domenica 18 luglio 2010

Una morale virtuale?


Immaginate di vivere in una città del tutto normale (ha strade certamente, e piazze, negozi, mercati, bordelli, parchi divertimento, tutto quello che vi serve, in realtà) eccetto che per una sua strana caratteristica.


Ogni movimento che fate, ogni decisione che prendete, ogni passo percorso ed ogni persona incontrata, ogni piatto consumato in ogni ristorante visitato, ogni vetrina ammirata e ogni vestito provato, ogni vostra uscita con gli amici o le amiche; insomma, tutto - tutta la vostra vita è miracolosamente trascritta da uno scrivano ignoto, che, solo nel suo minuscolo ufficio, segue tutti i vostri movimenti e li registra con accuratezza.


Non sbaglia una virgola. Conosce tutto di voi: il suo lavoro è scrivere la storia della vostra vita attraverso le frasi delle vostre azioni, come lavorando ad un unico immenso romanzo; anzi, a una biografia: la vostra.


Dicono che esistano tanti scrivani quanti cittadini di questa strana metropoli (non vi ho parlato delle sue dimensioni? Enormi), e che siano talmente veloci e talmente bravi a reperire le loro informazioni, da riuscire a trascrivere i vostri movimenti in tempo reale.


Lavorano in simultanea con la vostra vita, come se fossero i silenti cronisti delle vostre ore.

Così, grazie alle loro fatiche, si può sapere tutto di ogni singola persona della città, che cosa ha fatto nell’ora x, con chi parlava nel minuto y del giorno z.


Ecco – ora immaginate che tutto quello che ho appena descritto, un universo parallelo infernale e invivibile, sia già attorno a voi, bell’e pronto. E ci vivete già.


Piccole differenze: gli scrivani non esistono, siete voi stessi, utenti della rete che, per quanto possiate pensare di essere invisibili in questo mondo virtuale, in realtà è come se camminaste sulla neve fresca.


Il problema del controllo su Internet è uno dei grandi nodi gordiani della nostra epoca. Un dilemma di capitale importanza, che dobbiamo essere pronti a sciogliere in un qualche modo.


Come un nuovo Panopticon benthamiano, sulla rete siamo tutti detenuti; ci controlliamo a vicenda e siamo tutti parimenti controllati, senza sapere chi e dove sia il controllore. La detenzione perfetta.


- Macché detenzione, si tratta in fondo di una detenzione virtuale, come virtuale è la vita controllata. Nulla di cui preoccuparsi troppo. Spegni il computer, problema risolto. Non cadi nelle trappole di Facebook e Twitter, non hai più di che lamentarti, quindi smetti subito con questa lagna intellettualoide. Eppoi, tutto sommato, un po’ di controllo non ha mai fatto male a nessuno.


Mai problema è stato meno astratto e intellettualoide di questo.


Il punto cruciale è, a mio parere, che bisogna smettere di pensare alla vita reale e a quella virtuale come due vite del tutto indipendenti e separate. Non è più così.


Come scrive Bittanti in un saggio contenuto in Anni Zero [Carlo Antonelli, a cura di; ISBN edizioni, 2009], alla fine del processo di socializzazione di internet, “[la vita virtuale] finisce per condizionare il mio comportamento nella vita reale.”


(Quale delle due sia in fondo più reale dell’altra, lo lasciamo decidere ai lettori.)


Se quindi, almeno a livello teorico, occorre considerare la vita virtuale alla stregua della vita vissuta, allora ammetteremo anche la parità giuridica delle due.


Così come abbiamo diritti e doveri nella ‘vita reale’ avremo diritti e doveri simili se non pari, nella ‘vita virtuale’.


Quindi, approfondendo ulteriormente:


a) la consistenza, per così dire, ontologica virtuale non è un attenuante che ci possa indurre a sopportare il controllo asfissiante e benthamiano che regola i nostri rapporti sociali sulla Rete;


b) anche e soprattutto chi non utilizza i servizi web è tirato in causa: primariamente perché ha meno possibilità di difesa della privacy rispetto a chi sa utilizzarli; secondo, perché oggi non esiste occidentale della mia generazione che si possa chiamare fuori dal fenomeno digitale.


c) la possibilità di una ‘morale virtuale’, passatemi il pessimo accostamento, è spazzata via dalla concentrazione stessa del controllo cui siamo sottoposti. Poiché essere sotto controllo non ci rende morali, l’omnipervasiva sorveglianza sulla rete è tout court immorale, forse addirittura nociva per le nostre relazioni e le nostre abitudini – sicuramente pericolosa e inquietante.


(Ci vorrebbe un altro intervento per spiegare quest’ultimo punto, che mi è stato suggerito dalla lettura di un articolo di Emrys Westacott Does surveillance make us morally better?” [Philosophy Now, Issue 79, 2010] e di un intervento ormai famoso di Nick Harding, scritto nel 2008.)


Se ci si pensa bene, il problema che ho delineato in queste righe, è un dilemma classico della filosofia politica: la dicotomia tra giustizia e libertà.


Abbiamo la guida di testi immortali per comprendere meglio questo irrisolvibile problema: da una parte le necessarie libertà dell’individuo che si elevano al di sopra di ogni legge, dall’altra le non meno necessarie leggi che si elevano sopra ogni individualità.


Oggi si parla di privacy e sicurezza, e il dilemma non si è ancora del tutto chiarito (vedere alla voce: intercettazioni telefoniche e lotta antimafia).


Il busillis è che, per la prima volta, un problema analogo si sta riproponendo in un ambito prima inesistente, e che solo da poco (poco più di sei anni) si è cominciato ad analizzare seriamente: lo scenario virtuale.


Come sciogliere il nodo? I vecchi testi di filosofia politica sono ancora attuali? Le loro tesi sono applicabili anche in questi casi (del tutto imprevisti e improbabili al tempo della loro pubblicazione) o no?


Io credo proprio di sì - certo con dei distinguo belli grossi - e propenderei, in una scelta dettata da null'altro che dalla mia educazione e dal mio carattere, a privilegiare la responsabilizzazione dell’individuo (o meglio, dell’utente) rispetto all'efficienza e alla pervasività dell'apparato di controllo.


Forse, la chiave del problema, sta proprio nel riuscire ad avvicinare ulteriormente la vita virtuale a quella vissuta, in modo che, anche senza il deterrente del controllo, l’utente si muova nell’ambiente virtuale in modo ‘morale’ – magari facendo leva sul concetto di identità, e fornire a tutti un’identità virtuale, del tutto slegata e indipendente da quella reale, ma assolutamente univoca, da usare come documento sulla Rete.

Invece di controllare, responsabilizzare.


Da questo non deriva, nel modo più assoluto, che si debbano far coincidere le due vite. Sarebbe pericoloso per la nostra sanità mentale.


Anche se, ci ricorda sempre Bittanti, “ (...) la schizofrenia è la condicio sine qua non dell’era digitale.”


2 commenti:

  1. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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  2. Sono perfettamente d'accordo sulla questione, e ritengo per questa regione neccessario ciò che si sta muovendo in ambito giuridico, cioè l'attuazione di una regolamentazione legale del web. Attualmente non è più (purtroppo?) possibile una vita slegata del mondo digitale. Il problema è nella speculazione attuata da aziende fraudolente o da utenti che abusano di identità false per scopi illeciti, problema che è in costante aumento, soprattutto alla luce del web 2.0.
    Il problema sul controllo però ha uno spettro molto più ampio di quello digitale, in quanto, solo per citare possibili esempi, tramite l'uso massiccio di telecamere, carte elettroniche, e "aggeggi" elettrici (cellulari, gps, ecc...) una persona può essere completamente monitorata, e chiunque potrebbe sapere cosa fa una persona in qualunque parte del mondo.
    Sarei curioso di sapere cosa avrebbe detto Huxley al riguardo...

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