giovedì 12 dicembre 2013

Gadda e la rabbia civile

È passato mezzo secolo dalla pubblicazione del capolavoro di Gadda, La cognizione del dolore. Era il 1963. Usciva presso Einaudi, in un'edizione bellissima, con un saggio iniziale di Contini più difficile dello stesso romanzo, raccogliendo per la prima volta in un unico volume i vari episodi apparsi sulla rivista Letteratura durante la prima travagliata stesura, dal 1938 al 1941.

Nonostante parlasse di quell'Italia, il libro parlava a questa Italia. Vent'anni non sembravano, già allora, essere passati. Certo, c'era stata la guerra, il grande miracolo economico di mezzo; quindi la mutazione antropologica, la laicizzazione d'importo. Eppure, quasi librandosi sulle diagnosi pasoliniane, quasi cancellando con un colpo di spugna quell'indiscutibile rottura storica, il libro di Gadda parlava, urlava, raccontava di un'Italia più profonda, surrettizia, la borghesissima Italia della continuità e dell'immobilismo.

lunedì 11 novembre 2013

L'artista sprofondante

Chi ci ha educato all'emersione, e perché? L'anabasi frustrante verso la luce, verso il riflettore – il movimento della falena intontita – mi sembra proprio lo sbracciarsi irrequieto del venditore di piazza. Sogna l'emergere chi è immiserito del reale. Sogna la luce chi beve solo notte. Tutti educati allo stesso movimento d'ascesa, alla stessa scalata asociale, tutti desiderosi di pane e interviste, “venite e sarete incensati, c'è posto per tutti, anche per chi ali non ha”.

venerdì 1 novembre 2013

La città in bilico

"Istanbul è una città di confine? Questa è la domanda più difficile. 

Agli occhi dell'ovvio, la risposta è sì: Istanbul è l'ultima città europa che si possa ancora considerare di confine, ovvero un limes tra due mentalità diverse e per certi versi inadeguate l'una all'altra. Istanbul con un piede in Europa, Istanbul ortodossa e bizantina; Istanbul con un piede in Asia, Istanbul dei minareti e del caffé turco.

Ma a ben vedere, il confine implica separazione, discrimine. Qua inizia la civiltà, mentre hic sunt leones. Questa separazione, ad Istanbul, non l'ho vista. È la sua stessa storia di città di scambio, pedaggi e mercanti ad impedire che le parti, come in un composto chimico, si separino per decantazione."

Dopo tre anni, si torna a parlare di Istanbul, ma attraverso le immagini
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giovedì 24 ottobre 2013

Il sapere che manipola

[Articolo pubblicato originariamente per Pequodrivista]

Nei filosofi di professione prevale un giudizio per lo più negativo circa la questione della tecnica. Si passa da uno sfumato sospetto ad un atteggiamento scettico, fino ad arrivare spesso a posizioni di aperta ostilità.


Siano essi di scuola heideggeriana o adorniana, seguano il pensiero critico francese o quello cattolico fideista non importa: sembra proprio che, per grande parte della filosofia, la tecnica ponga un problema fastidioso, come una matassa difficile da sbrogliare, che si preferisca accantonare sbrigativamente sotto l'etichetta riduttiva della “volontà di potenza”.

giovedì 17 ottobre 2013

Lo sperimentalismo innocuo


La storia è nota. Nel 1828 un giovane di sedici anni compare all'improvviso nella città di Norimberga. Non si sa chi sia, né da dove venga. Le uniche cose che riesce a dire sono il suo nome, Kaspar Hauser; le uniche cose che riesce a mangiare sono pane e acqua. Alieno pur non essendo alieno? un Cristo senza alcuna Parola da rivelare? Non è dato saperlo. Viene ucciso da mano ignota nel 1833. Il suo epitaffio lo descrive come “eanigma sui temporis”.

venerdì 20 settembre 2013

Disimparare ad accontentarsi

Si racconta che Dino Campana, prima di vendere i suoi Canti Orfici, fosse solito squadrare attentamente l'acquirente di turno alla ricerca di particolari fisiognomici rivelatori della sua preparazione poetica. Chi passava l'esame con successo, “lo spirito poetico puro”, si vedeva consegnare il libretto intero, tuttalpiù privo qua e là di qualche pagina; ai malcapitati, invece, spesso non restavano che due o tre poesie – e delle meno riuscite. Effe Ti Marinetti, “lo schiaffo ed il pugno”, si dovette accontentare della sola copertina. Non è forse un diritto del poeta quello di difendersi dagli occhi degli imbecilli?

martedì 17 settembre 2013

Il castello di Pietra Mora



Nuova poesia dedicata ai ruderi del castello detto di 'Pietra Mora', edificato su di un affioramento roccioso - lo 'Spungone' - che partendo dal torrente Marzeno, nelle prime colline faentine, arriva fino alla frazione di Capocolle, nel comune di Bertinoro (FC). 

Il sito è ricordato anche da Luciano de Nardis in un breve articolo di argomento folkloristico da lui steso per la rivista romagnola La Piê:

"Sotto Monte Sassone, accanto ai ruderi del castello della Pré Mora (Pietra Mora), nel banco dello spungone sullo strapìombo della voragine del rio della Samoggia, fra le colline a monte di Faenza e Castrocaro nella zona di demarcazione dell’antico confine fra la terra del Papa e quella del Granducato, sono scavate le quattro grotte delle fate (chiamate anche busa – buca - e camaraz – cameraccie). Questa pietra era un prodigioso palazzo, nei lontani millenni delle Fate che lo disertarono quando l’uomo non credette più alla poesia, ma vi lasciarono, pegno del ritorno, i loro magici telai d’oro, su cui l’anima tesseva le canzoni che nessuno sa più! E perché l’uomo non ne facesse sua preda, confidarono la guardia dei telai a un biscione che sibila minacce e con un soffio precipita nella voragine le ladre scalate, quando mai tentassero le porte inviolabili."
(L. De Nardis, La Piê, 1925)

Ecco la poesia:





Era pena, l’asse

il sostegno

del monte alle grotte





era la morte della larva –

tenuta dei cocci,

del voto fatuo alla fioritura





erano briciole del corpo

del prode,

       voce selvatica che

       ne sgola i lembi …


E un testo precedente, ispirato alla leggenda della grotta delle fate e già pubblicato su questo blog:


 
Le dame di Monte Sassone


Il tempo sfilacciato di una vita
che nulla può farci l’ago
ha avuto forse pietà di noi
delle case abbandonate quando
il passo del giaguaro
seminava grida pari
al crollo delle terre
sotto il bacio dell’aratro

quando il seme inselvatichiva
e la mala pianta taceva
i segreti andati in fiamme

quando gonfie nubi ferrose
s’alzavano sulle rovine
e custodi di sale ricolme
di bronzi e di giade
lasciavano che il filo delle lame
si dipanasse ai loro piedi  

quando
quando

quando

*

e a fare come il cavaliere,
che all’ago preferì i telai d’oro
delle dame di monte Sassone

– si badi alla luce delle vesti
come un tempio il cui marmo
sia inciso nel fuoco di costellazioni
ma spolpando il frutto della luce
il succo ripugna
come un porcaro
vestito da signore –

e il cui corpo sbriciolato
fu gettato dalla furia del serpente
giù nell’ombra della terra
fino a fare minerale del pensiero,

noi cosa perderemmo
e cosa avremmo al sicuro ora
che il secco si beve tutto
che i lembi del lago hanno branchie
da cui svapora l’oro dei campi?




(la foto qui sotto è di Stefano Ciani)




mercoledì 4 settembre 2013

Poesia astratta su Adolfo Wildt

Opera di riferimento: 'La fontanella santa', marmo, mosaico, onice e bronzo dorato




cautela si brucia
al scaturito presente  
del dipeso, del
potere
(un fuoco bianco
che lo conteneva)


e la pace severa,
arco volto di bronzo
al sereno

dirà
l’onice aspro e

duro, empireo
fulgente e corona.