giovedì 20 marzo 2014

Coro a sei voci

[Con questo intervento desidero ringraziare tutte le persone che hanno reso possibile la realizzazione di questo libriccino. In primo luogo i due bravissimi grafici che lo hanno concepito, dalla copertina alla scelta dei materiali, Nicola Varesco e Michele Evangelisti Savini. Senza il loro lavoro, gratuito e serio, senza il loro entusiasmo, la poesia sarebbe rimasta priva del suo logico supporto cartaceo. Ma non posso non citare anche chi, attraverso i suoi consigli, le sue opinioni, i suoi incoraggiamenti, mi ha permesso di migliorare e di portare a compimento questo lavoro: Elisabetta, Elia, Luca Cortesi, Elisa Angelini, Ermanna Montanari e Marco Martinelli, Franco Costantini e Ivano Mazzani. A tutti quanti esprimo la mia gratitudine sincera.
Per chi fosse interessato, qui si può scaricare la poesia.]



Le poesie nascono nei modi più strani.
Questa non fa eccezione: è cresciuta su se stessa dall'ammucchiarsi di tanti particolari, visti e rivisti ogni giorno. Il riflesso della mia bici sulle vetrine, una targa bianca in memoria dei caduti partigiani, il colore screziato della laguna, il verde salato della pineta, le case basse e muschiose del borgo. Immagini condivise, luoghi comuni, verrebbe da dire: ma appunto perché comuni, diretti, parlanti.

Scrivendola, nel giro di un anno, non mi sono accorto di come siano stati proprio questi particolari a scrivermi, e non viceversa. Avevo dei fili, queste immagini ricorrenti di cui dovevo liberarmi, liberare me stesso, dar loro una posizione giusta, ma non sapevo come intrecciarne l'ordito. Poi, allontanandomi dalla trama fitta di istantanee altrimenti mute, ho intravisto per la prima volta il disegno che andava formandosi, che cominciava a parlarmi, quasi senza bisogno di prestargli attenzione. Ora, a lavoro finito, mi sembra come se non avessi fatto altro che tessere un tappeto.

Così sono emersi i ricordi, appunto il disegno della poesia. I ricordi personali e i ricordi storici, quelli che non abbiamo vissuto ma che, stranamente, continuano a rimescolarci dentro in quanto parti di una comunità. E come per le immagini, ho lasciato che fosse la comunità a scrivermi, e non viceversa. Da qui l'idea della pluralità delle voci, del coro.

Come nel teatro greco, il coro è punto di concentrazione e sintesi di una collettività di voci; e in quanto tale commenta, reagisce, assiste i personaggi del dramma, prevede le loro azioni e li informa, nel senso più letterale del termine. Allo stesso modo, in questo testo, è una comunità a parlare, non solo un singolo – che senza la prima sarebbe ridotto ad una balbuzie idiota. Ciò non significa che non sia presente un soggetto che scrive, che sente e che pensa; piuttosto significa che scrivendo, sentendo e pensando, il soggetto è intessuto di voci che si porta dentro e che lo esprimono, ancor prima che lui stesso sia capace di esprimere qualcosa.

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