lunedì 28 marzo 2011

L'arte e il male: umanizzare l'assurdo. Parte seconda.


Nell'ultimo intervento abbiamo cercato di far emergere una delle cifre caratteristiche del fenomeno artistico, ovvero quella di riuscire ad estetizzare l'elemento assurdo dell'esistenza.

Per chiarire, usiamo una similitudine e paragoniamo l'artista al vasaio: l'argilla informe viene modellata dalla mano dell'uomo, dal mondo naturale passa a quello artificiale, acquista una nuova funzione come vaso di ceramica – funzione donatagli dalla sua nuova forma – e per ciò stesso un nuovo significato, una diversa semantica: funzionale o, perché no, estetica. La materia è la stessa, ma in un caso è allo “stato base”, nell'altro ha subito una trasformazione da un'agente esterno: l'uomo.

Così per l'arte, in generale: dal materiale esistenziale di base, fatto di esperienza e interiorità, di cosmo e caos, di informe Assurdo, l'artista cerca di mettere ordine, di trasformare, di interpretare per comprendere, diventando egli stesso la fiamma che in-forma l'esistente, che lo cuoce, rendendolo atto alla fruizione da parte di altri suoi simili.

L'arte diviene quindi filtro per lenire le ferite (non solo razionali, ma concrete: chi pensa che una “ferita spirituale” non vada curata si sbaglia) provocate dall'Assurdo, o qualsiasi altro nome vogliamo dargli: Imprevisto, Caso, Sfortuna, Male, Irrazionale. Lenire in primo luogo estetizzando.

Estetizzare non significa “rendere più bello”; con tale espressione s'intende anzitutto dare nuovo significato all'esistente, (ri)avvicinarlo all'uomo, ricostruirne una semantica che superi la meschinità del dato oggettivo e lo trascenda. Tutto acquista un nuovo colore che permette alla nostra sensibilità di accettare ciò che prima cercavamo, senza riuscirvi, di capire.

La ricerca estetica (forse la qualità che più di ogni altra distingue l'uomo dalle altre forme di vita) permette di avvicinarsi all'Assurdo molto più della ricerca razionale-scientifica o fideistica. Come può essere tutto questo? Cosa la rende più adatta?

La sua origine individuale, ovvero la sua origine radicalmente umana. Ciò emerge con particolare evidenza paragonando l'arte al fenomeno religioso.

Il religioso, per essere definito tale, ha bisogno di un codice preciso di riti e miti che non possono essere riconosciuti come prodotti umani. Per essere davvero religione, un insieme di credenze deve essere ricondotto inevitabilmente alla divinità, ovvero ad un qualcosa di Oltre-mondano, di Trascendente, di Inspiegabile, che possiamo tuttavia influenzare con le nostre preghiere. Si cerca di contrapporre all'Assurdo un suo pari che, per quanto estraneo e lontano, è essenziale che abbia un contatto col nostro mondo.

Allo stesso modo, il fenomeno artistico supera in efficacia e forza il discorso razionale, interviene laddove la mente fatica a ordinare, supplisce alle categorie che vogliono “imbragare il mondo”, trasporta l'esoterico nell'essoterico grazie alla sua natura individuale in atto e universale in potenza. Il bisogno del fenomeno artistico sorge da quegli interstizi di vuoto che il discorso scientifico-razionale non riesce a coprire. Non è stampella, non è linguaggio primitivo in attesa di una positivistica sistemazione, non è mito: estetizzare non significa anestetizzare: di più, è manifestazione della stessa vita empatica dell'uomo.

Vita: è ciò che umanizza l'Assurdo. É la voce viva dell'artista, è il suo corpo che interviene nell'atto creativo, è la sua presenza che dona al manufatto la capacità di vivere in altri; ed è quella stessa vita che continua a operare attraverso il manufatto e attraverso il tempo.

Il fruitore non arriva a comprendere razionalmente quello stesso dolore che l'artista vuole trasmettere (pensiamo a Guernica – è possibile ma non necessario che il dolore sia materialmente quello dell'autore), è anzi reso partecipe di esso. Il dolore rimane, non viene cancellato, ma viene provato. Questo avvicina il fruitore al male, alla comprensione esistenziale dell'Assurdo.

Partecipare al dolore significa comprenderlo. Anche la più inumana delle esperienze può essere estetizzata dal gesto dell'artista che è – essenzialmente – vita. Il gesto fruito diviene esperienza condivisa, e quest'ultima, alla fine, comprensione esistenziale dell'Assurdo.

Non sappiamo perché esiste, non ne abbiamo scovato la ragione o la non-ragione fondamentale: ma l'abbiamo provato e per ciò stesso compreso; l'abbiamo provato e per ciò stesso abbiamo imparato a riconoscerlo; l'abbiamo provato e perciò stesso impareremo ad evitarlo.

Estetizzare per avere la forza di vedere; umanizzare per provare come vita quello che si è visto: infine comprendere ciò che al di fuori del fenomeno artistico si potrebbe soltanto relegare nell'ambito dell'Assurdo, filosoficamente; del Caso, scientificamente; del Male Assoluto, in religione.

Capire il nesso che congiunge estetica ed etica è secondo noi di capitale importanza. Non è ancora giunto il giorno in cui l'uomo potrà fare a meno dell'estetica per formarsi un'etica.

sabato 12 marzo 2011

Udine. Frammento secondo.

Un topo.
Il primo udinese che incontro è molto probabilmente un topo. Se ne sta al fresco della Roggia, sembra quasi ricambiare il mio sguardo stupito. 


La rete di canali interni della città di Udine è molto antica. Risale al periodo medievale: i canali, chiamati rogge (ròe in friulano), furono scavati per l'approvvigionamento idrico, al fine di aiutare lo sviluppo agricolo di un territorio altrimenti arido. Dall'acqua dipendeva il destino non solo economico, ma anche politico della città. Chi controllava le fonti d'acqua controllava il potere.

E non solo. Pranzo in una piccola osteria in via Sarpi, in pieno centro storico. Vado in bagno a lavarmi le mani, m'insapono prima di aprire i rubinetti. Non c'è acqua.
Chiedo alla cameriera spiegazioni. Arrossisce, va in cucina. Mi procura una spugna e uno straccio, “Mi scusi, è che hanno tolto l'acqua, mi sono dimenticata...”
Il vino l'hanno pagato loro: “Mandi, a presto. Mi scusi ancora, mandi.” 

...

Ne sono rimasti poche, purtroppo; le rogge superstiti scorrono, ora placide e silenziose, ora rapide e gorgoglianti, fino al centro. Lambiscono le strade principali, accompagnano il flusso dei passanti. L'acqua è chiara, limpida, illumina di giorno e riflette di sera.


Cammino anche io seguendo la Roggia. Percorro via Zanon, vedo trasformarsi le case, riconosco il passaggio della storia attraverso il susseguirsi degli stili architettonici. Dal centro rinascimentale, conservato ottimamente, pulito, bianchissimo, passo al liberty ottocentesco, segno dell'importanza strategica della città.
Poco più avanti le case squadrate e simmetriche annunciano l'arrivo del fascismo. La Roggia scorre sotto il cemento armato dei ponti razionalisti, i riflessi giocano con l'intonaco grezzo delle case. Il contrasto è magnifico.


Scesa la sera, vado per osterie. A Udine c'è una densità di osterie per metro quadro che ha dell'incredibile. Sono entrato in otto, se ricordo bene, e non ne ho vista una vuota.


Chi vale vola, chi non vale non vola. Chi vale e non vola è un vile”: così il nostro Duce.
Sono capitato in un'osteria nostalgica. Leggo con un sorriso i motti appesi ai muri e ordino da bere. 
Il padrone non sembra notare l'ironia del contrasto: da una parte la passione per la retorica fascista statalista, dall'altra l'orgoglio campanilistico per la Patria del Friuli. I muri sono raffazzonati con stralci di poesie in dialetto, cimeli e magliette inneggianti all'orgoglio friulano, giusto accanto a foto in bianco e nero e statuette nere simil-ventennio.
Fingo un forte accento romagnolo. Dico di abitare vicino a Predappio.

"Che fortuna che hai! La sua tomba sotto casa. Non sono mai andato, tra lavoro e famiglia, non trovo il tempo."
"Eh già, sono fortunato. Ma sa, vista una volta basta. Sa cosa mi piace di Predappio?"
"Cosa?"
"Le bruschette."

domenica 6 marzo 2011

Udine. Frammento primo.


Sono sul Frecciarossa, tratta Bologna – Venezia. Il treno non è particolarmente affollato. Il mio sedile dà sul corridoio. Vorrei rilassarmi e leggere ma uomini d'affari, molto probabilmente campani, parlano paurosamente forte. Sono costretto ad ascoltarli.

Ma di chi parli? Quello che s'è divorziato due mesi fa?”
Eh, chillo, Ninuzzo.”
Ah, peccato, divorziare... Ma tanto è ancora giovane. Ma è parente di Domenico?”
No, macché parente...”
Massì, chillo è imparentato con Domenico.”

Interviene Domenico accanto a me, che sembrava dormire. Parla e continua a tenere gli occhi chiusi.

Macché dici? Lo conosco appena.”
Ma non è tuo cognato?”
E che esser cognati è parentela ora?”


Due sedili davanti a me il piccolo bidone accanto ai tavolini pieghevoli continua a traballare durante la corsa, mandando un fastidioso rumore metallico. Passa il controllore per i biglietti: si ferma davanti a bidoncino rotto. Sbuffa.

Prende una di quelle riviste a consultazione gratuita, quelle che si sfogliano per riempire qualche minuto di noia. Ne strappa con forza una pagina. Tutti rimangono stupiti.
Piega il foglio fino a farne un quadratino e lo inserisce dietro il bidone, fermandone il traballare. Niente più trillo metallico. Lo sento mormorare, tra il soddisfatto e il seccato: “E poi dicono che la cultura non serve più a niente.” 

... 

Sul treno per Udine sono seduto di fianco al finestrino. C'è un sole magnifico, rimango a mezza manica. Penso a quanto è bello viaggiare da soli. Seguo con gli occhi il trasformarsi del paesaggio, da campagna pesante e fitta di campi a spazi più aperti, distesi.

Rimango esterrefatto dall'ampiezza del letto del Tagliamento. Un deserto di ghiaia, bianchissimo, che mi costringe a indossare gli occhiali da sole per osservarlo meglio.
Il terreno qua e là è segnato da rivoli d'acqua, pezzi di fiume disordinati che s'interrompono, riemergono, si riuniscono. Non una pianta, non un animale. In fondo, appena visibili nella canicola di Febbraio, le Alpi carniche.

lunedì 28 febbraio 2011

Raccolta "Le buone interferenze 2009 - 2010"



Per celebrare, nel nostro piccolo, il primo anno di attività di questo blog, abbiamo deciso di raccogliere i nostri post in un volumetto autoprodotto. 

Che senso ha pubblicare gli scritti di un blog?

Sappiamo, per suggerimenti ed esperienza, che spesso la lunghezza dei nostri interventi o la loro complessità rende la lettura piuttosto ardua sullo schermo. Abbiamo quindi voluto stendere una "versione cartacea" per facilitarne la comprensione. Un piccolo regalo che speriamo possa essere gradito da qualcuno.

Ogni scritto è corredato da un corsivo inedito che lo integra e lo contestualizza. 
Il lavoro è diviso in tre sezioni: Idee, Incontri e Poesie. (L'ultima raccoglie in aggiunta qualche nostra poesia inedita, che non ha trovato spazio adeguato sul blog.)

L'illustrazione iniziale è stata gentilmente realizzata da Nicola Varesco, che ringraziamo di cuore.

È possibile ottenere una copia cartacea della raccolta a offerta libera, basta contattarci via email o, se possibile, di persona. Altrimenti, se preferite, potete scaricarla gratuitamente dalla sezione "Lavori" del blog.

Un grazie a tutti i nostri lettori!

martedì 22 febbraio 2011

L'arte e il male: estetizzare l'assurdo. Parte Prima.


Tra i grandi poteri dell'artista ve n'è uno – dei più mirabili – che consiste nel riuscire ad estetizzare il reale attraverso l'opera d'arte.

L'esperienza dell'assurdità della vita è parte integrante dell'esistenza umana: e proprio in quanto assurdo il reale può essere estetizzato. 


Dalla meschina banalità della vita quotidiana, che livella le azioni a routine, che reifica l'individuo in un esserci impersonale, levigato “come un ciottolo di fiume”, scrive Kierkegaard, quasi per adattarsi meglio alle contingenze ed essere accettato dalla società, lasciandosi vivere dalla vita; quindi attraverso le incomprensibili ingiustizie che costellano i nostri giorni, come monoliti, come scorie assurde che solo con frustrazione possiamo accettare, senza in fondo potere accettarle in sé: dolori, depressioni, malattie, violenze, solitudini, isolamenti; infine l'esperienza di quello che molti chiamano “male assoluto”, cui il secolo passato offre aberranti esempi, il sacrificio della vittima innocente, lo scandalo iobico del giusto, l'olocausto del fanciullo.

Male è primariamente ciò che non possiamo capire, che rimane fuori dalla portata della nostra ragione, la presenza di un Altro trascendente che abita il mondo e che non possiamo influenzare né cambiare. Male è ciò che rimane senza risposta e, come tale, è stato l'ambito di riflessione privilegiato di religione e filosofia.

Chi pone l'origine del male nell'imperfezione ontologica del mondo; chi ne individua l'origine nell'azione dell'uomo; chi proclama il suo non-essere, l'infondatezza di un sostantivo inventato dall'uomo quale essere limitato, o imperscrutabile volere di un Principio che opera incessantemente per il nostro Bene: da sempre si cerca la soluzione al groviglio del male.

Dobbiamo ammettere la limitatezza delle risposte razionali, sia filosofiche che scientifiche e, d'altra parte, non possiamo accettare i dogmatismi della religione. La via sembra sbarrata, impraticabile in entrambi i sensi.

Sembra che la risposta voglia eludere la domanda: in un caso, eliminando il rischio di un principio assoluto col quale l'uomo non può sperare di competere; nell'altro, al contrario, sussumendo l'esperienza ad un volere più alto, numinoso, facendo leva sulla debolezza dell'intelletto umano.

Crediamo di potere individuare nella capacità di estetizzare il male una delle caratteristiche fondamentali del fenomeno artistico.

Estetizzare significa in primo luogo abbandonare la via della comprensione razionale. Credere che ciò implichi una rinuncia è un grave errore. Lasciare insoddisfatti i richiami della ragione comporta al contrario un grandissimo sforzo, che solo dolorosamente possiamo compiere.

Allo stesso modo, lasciare il porto sicuro di una fede provoca paura e spaesamento, che il fedele non può che considerare con orrore: eppure estetizzare non significa nemmeno consegnare alla certezza fideistica, abbandonarsi all'Altro che nell'Oltre ordina e orienta.

Estetizzare è un attività puramente umana: sotto questo aspetto si avvicina alla comprensione razionale; allo stesso tempo è un attività che non può utilizzare gli strumenti della ragione, che deve essere limitata, sia per comprendere appieno il fenomeno estetico, sia per riuscire a crearlo.

Avvicinarsi all'uomo, alla sua esperienza, senza la pretesa di spiegarla, senza la fede in un suo senso, abbracciando completamente il fenomeno nella sua assurdità. “Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante” insegna Zarathustra.

Così l'artista partorisce la sua opera non solo accettando il caos che alberga dentro di sé e nel mondo, ma addirittura piegando quell'assurdo ai suoi scopi.

Non cerca di nasconderlo attraverso assiomi, postulati, proposizioni, formule, corollari, dottrine, dogmi: lo usa, brutalmente, con violenza, con dolore (con-pathos, si dovrebbe dire, se Kundera non ci avesse mostrato quanto falsa risuoni purtroppo questa parola nelle nostre lingue romanze).

L'arte diventa l'obiettivo attraverso cui guardare il mondo e registrarne l'esperienza, senza dargli una sistemazione pretenziosa, ma facendo passare l'assurdo dentro di sé, manipolandolo con la proprie mani, guardandolo con i propri occhi, cantandolo con la propria voce.

Estetizzare per umanizzare, per avvicinare il male agli uomini, mostrare loro la sua esistenza, ed infine lenirlo.

martedì 18 gennaio 2011

Rocco Ronchi: il pensiero che cammina

[Libera interpretazione delle riflessioni di una camminata filosofica, colpevolmente in ritardo e sicuramente manchevole.]


Sull'Appennino imolese, nei pressi di Casalfiumanese, le colline sembrano fatte di una sostanza diversa, più morbida, meno terrena.

Da lontano gli altipiani si presentano allo sguardo lisci, tesi, puri. Il colore bianco della terra è dovuto alla buona percentuale di gesso – la vena compare alla vista solo poche vallate più a est. I calanchi scavano lunghi solchi, creando contrasti di luce curiosi: tutto è silenzioso, come raccolto in se stesso.

Si cammina per sentieri impervi, a strapiombo sulla vallata. La vista è superba: nelle giornate chiare si può vedere fino al mare. Come tutti i sentieri di collina, dopo qualche minuto di camminata (invero molti pochi se si è inesperti, come il sottoscritto) perdi l'orientamento: se hai una guida ti lasci condurre, godendoti il panorama e il profumo dei nespoli; solo, devi metterti a pensare, ricordare il percorso, tenere a mente la via. 

Camminare e pensare: dittico che ha avuto una grande fortuna, sembra. Soprattutto nel pensiero speculativo. C'era chi faceva lezione camminando. C'era chi diceva che mettendo in moto le gambe, si metteva in moto il pensiero. C'era perfino chi non era capace di pensare se costretto all'immobilità, davanti alla scrivania. C'era anche chi scriveva trattati pedagogici camminando tra i boschi. C'era infine chi ha abitato nei boschi.

La mente va allenata, come il fisico; fare esercizio mentale significa muoversi, andare verso l'oggetto – Gegenstand – che ci sta davanti, capirlo, superarlo. “Solo se in cammino il pensiero ha un senso, un scopo” sembrano dirci i pensatori di cui sopra. E può essere anche il puro e semplice vagare, non importa: l'immobilità è morte del pensiero. Errare è umano, in entrambi i sensi etimologici del verbo.

Cammino, questo, che non è sempre facile né tantomeno già tracciato. Aprire nuovi sentieri mentali e scontrarsi col Problema (πρόβλημα, sporgenza, quasi come quella del sasso, che spunta invisibile dalla terra e ci fa cadere): questa è l'attività della filosofia.

La sua è la strada a tentoni, con le mani in avanti, come quando si cammina al buio.

Quanto di più lontano si possa immaginare dalla strada lastricata e illuminata della fede. Il credente è già indirizzato. Vede il Problema e lo riconduce a un principio, lo accetta, lo supera.

Il filosofo, l'uomo del dubbio, è solo, senza guida: inciampa, procede con fatica (“la strada del dubbio e della disperazione”; così descriveva Hegel la sua Fenomenologia). Il Problema lo deve sciogliere con le sue stesse forze, ed ogni tentativo è un tentativo nuovo.

Ogni sentiero è un sentiero vergine, perciò stesso incerto.

Forse già sappiamo che il Problema non sarà risolto una volta per sempre: può essere ipocritamente eluso, dimenticato e resterà lontano, certamente scomparirà per un qualche tempo: ma si ripresenterà ogni volta tra le pieghe delle realtà, nell'orrore del quotidiano.

Allora perché intraprendere un cammino così faticoso, equidistante e dalla certezza religiosa e dalla pretesa immodesta di verità di qualche scienza? Perché iniziare un cammino che quasi certamente non sarà sicuro, di cui non conosciamo lo sbocco?

Perché il sentiero che avremo aperto sarà un sentiero nostro, autonomo, indipendente. E se non ci porterà da nessuna parte, o ci riporterà al punto di partenza, ancora e ancora, almeno avremo una vera certezza (misera e grandiosa cosa al cospetto delle migliaia di false certezze degli altri): di aver fatto coincidere la nostra vita con le nostre azioni.

domenica 16 gennaio 2011

La piazza intelligente, ovvero The Clever Square

[Dedico più che volentieri un pensierino alla band più promettente della nostra cittadina.]


Corre l’anno 2006: nascono i The Clever Square, bizzarro progetto musicale segnato dalla vena melodica di Giacomo D'Attorre e dal più genuino fancazzismo di Stefano Vespa. Tra i due si crea subito una perfetta intesa, e le loro note suonano ancora nuove per la sonnacchiosa provincia di Ravenna. 

La filosofia del "basso profilo", le melodie semplici e dirette, gli arrangiamenti efficaci, l'artigianalità musicale continuano ad essere troppo spesso confusi col dilettantismo; basti all’ascoltatore prestare orecchio a illustri colleghi e ispiratori quali Neutral Milk Hotel, Pavement, Guided By Voices o Eels, e cercarne le tracce profonde nei pezzi della band.

venerdì 14 gennaio 2011

Metodo e crisi

Esistono dei momenti particolari nella storia, delle epoche in cui la percezione del mondo cambia. È proprio in questi periodi che si affaccia la necessità della fondazione di nuovi metodi.

La crisi sopraggiunge a seguito di scoperte scientifiche rivoluzionarie, di avvenimenti storici dalla portata epocale, a seguito di invenzioni che cambiano il corso degli eventi. Può essere l'influenza di una personalità formidabile, capace di smuovere forze e pensieri umani, o dal lavoro di un individuo isolato: non importa.

La crisi innesca una messa in discussione generale delle conoscenze stabilite e crea l'urgenza di una ristrutturazione del sapere, di battere nuove nuove vie per giungere alla verità.

(Diamo per scontato che sia il fatto a influenzare il metodo, ma questo non è sempre ovvio: il mutamento, più verosimilmente, procede in parallelo. Il fatto crea cambiamento nel metodo e il metodo, a sua volta, cerca fondamento sul fatto.)

La via per arrivare alla “semplice e rotonda verità”: questo è il metodo.

Meta, oltre, dopo; hodòs, cammino, strada. Strada che cerca di giungere, attraverso fatiche e dubbi e prostrazioni, alla certezza non più discutibile.

La metafora della via è particolarmente utile per trasmettere il senso di movimento e fatica; sembra descrivere il pellegrinaggio del credente in cerca della fede perfetta.

Filosofi, scienziati, pensatori in generale, proprio in questi momenti di cambiamento radicale, di rovesciamento di paradigma, hanno sollevato la questione del metodo come strumento per fondare le nuove conoscenze o, a seconda dei casi, per metterle in crisi.

Il metodo è la questione iniziale per eccellenza: ogni filosofia o sistema di pensiero inizia con un metodo. È un bisogno preliminare tipico della razionalità umana: prima di mettersi in cammino, bisogna riflettere sul cammino stesso, sul tipo di percorso, sui limiti della via.

Occorre decidere la modalità precipua di conoscenza: in un primo momento facendo piazza pulita delle vecchie costruzioni, che ormai non si adattano più, e disorientano dal fine. Poi decidendo cosa è lecito sperare di trovare e cosa invece tagliare fuori dalle possibilità di certezza.

Una breve panoramica in ambito filosofico - scientifico può aiutare a capire di cosa stiamo parlando.

Galileo intuì le potenzialità di un nuovo strumento ottico inventato in Olanda. Invece di usarlo per battere sul tempo i nemici, lo puntò verso la volta celeste. Trascorse un inverno al freddo, osservando, annotando le sue “sensate esperienze” diligentemente. Fu la nascita del Sidereus Nuncius.

Dai semplici fatti contenuti in quel libro, e nulla di più, la visione aristotelica del mondo era messa in discussione. Sorgeva il problema di rifondare la conoscenza umana. Di rendere conto, razionalmente, di quello che l'aristotelismo non immaginava neppure.

L'origine del metodo scientifico galileiano: radicare la conoscenza dall'osservazione diretta e matematizzare i dati forniti dai sensi. Infine dedurne principi generali per ampliare la conoscenza umana.

E se c'è qualcosa che stride con la Sacra Scrittura, allora è colpa dell'interpretazione umana del Verbo divino, non del fisico che legge l'altro grande libro di dio, la Natura, scritto nei caratteri dei quali lui solo è il vero esegeta: caratteri matematici.

Diversamente stanno le cose con Bacone. Anch'egli avverte il bisogno di costituire un “nuovo organo” logico, che rimpiazzasse le vecchie e desuete argomentazioni scolastiche, buone solo per le dispute teologiche: “idola theatri”, preconcetti filosofici di cui è essenziale disfarsi per amore della verità.

Ecco che subentra l'esperienza diretta dei fatti, proveniente dalla non più inutili arti meccaniche, la fedele annotazione di essi su tavole della verità, e infine l'induzione di principi primi, che rispecchiano la cosa stessa. La fiducia nell'induzione sperimentale era assoluta.

L'elevazione definitiva della matematica a forma paradigmatica di conoscenza, modello per tutte le altre discipline, si ha con Descartes. La matematica diventa addirittura uno strumento innato nell'uomo, proveniente nientemeno che da dio stesso. É la sua origine metafisica ad assicurarne la validità.

Nel Discours vengono isolati quattro principi fondamentali per dirigere la nostra mente verso la verità incontrovertibile.

É il metodo cartesiano: individuare idee chiare e distinte, analizzarle (ovvero scomporle in più semplici e maneggevoli idee secondarie), sintetizzarle (ricomporle una volta scelte le idee vere) ed enumerarle per essere sicuri di non avere dimenticato qualcosa.

Era l'inizio delle due grandi correnti filosofiche della modernità: il razionalismo continentale e l'empirismo anglosassone.

Ma il tempo passa e non lascia mai le stesse carte sul tavolo. Il razionalismo dovette lasciare il posto al sistema newtoniano che sì, ammetteva ancora un dio regolatore, ma non ne faceva l'asse portante del suo metodo. Troppo pericoloso lasciare il cammino della verità nelle mani di un padrone invisibile: sarebbe un ritorno alla scolastica.

L'empirismo invece finì coll'implodere su sé stesso: è vero, noi sentiamo cose, avvertiamo oggetti esterni, ed ogni nostra conoscenza viene dall'esterno. Ma dove finisce la scienza e dove inizia l'interpretazione? Se tutto quello che esperiamo è contingente, allora lo sarà anche la nostra scienza.

La crisi fu seria: ancora oggi ne subiamo le dirette conseguenze. Einstein dovette fare a meno delle prove sensibili e, paradossalmente, si ritornò alla pura speculazione filosofica. Planck, d'altra parte, non riuscì a sfuggire alla sua probabilità, e sembrò quasi che dio giocassi ai dadi col mondo.

La filosofia della scienza contemporanea, poggia sul principio di falsificazionismo. Abbiamo rinunciato alla meta: non possiamo che ribaltare il concetto e reputare al massimo probabile una teoria che può essere falsificata.

Oggi è la possibilità della confutazione che fonda scientificamente la teoria.

Abbiamo posto dei limiti al nostro percorso, ritagliandoci un minuscolo itinerario lungo il quale possiamo essere relativamente (!) tranquilli e fuori pericolo, lontano dallo scetticismo più estremo.

Ma un metodo che si autolimita, che rinnega la sua meta, che non ha più direzione, e rischia di farsi fine laddove dovrebbe restare solo il mezzo, può ancora portare tale nome? Non è questa una crisi dalla quale, forse, potrebbe nascere un nuovo metodo?