei fatti, proveniente dalla non più inutili arti meccaniche, la fedele annotazione di essi su tavole della verità, e infine l'induzione di principi primi, che rispecchiano la cosa stessa. La fiducia nell'induzione sperimentale era assoluta.

L'elevazione definitiva della matematica a forma paradigmatica di conoscenza, modello per tutte le altre discipline, si ha con Descartes. La matematica diventa addirittura uno strumento innato nell'uomo, proveniente nientemeno che da dio stesso. É la sua origine metafisica ad assicurarne la validità.

Nel Discours vengono isolati quattro principi fondamentali per dirigere la nostra mente verso la verità incontrovertibile.

É il metodo cartesiano: individuare idee chiare e distinte, analizzarle (ovvero scomporle in più semplici e maneggevoli idee secondarie), sintetizzarle (ricomporle una volta scelte le idee vere) ed enumerarle per essere sicuri di non avere dimenticato qualcosa.

Era l'inizio delle due grandi correnti filosofiche della modernità: il razionalismo continentale e l'empirismo anglosassone.

Ma il tempo passa e non lascia mai le stesse carte sul tavolo. Il razionalismo dovette lasciare il posto al sistema newtoniano che sì, ammetteva ancora un dio regolatore, ma non ne faceva l'asse portante del suo metodo. Troppo pericoloso lasciare il cammino della verità nelle mani di un padrone invisibile: sarebbe un ritorno alla scolastica.

L'empirismo invece finì coll'implodere su sé stesso: è vero, noi sentiamo cose, avvertiamo oggetti esterni, ed ogni nostra conoscenza viene dall'esterno. Ma dove finisce la scienza e dove inizia l'interpretazione? Se tutto quello che esperiamo è contingente, allora lo sarà anche la nostra scienza.

La crisi fu seria: ancora oggi ne subiamo le dirette conseguenze. Einstein dovette fare a meno delle prove sensibili e, paradossalmente, si ritornò alla pura speculazione filosofica. Planck, d'altra parte, non riuscì a sfuggire alla sua probabilità, e sembrò quasi che dio giocassi ai dadi col mondo.

La filosofia della scienza contemporanea, poggia sul principio di falsificazionismo. Abbiamo rinunciato alla meta: non possiamo che ribaltare il concetto e reputare al massimo probabile una teoria che può essere falsificata.

Oggi è la possibilità della confutazione che fonda scientificamente la teoria.

Abbiamo posto dei limiti al nostro percorso, ritagliandoci un minuscolo itinerario lungo il quale possiamo essere relativamente (!) tranquilli e fuori pericolo, lontano dallo scetticismo più estremo.

Ma un metodo che si autolimita, che rinnega la sua meta, che non ha più direzione, e rischia di farsi fine laddove dovrebbe restare solo il mezzo, può ancora portare tale nome? Non è questa una crisi dalla quale, forse, potrebbe nascere un nuovo metodo?

venerdì 3 dicembre 2010

La gita al MEI

A tutti i "nostri" interferiti, che ci seguono da più di un anno, con grande affetto

Come ogni anno è arrivato (e passato) il MEI; come ogni anno mi sono concesso una gitarella a Faenza e qualche cd nuovo; come ogni anno, pioveva.

Cos'è il MEI? Presto detto: Meeting Etichette Indipendenti.
Meeting: tanta gente. Etichette: qualcosa che ha a che fare con la musica, nella migliore delle ipotesi. Indipendenti: non chiedetemi da chi o che cosa, vi prego. Tanti capelli, tanti jeans stretti come insaccati, tante giacchette scure, tanto trucco. Molta disillusione e artisti dallo sguardo vacuo che non “emergeranno” mai.

[Che brutto verbo, emergere: e per le associazioni involontarie che crea con la materia fecale, e per l'idea che per diventare qualcuno occorra stare “sopra” gli altri.]

La cornice è sempre quella della fiera di Faenza: uno slargo di cemento, casermoni dal tetto blu arcuato che sembrano usciti da un incubo di Sant'Elia, tendoni bianchi che ingoiano la gente e paiono digerirla con brontolii raccapriccianti (e invece sono le band che suonano dentro).

Alle 5, calano le tenebre azzurre di novembre; i lampioni si specchiano nelle pozzanghere e fra i buchi del cemento, atmosfera post-bellica da grande e sperduta periferia dell’est; il casino comincia a darti alla testa: devi tornare a casa.

Perché m’ostino ad andarci?
Per vari motivi.

1) I buoni prezzi che puoi trovare. Facendo un rapido calcolo: vado al MEI da 6 anni; ogni volta torno a casa con non meno di 5 cd; almeno 30 esemplari (dei più rari e soddisfacenti) vengono dalle bancarelle del MEI. E non sborso mai più d’un cinquantone.

[Esemplari di quest'anno: Love “Da capo”; Brian Wilson “Smile”; una compilation tributo a John Peel (doppio); Pixies “Surfer Rosa”.]

2) Lo stand della casa editrice ISBN e Arcana: i loro titoli, per quanto riguarda la storia e la critica musicale, non sono secondi a nessuno in Italia. Non è raro trovare occasioni o sconti.

3) Lo stand del Mucchio: ogni anno faccio amicizia o scambio quattro chiacchiere con qualcuno della redazione. L'anno scorso era toccato a Guglielmi, quest'anno alla Raugei. Ragazza giovane, piuttosto anonima, stretta di mano scialba, ma sguardo simpatico. Le faccio i complimenti. Risponde “Grazie.” Non ci siamo piaciuti.

4) I casi umani: non c'è nulla come il MEI per farsi quattro risate sulla pelle degli altri, soprattutto quando si è depressi.

Anche quest'anno la scelta era piuttosto varia. In primis, le ragazze della biglietteria.
“Salve, ho un acconto del comune di Ravenna.” “Mi dia pure.” “Prego.” Sguardo perplesso. “Mi scusi ma lei è assessore?” Inizio perfetto.

Poi gli stand più improbabili; capelloni sforacchiati di piercing che ti guardano passare in cagnesco perché non ti fermi davanti alle loro cinture fatte con le cravatte.

Oppure l'oggettistica radical, portafogli e accessori vari fatti con i materiali di scarto delle bici. Molto graziosi, non c'è che dire, ma “mi costa una vita”, diceva il buon Battisti, e non ho voglia di farmi prendere in giro perché porto una cintura fatta con una ex-camera d'aria.

Infine, gli strambi. Non parlo solo degli artisti, quelli sono spesso casi patologici. Parlo del pubblico.
Quanto amo guardare il pubblico! Il motto gaberiano del “far finta di essere sani”, qui non può essere applicato. Di più, è ribaltato: si fa finta di essere strani.

Per riscaldarmi un po', entro nella tenda in fondo alla piazza, forse la tenda M, non ricordo. 
Sul palco una ragazza che sembra vestita con un unico lenzuolo, periplo da matrona e berretto giamaicano. A fianco, un tipo sulla cinquantina, coppola e maglione della nonna smanetta con un Mac. Alla sua destra, un ragazzo non tanto più giovane, bocca costantemente aperta, ondeggia i folti capelli ricci e guarda stupito il pubblico, quando non è alle prese con cavi, cavetti e manopoline. 
Hanno appena finito di lamentarsi col presentatore (per vostra e sua fortuna non descriverò il suo abbigliamento) della mancanza di etichette italiane che producono il loro tipo di musica, e della triste necessità di dover cercare ingaggi all'estero.
Poi inizia il tormento: base dubstep ripetuta, atmosfere soffuse, qualche strepitìo in qua e in là, bassi alti e alti molto bassi, voce femminile salmodiante qualche oscura e seducente formula in inglese. Ma tant'è.

Soltanto una ragazza, forse della mia età, isolata in mezzo al pubblico, sembra apprezzare la loro musica: accenna la ritmica con le mani, che disegnano cerchi nell'aria; alza ginocchio destro, lo abbassa, alza ginocchio sinistro, lo abbassa, ondeggia la testa e si toglie i capelli dalla bocca una volta sì e una no. Qualcuno ride, si crea il solito “cerchio dell'imbarazzo”; prima di uscire faccio in tempo ad origliare alcuni commenti sull'eccessivo consumo di droghe.

5) Le riflessioni che ti spinge a fare, sulla tua terra, sulla tua generazione, sul tuo passato (cerchi di ricordarti con chi eri andato l'anno prima, e quello prima ancora, e come stavi, e che avevi in testa, e come sei cambiato, e la primissima volta col tuo amico, e l'autografo di Freak Antoni...), sugli eventi: su te stesso.

sabato 16 ottobre 2010

Desiderio di memoria fedele, o Io immortale


[Per ogni sorta di chiarimento sul progetto generale rimando al primitivo abbozzo dello schema così come lo scrisse Iacopo più di tre mesi fa e alla sua compiuta e più recente presentazione.
Come già ripetuto, state per leggere una traccia teorica, senza pretese di esaustività. Se lo trovate eccessivamente complesso, saltatelo.]


Insieme alla tensione verso una forma mitica che sappia ricondurre gli aspetti del reale ad una sfera genuinamente simbolica, agisce sulla causazione dell’opera artistica il forte desiderio di memoria fedele, che costituisce una vera e propria necessità biologica dell’Io artistico.
Legato essenzialmente all’istinto di sopravvivenza e a quello conseguente di perpetuazione della specie, il desiderio di memoria (qui momentaneamente “sganciato” dall’aggettivo fedele che, come vedremo, rappresenta una precisa peculiarità del fare artistico) costituisce quindi l’aspetto più strettamente biologico del finalismo agente in itinere sulla causazione artistica.
A differenza della tensione verso il mito, la cui spinta omogenea si riflette nel progressivo piegarsi della linea artistica verso l’utopica chiusura del cerchio*, il desiderio di memoria fedele assume inizialmente i contorni tipici di una profonda necessità materiale per elevarsi poi, con la spinta verso la “fedeltà” di tale proposito, in direzione di un bisogno più marcatamente artistico e quindi spirituale.
[* Per la rappresentazione geometrica del fare artistico si veda l’intervento precedente sull’Io mitico.]
La fedeltà rappresenta la presa di coscienza del Soggetto artistico riguardante la vera natura della propria opera; da questa consapevolezza scaturisce il desiderio di essere ricordato attraverso una produzione che rifletta nella maniera più veritiera possibile le intenzioni proprie dell’artista*.
[* Rifacendoci alla definizione di Io artistico come di “demiurgo” della propria opera spiegata nel precedente intervento, si potrebbe descrivere la tensione verso la fedeltà della memoria come il desiderio di mantenere una rigorosa ortodossia artistica attraverso il rifiuto di ogni eresia o pratica eterodossa che possa snaturare l’essenza del Soggetto creante deviandola verso territori che ne rifletterebbero, al contrario, solo gli aspetti rifiutati o, a seconda dei casi, rinnegati.]
La presa di coscienza del valore reale della propria opera, e quindi dell’intima intenzione ad essa connessa, è, così come l’azione curvante del finalismo mitico, un aspetto dal carattere utopico, in quanto si può realizzare solo in maniera parziale o virtuale. Tale consapevolezza si attua in continuazione lungo il percorso del Soggetto artistico che può, di volta in volta, ri – scoprire un aspetto fino a quel momento mantenutosi nell’ombra, e mutare di conseguenza la sua idea riguardo al progetto artistico in via di realizzazione.
Certamente, un’idea sul senso generale della propria opera può condurre ad un’esclusione degli elementi più grossolanamente eterodossi, ma in ogni caso questa operazione di selezione e di valutazione sul proprio percorso non può mai dirsi totalmente conclusa*.
[* La costruzione del circolo mitico e il desiderio di memoria fedele concorrono all’edificazione di un centro in cui si riflettano simultaneamente tutti gli aspetti dispersi della realtà effettuale, assimilati così ad una unità dal carattere specificamente spirituale; tale azione simultanea verso l’affermazione dell’unità potrebbe essere rappresentata dal simbolo del quadrato inscritto nel cerchio, assimilabile, secondo quanto riportato da René Guénon**, alla raffigurazione tradizionale dell’equilibrio finale. Senza entrare troppo nello specifico, ma solo per offrire un ulteriore spunto di riflessione, basti sapere che, stando all’interpretazione dell’esoterista francese, il cerchio rappresenta l’inizio di un ciclo, lo sviluppo delle possibilità (nel nostro caso, l’espansione che dal centro, ovvero l’Io artistico, muove la volontà demiurgica verso l’esterno poi determinato nella forma dell’opera d’arte), mentre il quadrato in esso racchiuso simboleggia il completamento di tale sviluppo, la cristallizzazione che conduce all’equilibrio finale per il ciclo considerato. Se per “ciclo” s’intende la vita artistica dell’autore, la circonferenza starà allora ad indicare il dispiegarsi della sua volontà in diverse direzioni e quindi in altrettante opere d’arte (tutte caratterizzate, ricordiamolo, da una costante tensione al mito) e il quadrato, assimilato all’elemento minerale, solido per eccellenza, rappresenterà la presa di coscienza sul proprio operato e la sua successiva chiusura in una forma che sia perfettamente coesa in ogni sua parte, definitivamente cristallizzata e immune da qualsiasi modificazione da parte di azioni esterne.]
[** Si vedano a questo proposito “L’esoterismo di Dante” e “Simboli della Scienza sacra”, entrambi editi in Italia da Adelphi.]
Riassumendo: l’aspetto finalistico della creazione artistica tende, nella sua duplice azione mitica e mnemonica, all’edificazione e al consolidamento di un centro che sappia garantire unità delle parti, e che costituisca al tempo stesso una fedele immagine simbolica capace di tramandare alla posterità dialogante le reali intenzioni dell’artista e di rendere così tale patrimonio “immortale”.

mercoledì 6 ottobre 2010

Introduzione a "Ravenna, la città che vorrei" di Fabrizio Varesco

[Un pensiero a tutti gli spettatori che si stanno godendo la prima del documentario di Fabrizio sulla "nostra" città a San Domenico, nonché agli amici che hanno partecipato alla sua realizzazione; mi spiace non esserci, perciò vi dedico simbolicamente questo intervento.

Mi è stata data l'occasione di scrivere un breve testo come introduzione al documentario, che sentirete recitato in apertura (anche se parzialmente modificato) dalla voce di Tondini. Si tratta di una sorta di carrellata istantanea, di una descrizione incerta di varie zone o aspetti di Ravenna, balbettante ed alleniana.

Lo pubblico di seguito per varie ragioni: sana pubblicità (potete vederlo gratuitamente a San Domenico, in fondo a Via Cavour, vicino al Mercato Coperto); riconoscenza al Varesco per l'opportunità; integrazione, anche se indiretta, agli interventi precedenti sulla geografia; per far conoscere la versione primitiva dello scritto.

Sarebbe stimolante sapere le impressioni che ha fatto il documentario ai suoi "primi" spettatori:lo spazio dei commenti al post è aperto anche e soprattutto a vostre possibili interferenze circa il lavoro visivo.]


"Ravenna, Ravenna.

Capitolo uno.
Era nato e cresciuto a Ravenna. Amava tutto della sua città: le dimensioni, la storia, il clima, il centro.
Non  avrebbe mai potuto immaginare la sua vita senza – non sarebbe mai riuscito ad immaginarsi...

No, no, no. Non va bene per niente.
Allora, ricominciamo.

Ravenna era la sua città. Ogni strada, ogni più insignificante particolare del paesaggio suscitava in lui antiche emozioni. Era come se ogni pietra fosse impregnata di memorie ed esperienze.
Si ricordava di quella volta con lei, di sera, a passeggiare lungo le inferriate di San Vitale. Come era bella! D’un tratto s’avvicinarono, e –

Che cosa c’entra? Ci mancava solo la solita storia d’amore.
Dai, sforzati un pochetto di più, che ti costa?

Più precisi, più analitici. Dati: ci vogliono dati. Si tratta o no di un documentario?

Ravenna: superficie 652 km²;  altitudine: 4 metri sul livello del mare; aopolazione: 157.479 abitanti; 8 monumenti dichiarati patrimonio dell’umanità; lavoro: tasso d’occupazione maschile 67% - 35° posizione nazionale; tasso d’occupazione femminile 61,3% - 6° posizione nazionale; popolazione di cittadinanza straniera: 17.190 – tasso d’immigrazione 28,1...          

Dio mio, che distacco! Inizio troppo freddo. I numeri spaventano – non funziona.
Concentrati, raccogli le idee, dai un qualche taglio alla descrizione:

La Ravenna Antica: sì, la capitale storica, dissoluta, l’imprendibile roccaforte bizantina, circondata dal fango e difesa dalle zanzare. Ancora con la Storia! No e poi no.

La Ravenna industriale: il deserto rosso cigolante e sbuffante, ricoperto di scheletri ferrosi e nuche d’altiforni, la Darsena, il puzzo... No, passato, cliché.

Allora proviamo con la Ravenna edonista che ride si droga e s’ubriaca i sabati sera d’estate: le macchine a passo d’uomo in cerca del parcheggio, la sabbia nelle scarpe, le strilla delle ragazzine, le facce impallidite davanti agli etilometri – peggio di prima.  Retorico, verboso.

No, allora, la Ravenna della Resistenza: i vecchietti che parlano dialetto al bar, in stazione, e che rischiano i frontali tagliando le rotonde, le vecchine che sparlano sotto la mia finestra del loro vicino.

E allora perché non la Ravenna Immigrata, che aiuta a parcheggiare in piazza Kennedy e vende collanine d’estate, in riva al mare? Fosse così semplice...

Forse la Ravenna Limitrofa? I lidi, i paesini dimenticati, Savio, San Zaccaria, le prime colline, Bertinoro, la dolce campagna romagnola?

Oppure la Ravenna dei luoghi comuni, mosaici e Mirabilandia.
Ah sì, proprio un bel documentario verrebbe fuori.

Fermati un attimo.
Dovevi scrivere un’introduzione e sei riuscito soltanto a raccozzare memorie d’infanzia o immagini ricorrenti, con un disordine che non si lascerà domare facilmente.

Forse una sola introduzione non basta.
Per capire una città occorre raccontarla più e più volte, da diverse voci, in diversi tempi – e l’immagine composta dal coro delle voci, quella sarà la vera città."