domenica 21 luglio 2013

Sloterdijk, il reazionario. Parte prima

Si tratta di sviluppare gli anticorpi contro Sloterdijk, o meglio, contro le sue idee. Le sue argomentazioni sono solide, convincenti, ben scritte; la sua cultura è vasta, eclettica ma rigorosa, capace di istituire collegamenti fra diverse discipline, collegamenti tanto vertiginosi quanto illuminanti; l'autorità e l'autorevolezza filosofica sono vieppiù consolidate dalla qualità dei suoi lavori.

Ciò nonostante, le sue conclusioni, ovvero il punto d'arrivo e l'intenzione della teoria, sono stonate, sinistre, spiacevolmente distanti dalle premesse iniziali. Quanto più convincenti e ben scritte saranno queste conclusioni, tanto più dovremo esercitare i nostri anticorpi ed essere capaci di proteggere noi stessi.


È noto come il miglior anticorpo teorico a nostra disposizione sia il dubbio. Per prima cosa, dunque, dubitiamo sempre di tutto, senza eccezioni. (Non proprio di tutto, ché lo spazio ci mancherebbe. Prenderemo in considerazione solo quei nodi che ci hanno più disturbato).

Prendiamo il famoso saggio di Sloterdijk, che risale ormai a una ventina di anni fa, intitolato Regole per il parco umano, raccolto in Germania nel 2001 (e in Italia tre anni dopo, dalla casa editrice Bompiani) in un volume che richiama apertamente l'eredità heideggeriana dell'autore: Non siamo ancora stati salvati (titolo originale, Nicht gerettet).

Peter Sloterdijk

In Regole per il parco umano Sloterdijk istituisce un collegamento teorico insolito, accostando due concetti a prima vista molto lontani tra loro: umanismo e addomesticamento. L'umanismo non è stato semplicemente un movimento culturale, nato in un determinato periodo storico in una determinata regione del mondo; l'umanismo è un progetto trans-temporale e trans-nazionale di addomesticamento degli istinti bruti dell'umano.

Siamo umanisti quando crediamo nel potere di domesticazione degli scritti e del pensiero. Siamo umanisti quando ci affidiamo alle lettere e alla cultura per assopire le tendenze bestiali e ferine, eredità della nostra origine animale; sicché una società sarà tanto più “evoluta” quanto più “umanista”. Come scrive Sloterdijk:

L'umanismo ha sempre un punto di riferimento polemico: esso è l'engagement per recuperare l'uomo dalla barbarie (…) Al Credo dell'umanismo appartiene la convinzione che gli uomini siano animali influenzabili e che perciò sia indispensabile sottoporli al giusto tipo di influenze (…) L'etichetta umanismo ricorda, con falsa ingenuità, la continua battaglia per l'uomo, che si compie nella lotta tra le tendenze all'abbrutimento e quelle all'addomesticamento. (...) Umanità consiste nello scegliere i media addomesticanti per lo sviluppo della propria natura, e nel rinunciare ai media disinibenti. [p 244-245 ed. italiana]

Le humanae litterae come auto-domesticazione dell'uomo, dunque, parte essenziale del progetto “umano” proprio perché creanti l'umano in quanto tale: quello addomesticato, civile, educato alla mansuetudine. L'uomo è l'animale capace di fare promesse, come scriveva Nietzsche nella Genealogia della morale, educato a farlo da media addomesticanti, quali la cultura umanistica classica, letta e scritta.

Ma siamo sicuri che l'umanismo serva soltanto a questo? Siamo davvero sicuri che il suo progetto sia quello di addomesticare l'uomo, rendendolo sì civile, ma anche più facilmente controllabile e mansueto? E soprattutto, è possibile per l'uomo un'auto-domesticazione?

Pensiamo in chiave storica, alziamo lo sguardo. La scrittura, o in generale la cultura umanista, ha effettivamente migliorato l'uomo? Sono state capaci di renderlo “mansueto”, o domestico, come sostiene Sloterdijk?

Le cosiddette "religioni del libro", ad esempio, le culture addomesticanti per antonomasia, se da una parte sono state senza dubbio un tassello determinante per la crescita spirituale dell'uomo, dall'altra hanno sicuramente contribuito ad aumentare la sua componente barbarica. Si avrebbe così il caso paradossale di un media scritto che è, nello stesso tempo, sia addomesticante sia inibente, per utilizzare il lessico del nostro tedesco.

Similmente, nella storia umana sono spesso comparse idee filosofiche (o scientifiche) esplosive, che hanno sì aumentato la nostra “civiltà” (se per civiltà intendiamo anche il grado di conoscenza del mondo, nonché la nostra capacità di manipolarlo) ma hanno anche causato molteplici processi degenerativi: il materialismo storico di Marx, ad esempio, con buona pace del suo ideatore; o ancora, citando a caso, gli ideali di uguaglianza politica, la relatività generale, l'epicureismo, l'evoluzione biologica delle specie, la riforma protestante – potenzialmente tutte le idee e tutte le culture a prima vista addomesticanti sono pericolose: si tratta di capire come usarle al meglio.

La concezione che Sloterdjik ha dell'essere umano non è soltanto avvilente – e tuttavia avere una bassa considerazione dell'uomo non merita certo nessun biasimo – quanto piuttosto dubbia a livello storico e surrettiziamente reazionaria. Per Sloterdijk l'uomo migliore, l'uomo salvo è quello domestico e mansueto, al contrario di ciò che sostiene il suo maestro-avversario Nietzsche.

Si può obiettare a Sloterdijk che la sua visione della storia della cultura umana sia viziata da questa equazione di fondo, “umanismo – e quindi cultura – è addomesticamento”, e che questo cortocircuito teorico possa essere foriero di errori e interpretazioni nocive.

In primo luogo, ci potrebbe portare a scartare dalla storia dell'umanismo le idee più “esplosive” e rivoluzionarie, in quanto media potenzialmente “disinibenti”, quando invece sono state proprio queste idee a farci evolvere (non tanto nel senso biologico-darwiniano del termine, quanto piuttosto nel senso culturale).

Inoltre, quella di Sloterdijk ci pare una concezione reazionaria della storia della cultura, in quanto si definisce su posizioni difensive: conserviamo ciò che ci preserva mansueti e domestici, invece di promuovere ciò che potrebbe innescare nuove e impreviste svolte del pensiero (concezione che emerge fin dal “titolo soteriologico” della raccolta: il punto, per Sloterdijk, e prima di lui, Heidegger, è la salvezza dell'uomo, piuttosto che la sua indipendenza); mansuetudine e domesticità che giovano senz'altro agli allevatori, piuttosto che agli allevati.

Infine, mi pare che Sloterdijk dimentichi un fattore decisamente importante per la storia della cultura umana, un fattore che rappresenta, a mio avviso, il maggiore controesempio alla sua teoria dell'umanismo “addomesticante”: ovvero che non è il sapere a renderci docili, ma più spesso l'ignoranza.

Non è leggendo autori classici e opere filosofiche che diventiamo mansueti e domestici; al contrario, è privandoci della lettura e della cultura che i nostri “allevatori”, chiunque essi siano, potrebbero assicurarsi la completa domesticazione dell'uomo. Il vero compito della cultura, secondo noi, dovrebbe proprio consistere nell'emancipazione dell'allevamento addomesticante impostoci dall'alto: l'ignorante, ovvero il non-umanista, è più duttile di qualsiasi letterato.

Per riassumere: 1) non esistono media culturali meramente “disinibenti”, ovvero saperi che ci rendono mansueti e contribuiscono alla nostra domesticazione; 2) la vera domesticazione dell'uomo si ottiene con l'ignoranza; 3) pensare la cultura come media “addomesticante” è sbagliato e svela una concezione della cultura reazionaria e potenzialmente “inibente” gli sviluppi futuri del pensiero.


A costo di suonare fastidiosamente astratti, siamo per una cultura umanista che “affranchi” l'uomo piuttosto che allevarlo, ovvero che contribuisca a far muovere, a far fermentare lo spirito, e non per un sapere che contribuisca alla domesticazione dell'uomo, che lo renda mansueto. Una cultura di tal genere richiama echi sinistri, spettri di cui non sentiamo affatto il bisogno.

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