[Postfazione completa a La città sfinge, Edizioni del Girasole, Ravenna, 2014]
Posta
al centro di quel meraviglioso affresco popolare che è il Decameron,
la novella di Nastagio degli Onesti spiazza il lettore di Boccaccio
come la variazione improvvisa di una sinfonia. Il tono della
narrazione non cambia, né muta la straordinaria ricchezza della
lingua trecentesca: è qualcosa di più oscuro che disturba la
lettura di quelle poche pagine, qualcosa di più arduo da definire.
L'orizzonte
narrativo del Decameron
è totalmente terreno, immerso nella quotidianità della vita
comunale e mercantile dell'Italia medievale. Per la prima volta nella
storia della letteratura italiana, l'epos
è
utilizzato per cantare le esistenze più umili, le miserie e le
grandezze dello spirito popolare, la sagacità innata dell'uomo della
strada.
Se
proprio volessimo utilizzare una categoria filosofica, potremmo dire
che il Decameron
è un lungo, ineguagliato canto dell'immanenza.
Tutte le storie che vi prendono parte sono allo stesso livello del
lettore, gli accadono davanti, raccontano episodi nei quali viene
negato in partenza lo spazio per qualsivoglia finzione retorica o
spirituale. È permesso ridere del sacro, così come è naturale
prendersi gioco del profano. La terribile cornice della peste del '48
autorizza il narratore - e di conseguenza, il lettore - a lasciarsi
andare alla leggerezza; ci invoglia a buttare alle spalle ogni
rispetto timoroso per autorità e divinità, ogni preoccupazione per
il buongusto; ci spinge ad accettarci così come siamo, imperfetti,
in nome di un profondo e sensuale umanismo. È questo ciò che più
amiamo di Boccaccio.
Eppure,
la storia di Nastagio degli Onesti sembra sfuggire a questo quadro
come un corpo estraneo, come una deviazione non prevista. Unica tra
le cento novelle, quella di Nastagio apre una ferita, rompe l'ordine
del discorso per riprendere il dialogo interrotto con la
trascendenza. Quelli che Nastagio incontra nella pineta di Classe
sono indubbiamente
degli spettri, delle presenze che non appartengono al nostro tempo.
![]() |
Sandro Botticelli, Nastagio degli Onesti (terzo episodio), 1483 ca |
Nastagio
non è vittima di un trucco, come i bigotti cittadini di Treviso
giocati dalla malizia di Martellino, che in chiesa si finge guarito
per grazia ricevuta; né viene ingannato per doppi fini, come Lisetta
da Frate Alberto che, pur di possederla, si finge l'angelo Gabriele.
Non si può neppure dire che Nastagio sia un sempliciotto, come i
contadini di Certaldo, rimasti a bocca aperta davanti a dei carboni,
credendoli le ceneri di San Lorenzo, parola di Frate Cipolla; infine,
la caccia infernale che gli si svolge davanti, non è certo frutto di
un sogno, come quello che visita Elisabetta da Messina, risolvendo
così la sua terribile storia.
È
quasi come se la lingua di Boccaccio fosse imbarazzata nel dover
affrontare questa variazione inedita, è come se arretrasse davanti
all'evidenza: ed è un sintomo significativo il fatto che non
compaiano mai, nel corso della novella, termini come "spettro",
"fantasma",
"larva",
e simili. La fanciulla straziata dalle zanne dei cani è
semplicemente "una
giovane",
così come il cavaliere, condannato dal volere divino a darle la
caccia, è "un
cavaliere",
e basta, come per una sorta di ritrosia inconscia nel nominare
elementi ultraterreni.
Il
tema è talmente insolito per Boccaccio, che addirittura si pasticcia
un po' con l'oltretomba: non si capisce se questi spiriti siano
dannati per sempre alle pene del "ninferno",
o se piuttosto non debbano scontare le loro disgrazie per un periodo
di tempo definito ("tanti
anni [...] quanti mesi ella fu contro a me crudele",
ci rivela lo spettro), come accade di solito ai residenti del
Purgatorio.
Insomma,
la penna di Boccaccio s'arriccia come i peli del suo Nastagio
scrivendo questa storia, vuoi per il contenuto particolarmente
macabro, vuoi per l'estraneità degli agenti che intervengono: il
punto è che in questa pineta (e sarebbe interessante, anche se fuori
luogo, soffermarsi di più sulla qualità "infernale"
e oscura del nostro territorio, che ha attratto molti narratori
italiani e non, in
primis
Dante e Boccaccio, ma più recentemente anche Coetzee, solo per fare
un esempio), l'orizzonte narrativo si sfonda per un attimo, lascia
trapelare qualcosa che non fa parte di questo mondo, ma di una
dimensione altra.
Ma
è soprattutto lo scioglimento della novella, tanto brusco quanto
imprevisto, a destare la perplessità del lettore. In modo
assolutamente peculiare, è assistendo all'orrendo spettacolo della
morte dello spettro che la giovane Traversari, "sì
altiera e disdegnosa"
fino a poco tempo fa, muta il suo sentimento verso Nastagio; è il
terrore di essere condannata a una fine simile, dantesca nel suo
terribile contrappasso, a farle tramutare "l'odio
in amore".
Ed
avviene così che si sarebbe quasi tentati di provare pena per la
sorte di questa coppia di finzione, tra la più giustamente celebri
del Decameron,
invece di esserne rallegrati, in quanto non occorre essere troppo
esperti in materia di affinità elettive per sapere quanto sia
improbabile riuscire ad amare qualcuno avendone allo stesso tempo
paura.
Da
questo paradosso narrativo è nata la mia riflessione sulla novella,
la voglia di capirla meglio, di riscriverla, di proseguirne e
sabotarne il racconto lasciando che fossero i personaggi stessi a
parlare. Ha preso la forma di un testo teatrale - forma che ha ben
presto perso i suoi connotati iniziali per mutare in qualcosa di
ibrido, a metà strada tra romanzo, dialogo e teatro.
Tuttavia,
è stato soltanto scrivendola che ho capito da dove davvero nascesse,
al di là di una personalissima insoddisfazione narratologica, la
necessità di questo mio esercizio di stile, e quale fosse in realtà
il tema portante del lavoro.
Nastagio
- e di conseguenza la sua novella - mi affascina per la sua capacità,
così rinascimentale, di fare uso del passato. Davanti all'orrore
ripetuto, davanti all'iterazione assurda della caccia infernale,
Nastagio non rimane alla mercé di un'abulia impaurita e nemmeno
volta le spalle, in preda allo spavento; al contrario, prende una
decisione e sceglie di usarlo a suo profitto. Nastagio rappresenta
l'uomo che riesce a fare
uso
vantaggioso del passato, che riesce a piegarlo alla sua astuzia senza
per questo deformarlo o cancellarne una parte, senza rimanerne
schiacciato, senza ripeterlo.
I
personaggi di questa storia, ossessionati da un'età dell'oro ormai
perduta, immiseriti nel lamento auto-indulgente della desolazione del
presente, incapaci di iniziativa e schiacciati da un passato
splendido e ingombrante, li ho trovati molto simili a noi, alla
nostra città, e in generale al carattere odierno del nostro paese.
Similmente,
in ambito letterario, si parla di "fine
della storia"
e di postmodernismo, di impossibilità di innovazione e di necessità
di combinazione, si discute riguardo ai modi per sfuggire a quella
che sembra essere una formidabile impasse
ideologica, si coniano termini e si ipotizzano nuove scuole. Forse, ad un certo livello inconsapevole e certamente
insoddisfacente, la storia che vi trovate per le mani è una risposta
a queste tematiche.
Forse,
l'astuzia di Nastagio può segnarci una strada.
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