domenica 26 gennaio 2014

Imitazione di Senofane

Gli italiani? Lussi inutili impararono dall'Occidente,
quando ancora non v'era l'odiata crisi.
Andavano in piazza con odiosi piumini imbottiti
(erano milioni, non di meno)
superbi, vanitosi, con orribili acconciature
inondati di costosissimi profumi.

Ormai ventitré anni rigirano
il mio pensiero per l'Italia:
tutto intero vedo, penso e odo.

D’inverno bisogna stare presso al fuoco,
sdraiati su morbidi cuscini, dopo aver ben mangiato,
e bere un dolce vino, sgranocchiando ceci,
e chiacchierare: “Di dove sei, caro? Quanti anni hai?
Quanti ne avevi quando venne il Meneghino?”

lunedì 16 dicembre 2013

Il costo del profitto. Da Ravenna a Prato

Un filo rosso accomuna la tragedia del 1987 nei cantieri Mecnavi di Ravenna, nella quale morirono 13 operai e quella dello scorso primo dicembre, a Prato, quando si è scatenato un incendio che ha fatto 7 morti. Questo filo rosso è la logica del profitto, che non comprende le ragioni della "nuda vita".

Qui l'intervento completo sul blog collettivo Pequod

giovedì 12 dicembre 2013

Gadda e la rabbia civile

È passato mezzo secolo dalla pubblicazione del capolavoro di Gadda, La cognizione del dolore. Era il 1963. Usciva presso Einaudi, in un'edizione bellissima, con un saggio iniziale di Contini più difficile dello stesso romanzo, raccogliendo per la prima volta in un unico volume i vari episodi apparsi sulla rivista Letteratura durante la prima travagliata stesura, dal 1938 al 1941.

Nonostante parlasse di quell'Italia, il libro parlava a questa Italia. Vent'anni non sembravano, già allora, essere passati. Certo, c'era stata la guerra, il grande miracolo economico di mezzo; quindi la mutazione antropologica, la laicizzazione d'importo. Eppure, quasi librandosi sulle diagnosi pasoliniane, quasi cancellando con un colpo di spugna quell'indiscutibile rottura storica, il libro di Gadda parlava, urlava, raccontava di un'Italia più profonda, surrettizia, la borghesissima Italia della continuità e dell'immobilismo.

lunedì 11 novembre 2013

L'artista sprofondante

Chi ci ha educato all'emersione, e perché? L'anabasi frustrante verso la luce, verso il riflettore – il movimento della falena intontita – mi sembra proprio lo sbracciarsi irrequieto del venditore di piazza. Sogna l'emergere chi è immiserito del reale. Sogna la luce chi beve solo notte. Tutti educati allo stesso movimento d'ascesa, alla stessa scalata asociale, tutti desiderosi di pane e interviste, “venite e sarete incensati, c'è posto per tutti, anche per chi ali non ha”.

venerdì 1 novembre 2013

La città in bilico

"Istanbul è una città di confine? Questa è la domanda più difficile. 

Agli occhi dell'ovvio, la risposta è sì: Istanbul è l'ultima città europa che si possa ancora considerare di confine, ovvero un limes tra due mentalità diverse e per certi versi inadeguate l'una all'altra. Istanbul con un piede in Europa, Istanbul ortodossa e bizantina; Istanbul con un piede in Asia, Istanbul dei minareti e del caffé turco.

Ma a ben vedere, il confine implica separazione, discrimine. Qua inizia la civiltà, mentre hic sunt leones. Questa separazione, ad Istanbul, non l'ho vista. È la sua stessa storia di città di scambio, pedaggi e mercanti ad impedire che le parti, come in un composto chimico, si separino per decantazione."

Dopo tre anni, si torna a parlare di Istanbul, ma attraverso le immagini
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giovedì 24 ottobre 2013

Il sapere che manipola

[Articolo pubblicato originariamente per Pequodrivista]

Nei filosofi di professione prevale un giudizio per lo più negativo circa la questione della tecnica. Si passa da uno sfumato sospetto ad un atteggiamento scettico, fino ad arrivare spesso a posizioni di aperta ostilità.


Siano essi di scuola heideggeriana o adorniana, seguano il pensiero critico francese o quello cattolico fideista non importa: sembra proprio che, per grande parte della filosofia, la tecnica ponga un problema fastidioso, come una matassa difficile da sbrogliare, che si preferisca accantonare sbrigativamente sotto l'etichetta riduttiva della “volontà di potenza”.

giovedì 17 ottobre 2013

Lo sperimentalismo innocuo


La storia è nota. Nel 1828 un giovane di sedici anni compare all'improvviso nella città di Norimberga. Non si sa chi sia, né da dove venga. Le uniche cose che riesce a dire sono il suo nome, Kaspar Hauser; le uniche cose che riesce a mangiare sono pane e acqua. Alieno pur non essendo alieno? un Cristo senza alcuna Parola da rivelare? Non è dato saperlo. Viene ucciso da mano ignota nel 1833. Il suo epitaffio lo descrive come “eanigma sui temporis”.

venerdì 20 settembre 2013

Disimparare ad accontentarsi

Si racconta che Dino Campana, prima di vendere i suoi Canti Orfici, fosse solito squadrare attentamente l'acquirente di turno alla ricerca di particolari fisiognomici rivelatori della sua preparazione poetica. Chi passava l'esame con successo, “lo spirito poetico puro”, si vedeva consegnare il libretto intero, tuttalpiù privo qua e là di qualche pagina; ai malcapitati, invece, spesso non restavano che due o tre poesie – e delle meno riuscite. Effe Ti Marinetti, “lo schiaffo ed il pugno”, si dovette accontentare della sola copertina. Non è forse un diritto del poeta quello di difendersi dagli occhi degli imbecilli?