lunedì 5 gennaio 2015

Contro i monoliti


(...) tutte le culture sono coinvolte l'una con l'altra, nessuna è unica e pura, tutte sono ibride, eterogenee, straordinariamente differenziate e non monolitiche.
Edward W. Said, Culture and Imperialism, 1993

A Damio e alla Virgi

Che oggi, in Europa (in Italia!), parole come quelle di Said stupiscano ancora dopo ventun anni, è un fatto da registrare con preoccupazione e da tramandare, si spera, per il ludibrio dei posteri.


Noi italiani, campioni, volenti o nolenti, delle ibridazioni e delle stratificazioni, ancora ci facciamo abbagliare come allodole dallo specchietto del "monolitismo culturale", ideologia secondo la quale, poiché esistono (postulato) confini culturali, allora è obbligo del politico preservare la propria "riserva culturale" dalle specie estranee, che minacciano il nostro equilibrio, e mirano a distruggere il nostro Eden culturale, che tra l'altro non sapevamo nemmeno di abitare.

Da ciò: barriere, muri, muraglie, morti affogati, rumore di acque. Per questo: voti facili e potere. L'ideologia gioca alle ombre cinesi (!): dà forma al drago e il bambino spettatore pensa che, poiché se ne parla tanto, il drago come minimo deve esistere davvero; e che in fondo, basta chiudere la porta della cameretta per tenerlo lontano.

Un potente antidoto contro il "monolitismo culturale", che offriamo come buon proposito per il 2015, è rappresentato, ironicamente, dall'Arsenale di Venezia. Ironicamente, perché l'ideologia del monolitismo xenofobo scelse proprio la Serenissima come capitale simbolica del suo teatrino, approfittando degli echi profondi di nomi come Lepanto, Turchi, Cristianità, per smuovere gli animi delle folle sempre bisognose di confini. Di là, loro, le "palandrane del cazzo", i "clandestini"; di qua noi con "el leon alàdo", che coraggiosamente difende le nostre posizioni.

E già si potrebbe partire da qui, da San Marco, per cominciare a smontare il teatrino: l'iconografia tradizionale lo rappresenta ricciolino, di pelle olivastra quando non apertamente couleur café; insomma, com'è giusto, palestinese. Se ne va in Egitto ad evangelizzare, il Marco; alcuni lo vogliono come primo patriarca di Alessandria. Un santo africano, insomma, la cui salma viene trafugata, perché ai veneziani manca un patrono per la novella città (secolo 9). Tintoretto ci aiuta a visualizzare meglio l'epicità di tale ruberia: San Marco cicchetta i profanatori veneziani fattisi prendere dall'entusiasmo: "Basta scoperchiar tombe, il mio cadavere l'avete già trovato! È quello che manda luce".

Tintoretto, Ritrovamento del corpo di San Marco, 1566, Pinacoteca di Brera


Ma quanto più significativo sarebbe scoprire il meticcio al cuore della città? Il cuore silenzioso e operante, privo del fascino ritmato delle Procuratie marciane; sottratto agli sguardi dei mercanti, irraggiungibile dalle fotografie dei turisti; l'Arsenale, la fucina della potenza concreta della Repubblica: le galee e le galeazze.

Non ci si chiede mai perché Venezia, a differenza di qualsiasi altra città rinascimentale italiana, non abbia un castello. Una risposta potrebbe essere: sulla laguna, l'intera città è un castello. La verità è che Venezia il castello ce l'ha eccome: è proprio il suo Arsenale, circondato dal tradizionale fossato e dalle spesse mura.

Ecco: l'Arsenale porta le sue origini orientali inscritte già nel suo nome. Daras-sina'ah: fabbrica. Da cui, attraverso il veneziano "arzanà", i nostri "arsenale" e "darsena", per sineddoche applicato ai bacini interni nei quali si costruivano e riparavano gli scafi.

Ma è l'entrata dell'Arsenale che più di ogni altra considerazione mostra fino a che punto l'intreccio e l'ibridazione culturale possano celarsi anche laddove sembrerebbero regnare scopi totalmente opposti.

Canaletto, Ponte dell'Arsenale, 1732, collezione privata


È indubbio, infatti, che la prima impressione che suscita l'entrata dell'Arsenale è quella di imponenza e solidità. Le due torri ai lati del canale, erette nel 1453, vogliono essere disperatamente considerate come l'ultimo avamposto occidentale-cristiano prima della belva orientale, che, guarda caso, ha da poco fatto lo sgambetto ai bizantini. Venezia ultima ratio, insomma, dal Rinascimento al servizio del monolitismo. Così pare.

Ma sono proprio quelle stesse belve orientali a sorvegliare, come in un gioco di riflessi, la porta dell'arzanà. Sulla riva sinistra sono stati collocati, verso la fine del secolo 17, trofei di guerra, quattro leoni di marmo provenienti dalla Grecia, allora governata dagli ottomani.

Francesco Morosini (1619-1694), doge e uomo d'arme veneziano, probabilmente squilibrato, se li portò con sé dopo i successi delle sue campagne in Peloponneso, i meritati frutti della sua fatica. Il curriculum di quest'uomo sorprende sempre il neofita.

Nel 1687, durante l'assedio ad Atene, Morosini fa fuoco sul Partenone, usato dai turchi come... deposito di polvere da sparo. Lord Elgin, al doppio confronto, impallidisce. Il tetto del tempio, fino ad allora rimasto miracolosamente in piedi, sfracella. "Colpo fortunato", commenta Morosini. Nello stesso torno di tempo, preleva e addomestica il Leone del Pireo, statua di epoca ellenistica a guardia del porto di Atene, a cuccia nella stessa posizione da almeno 1500 anni (si scorgono ancora, sulla lisa pelle del leone, rune vichinghe, commuoventi tentativi di lasciare un segno, risalenti almeno all'anno Mille).

Quindi il Morosini fa rotta verso Delo, isola sacra, e decide di portarsi a casa, come souvenir, un altro leone, proveniente dalla celebre Terrazza dei Leoni; sculture arcaiche risalenti al 600 a.C. (il Po' avrebbe dovuto sciogliere ancora varie montagne per mettere insieme la laguna). Infine, ossessionato dai felini, Morosini muore, non prima di aver fatto imbalsamare il suo amato gatto, ancora oggi accarezzabile al Museo di Storia Naturale a Venezia.

Insomma: se lo scopo dell'entrata dell'Arsenale era quello di ribadire l'integerrima unità della cristianissima cultura veneziana contro gli eccessi orientali, diciamo pure che sembra dimostrarci piuttosto il contrario: una sovrapposizione assurda di culture, un intreccio quasi inestricabile che appare appena si guardano le cose da più vicino, più attentamente, un po' come per le rune sulla pelle del Leone del Pireo.

Allo stesso modo, scegliendo (suo malgrado) Venezia, la città più marcatamente orientale d'Italia, come capitale dell'autonomia e del monolitismo, i signorotti della xenofobia si sono cacciati in un bel pasticcio. E non basta la crescente e disordinata peniafobia, a cui sembra in fondo giusto imputare il nuovo successo di queste fruste formule politiche, a cancellare l'insegnamento di Said (insegnamento che Venezia, come c'era da aspettarsi, dimostra): non esistono monoliti, esistono solo ibridi.

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