giovedì 24 ottobre 2013

Il sapere che manipola

[Articolo pubblicato originariamente per Pequodrivista]

Nei filosofi di professione prevale un giudizio per lo più negativo circa la questione della tecnica. Si passa da uno sfumato sospetto ad un atteggiamento scettico, fino ad arrivare spesso a posizioni di aperta ostilità.


Siano essi di scuola heideggeriana o adorniana, seguano il pensiero critico francese o quello cattolico fideista non importa: sembra proprio che, per grande parte della filosofia, la tecnica ponga un problema fastidioso, come una matassa difficile da sbrogliare, che si preferisca accantonare sbrigativamente sotto l'etichetta riduttiva della “volontà di potenza”.

giovedì 17 ottobre 2013

Lo sperimentalismo innocuo


La storia è nota. Nel 1828 un giovane di sedici anni compare all'improvviso nella città di Norimberga. Non si sa chi sia, né da dove venga. Le uniche cose che riesce a dire sono il suo nome, Kaspar Hauser; le uniche cose che riesce a mangiare sono pane e acqua. Alieno pur non essendo alieno? un Cristo senza alcuna Parola da rivelare? Non è dato saperlo. Viene ucciso da mano ignota nel 1833. Il suo epitaffio lo descrive come “eanigma sui temporis”.

venerdì 20 settembre 2013

Disimparare ad accontentarsi

Si racconta che Dino Campana, prima di vendere i suoi Canti Orfici, fosse solito squadrare attentamente l'acquirente di turno alla ricerca di particolari fisiognomici rivelatori della sua preparazione poetica. Chi passava l'esame con successo, “lo spirito poetico puro”, si vedeva consegnare il libretto intero, tuttalpiù privo qua e là di qualche pagina; ai malcapitati, invece, spesso non restavano che due o tre poesie – e delle meno riuscite. Effe Ti Marinetti, “lo schiaffo ed il pugno”, si dovette accontentare della sola copertina. Non è forse un diritto del poeta quello di difendersi dagli occhi degli imbecilli?

martedì 17 settembre 2013

Il castello di Pietra Mora



Nuova poesia dedicata ai ruderi del castello detto di 'Pietra Mora', edificato su di un affioramento roccioso - lo 'Spungone' - che partendo dal torrente Marzeno, nelle prime colline faentine, arriva fino alla frazione di Capocolle, nel comune di Bertinoro (FC). 

Il sito è ricordato anche da Luciano de Nardis in un breve articolo di argomento folkloristico da lui steso per la rivista romagnola La Piê:

"Sotto Monte Sassone, accanto ai ruderi del castello della Pré Mora (Pietra Mora), nel banco dello spungone sullo strapìombo della voragine del rio della Samoggia, fra le colline a monte di Faenza e Castrocaro nella zona di demarcazione dell’antico confine fra la terra del Papa e quella del Granducato, sono scavate le quattro grotte delle fate (chiamate anche busa – buca - e camaraz – cameraccie). Questa pietra era un prodigioso palazzo, nei lontani millenni delle Fate che lo disertarono quando l’uomo non credette più alla poesia, ma vi lasciarono, pegno del ritorno, i loro magici telai d’oro, su cui l’anima tesseva le canzoni che nessuno sa più! E perché l’uomo non ne facesse sua preda, confidarono la guardia dei telai a un biscione che sibila minacce e con un soffio precipita nella voragine le ladre scalate, quando mai tentassero le porte inviolabili."
(L. De Nardis, La Piê, 1925)

Ecco la poesia:





Era pena, l’asse

il sostegno

del monte alle grotte





era la morte della larva –

tenuta dei cocci,

del voto fatuo alla fioritura





erano briciole del corpo

del prode,

       voce selvatica che

       ne sgola i lembi …


E un testo precedente, ispirato alla leggenda della grotta delle fate e già pubblicato su questo blog:


 
Le dame di Monte Sassone


Il tempo sfilacciato di una vita
che nulla può farci l’ago
ha avuto forse pietà di noi
delle case abbandonate quando
il passo del giaguaro
seminava grida pari
al crollo delle terre
sotto il bacio dell’aratro

quando il seme inselvatichiva
e la mala pianta taceva
i segreti andati in fiamme

quando gonfie nubi ferrose
s’alzavano sulle rovine
e custodi di sale ricolme
di bronzi e di giade
lasciavano che il filo delle lame
si dipanasse ai loro piedi  

quando
quando

quando

*

e a fare come il cavaliere,
che all’ago preferì i telai d’oro
delle dame di monte Sassone

– si badi alla luce delle vesti
come un tempio il cui marmo
sia inciso nel fuoco di costellazioni
ma spolpando il frutto della luce
il succo ripugna
come un porcaro
vestito da signore –

e il cui corpo sbriciolato
fu gettato dalla furia del serpente
giù nell’ombra della terra
fino a fare minerale del pensiero,

noi cosa perderemmo
e cosa avremmo al sicuro ora
che il secco si beve tutto
che i lembi del lago hanno branchie
da cui svapora l’oro dei campi?




(la foto qui sotto è di Stefano Ciani)




mercoledì 4 settembre 2013

Poesia astratta su Adolfo Wildt

Opera di riferimento: 'La fontanella santa', marmo, mosaico, onice e bronzo dorato




cautela si brucia
al scaturito presente  
del dipeso, del
potere
(un fuoco bianco
che lo conteneva)


e la pace severa,
arco volto di bronzo
al sereno

dirà
l’onice aspro e

duro, empireo
fulgente e corona. 


martedì 20 agosto 2013

Anteprima

Un po' di poesie dal nuovo libro in lavorazione.


1)
 
Che ne fu o sarà di bontà
del declino del mangiare
e del campo, piana o terra
del legarsi e del
legame …


cose a cui dare la caccia
che filtra il setaccio e le
ammolla
in luce


ma la speranza era raccolta
nell’interrogatorio.


Non c’era risposta.
Io non sapevo dell’incastro
né del personale esser grato
al contesto e alle pedine
al volere disarmato.

2)

 
concilio


maturare
ripidare
scoscendere e assalire
rotta in piana,
slargante fuochi e rame

concitata.


Nulla ha del ricatto
del valore, del martirio:
è la propaggine
bianca, il paladino in testa.

 
Dio elettrico del monte
adora
Traliccio di potenze
indora.

3)
 
sorte del borgo


bruciati i bestiali
della vestizione
    e le chiare, i morti
fiato corto di cani,
                         di lume


fu la madre
stupore grato
a farne roccia, setola e lucore


vuota l’ospitalità,
cauto l’ospite selvatico
immobile

strenua, la forza
s’impunta nella pista,
il nido nella trave.

4)

Adesso
in presenza o
attenzione sociale
all’equilibrio
al tronco vivo, a un
raschio nel motivo

(   )


se il voto sia arnia
soldati a sigillo, a terrore
sospeso su in cima
piombato sul caro


se l’esser-ci covi un
salto
nel cavo del passo


mira e poi spezza
soffice sesso   ,

miri il sereno
colto tutto in seno.

5)
 
Non mi appartiene il cantiere, conforto conforme a normative nel campo nemico, ma attenzione, all’inquieta e irrefrenabile espansione. 
Il luogo di trapasso: nient’altro che una porta, vi si giunga dispersi o finemente lavorati, intagliati. L’ombra ci protende in anse cupe, chili maldestri buttati dentro il mucchio alla rinfusa; da qui, l’arte della mano e della forma a trarne il Vero fiero, il Vero-cavaliere.   
 



lunedì 22 luglio 2013

Sloterdijk, il reazionario. Parte seconda

A mo' di conclusione e completamento dell'intervento precedente, crediamo sia utile analizzare in breve le idee di un altro saggio contenuto nel volume Non siamo ancora stati salvati, intitolato L'offesa delle macchine, per tenere in allenamento i nostri anticorpi.

Il saggio parte tratteggiando mirabilmente la storia del pensiero scientifico occidentale usando categorie mediche: se la salute è considerata dai medici “il successo del sistema immunitario” (e vediamo che la scelta teorica di Sloterdijk, non a caso, ripropone una lettura “difensiva” del successo vitale: vive meglio chi si difende meglio), si potrebbe analogamente pensare alla storia della cultura come “la storia dei ferimenti e della rigenerazione dei sistemi immunitari mentali” (p. 277), secondo il famoso paradigma freudiano della ferita narcisistica che l'illuminismo ha provocato all'uomo, prima con Copernico, poi con Darwin e infine con Freud stesso.

domenica 21 luglio 2013

Sloterdijk, il reazionario. Parte prima

Si tratta di sviluppare gli anticorpi contro Sloterdijk, o meglio, contro le sue idee. Le sue argomentazioni sono solide, convincenti, ben scritte; la sua cultura è vasta, eclettica ma rigorosa, capace di istituire collegamenti fra diverse discipline, collegamenti tanto vertiginosi quanto illuminanti; l'autorità e l'autorevolezza filosofica sono vieppiù consolidate dalla qualità dei suoi lavori.

Ciò nonostante, le sue conclusioni, ovvero il punto d'arrivo e l'intenzione della teoria, sono stonate, sinistre, spiacevolmente distanti dalle premesse iniziali. Quanto più convincenti e ben scritte saranno queste conclusioni, tanto più dovremo esercitare i nostri anticorpi ed essere capaci di proteggere noi stessi.