venerdì 30 aprile 2010
Il viaggio e la scomparsa della geografia. Liverpool.
venerdì 23 aprile 2010
Le colpe dei padri
Percorro la strada per Marina senza fretta. Alla mia sinistra, oltre l’altra corsia, le fabbriche ormai rugginose di Deserto Rosso; davanti a me il cavalcavia, poi il rettilineo verso il primo finesettimana di mare.
È un obbligo, un simbolo, un rito; non puoi sottrarti al primo happy hour, per quanto agorafobico o pigro tu possa essere.
La maggioranza dei miei coetanei sarà in spiaggia stasera; un opaco bicchiere di plastica in mano, ondeggiando piano al ritmo della musica; un sorriso che preannuncia le vacanze non ancora soffocate dalla caligine della noia.
E anche se si parlerà delle solite cose, scuola relazioni aneddoti progetti, so che questo è il momento migliore per godermi un po’ di vita.
Vedo la striscia greve della pineta avvicinarsi. Credo lascerò la macchina al parcheggio per proseguire a piedi. Non si sa mai; sono 15 minuti di cammino ma non voglio finire imbottigliato come al solito.
Passo il ponte e freno di colpo.
Davanti a me una fila argentea d’automobili si snoda a perdita d’occhio.
Qualche urlo di clacson s’intromette tra i suoni dei Beach Boys. Un incidente. Non ho mai visto fila a questa altezza, così lontano dai bagni. Anzi, di solito è proprio questo rettilineo in discesa il punto preferito per testare il limite di velocità della macchina nuova.
Rimarrò seduto sul sedile, grondante di sudore e rabbia per altre tre ore.
Sarò trasportato come su di un nastro trasportatore per tutto il tragitto ad una media di 5 chilometri l’ora;
gente ubriaca colpirà i miei finestrini con mani scarpe e bicchieri; assisterò ad una rissa;
finirò due volte Pet Sounds;
passerò ironicamente davanti al mio bagno senza potere parcheggiare;
vedrò almeno 5 persone vomitare al lato della strada;
constaterò un’inspiegabile assenza delle forze dell’ordine;
tornerò in città; dovrò fermarmi al passaggio a livello per lo scalo di un treno merci e, una volta a casa, andrò a dormire.
La causa dell’indigestione di macchine a Marina è stata collegata all’imprevisto arrivo di più di 40 corriere emiliane dirette ad un famigerato stabilimento balneare, cariche di universitari(e) e giovani pieni di voglia di divertirsi e imbottiti di alcol.
Secondo la stampa le corriere erano state organizzate dallo stesso stabilimento per festeggiare l’apertura della stagione, ma evidentemente le autorità non erano state avvertite a dovere della quantità di turisti più o meno sessuomani che sarebbero sbarcati sulle nostre spiagge.
Le forze dell’ordine erano del tutto impreparate ad una tale affluenza di macchine e gambe.
Risultato, più o meno prevedibile: molto lavoro per gli operatori ecologici, molte ambulanze, lamentele e accuse per mesi e drastico cambio d’idee riguardo alla riviera e alla sua funzione.
È da quel giorno di smog e birra che il sindaco ha lanciato la cosiddetta campagna anti-sballo.
È dunque quasi un anno che l’attenzione della giunta è concentrata sulla propaganda salutista e proibizionista; non conosco nessun mio coetaneo che non ne sia al corrente; e, di quelli che conosco, pochi sono completamente d’accordo con i provvedimenti restrittivi che sono stati presi per arginare il “problema sempre crescente dell’alcool nelle nuove generazioni”.
Basta fare un giro su Facebook e contare il numero degli iscritti ai gruppi che sono stati creati per sbeffeggiare apertamente o manifestare la propria irritazione circa le scelte del sindaco; non solo, credo che sarebbe molto utile calcolare la media dell’età degli utenti, per capire meglio quali generazioni in particolare non si dichiarano favorevoli.
Le ragioni di tale dissenso, nonostante il fine della campagna sia indubbiamente un fine nobile e giusto, non sono difficili da comprendere.
Solo uno stupido potrebbe dichiararsi contro i provvedimenti salutisti del comune. Nessuno, d’altronde è a favore dell’alcolismo, nemmeno gli alcolizzati, credo.
Nessuno è a favore del consumo incontrollato di alcolici di pessima qualità e di conseguenti risse o visite dal dentista.
Nessuno, logicamente, crede che sia giusto che un sedicenne si ubriachi e si spezzi le vertebre contro il guardrail ogni venerdì e sabato sera.
Allora perché tanto astio nei confronti di questa campagna?
Un primo innegabile problema è che molti sono infastiditi dall’atteggiamento proibizionista del sindaco.
Non è una questione di moralità; valore che purtroppo, molto spesso e a sproposito, è stato paternalisticamente tirato in ballo nelle pessime pubblicità contro lo sballo e contro gli happy hour; pubblicità che si possono vedere appese per le strade del centro e tatticamente di fronte ai licei e alle scuole della città.
Il fastidio nasce, più concretamente, dalla conoscenza che ci viene dalle scienze sociali, dalla psicologia e dalla storia – conoscenza ormai di dominio pubblico – e che potrebbe essere semplificata fino alla banalità nell’asserzione vecchia come l’uomo che “quanto più si proibisce, tanto più si tende a trasgredire alla proibizione.”
Il piacere della trasgressione (parola che ormai ha perso ogni connotazione di valore) è inestirpabile.
Ma su questo forse non tutti sono d’accordo.
Un altro grave errore che il sindaco ha commesso nella sua campagna, è stato quello di responsabilizzare oltre ogni misura il ruolo giocato dai giovani.
La scelta di indirizzare soprattutto ai neodiciottenni e ai ragazzi delle scuole superiori i suoi ammonimenti e i suoi consigli non ha fatto che peggiorare la situazione.
I ragazzi si sono sentiti colpevolizzati dalle parole del sindaco, umiliati per le pubblicità ridicole e paternalistiche (sempre che abbiano avuto un qualche effetto in positivo, senza contare la spese di realizzazione), infastiditi dai modi e dal tono della campagna anti-sballo.
Tristemente famosa la foto che ritrae il sindaco rovesciare in un tombino un secchiello pieno di alcol; gesto pletorico e retorico che non credo abbia avuto altro effetto se non quello di tirarsi addosso ancora più antipatie e malcontenti.
Sinceramente non credo che nel 2010 ci sia bisogno di ribadire a ragazzi adolescenti il pericolo dell’alcol e delle droghe. Sono infarciti di conoscenze e spauracchi medici sul pericolo e sulle malattie legate al consumo di sostanze stupefacenti; spesso al punto che l’azione che si riteneva di contenimento e di prevenzione, finisce per rovesciarsi e creare atteggiamenti di non-curanza e menefreghismo.
Fare finta di non saperlo, forse per cercare una spiegazione plausibile per un consumo che non accenna a diminuire, equivale semplicemente a trattarli da stupidi e comportarsi ingenuamente.
Accusare i ragazzi della degradazione che la riviera ha subito negli ultimi anni è un grande errore.
Distoglie rischiosamente l'attenzione da altre colpe che vanno ricercate in profondità e che sono state commesse quando ancora questa generazione era in fasce, e l’alcool lo assumeva solo sulle ginocchia sbucciate.
Invece di continuare a chiedersi come risolvere il problema dell’alcolismo, perché non cercano piuttosto le ragioni storiche e sociali di tale comportamento?
L’origine, come troppo spesso accade, è meramente e terribilmente economica.
Chi ha inventato l’happy hour aveva a cuore più i suoi guadagni che la salute del fegato dei suoi figli.
Allora forse s’incomincia a capire che il modello della tragedia greca è ancora paurosamente valido e che, come allora, le colpe dei padri devono essere pagate dai figli.
In vari modi le conseguenze si abbattono su generazioni che non sanno come reagire, come resistere all’offerta di alcool e divertimento ad un prezzo in apparenza basso, pagato con rincari considerevoli da un corpo prematuramente sfinito dall’alcool.
Non c’è campagna salutista tanto efficace da far cessare questo vizio collettivo, né predica crepetiana tanto noiosa da convincere il figlio reprobo ed alticcio che il vero sballo è dire “no” ed è meglio rimanere sobrio a guardare gli amici ubriacarsi e provarci con le ragazze. Perdite di tempo, soldi e voti.
Prima di concludere vorrei precisare ancora una volta, a scanso di commenti o reazioni ad una mia presunta amoralità, che non sono contrario al fine dei provvedimenti del comune; mi risultano invece intollerabili e fastidiosamente retorici i mezzi di tale campagna.
È meglio che il sindaco (o chi per lui) escogiti qualcos’altro, poiché prevedo che questa stagione non si discosterà più di tanto dalla scorsa: i ragazzi continueranno ad ubriacarsi, magari portandosi l’alcool da casa e gli stabilimenti continueranno ad ingrassare sulla salute dei consumatori.
mercoledì 21 aprile 2010
Nuova poesia esoterica

Matteo Zambrini, Altrove, Società Editrice “Il Ponte Vecchio”, Cesena 2009, pp. 37
domenica 18 aprile 2010
La conquista della letteratura
La totalità dell’esperienza sensibile, colta al momento dell’evoluzione spirituale che muove dal mondo terreno a quello ultraterreno, rappresenta, nel dialogo intitolato La morte di Eraclito, la comunione con il tutto, resa possibile da una precisa presa di coscienza: il Conflitto, ciò che sta alla base delle leggi del cosmo, è da intendersi come principio armonico e costruttivo, fautore di un ordine-nel-disordine.
Eraclito, instabile fra due mondi, coglie con quel che resta del suo corpo sensibile alcuni aspetti propri di una nuova realtà; lo stesso vocabolario tende ad unificare due modi diversi di intendere il reale, provando da una parte a rendere partecipe Cratilo, ancora di apparente salvezza, del viaggio appena intrapreso, e dall’altra cercando di volgere ogni grammo di spirito alla conoscenza che ora illumina di nuova luce le cose rendendo i loro contorni più netti.
Guarda il mio corpo! Cosa mi succede? Ho rotto gli argini, è vero? Sto esorbitando, le membra non reggono più. Tra poco uscirò da me stesso, Cratilo; queste parole testimoniano l’oscillazione dell’anima, intesa antroposoficamente come elemento di contatto fra la coscienza e la realtà, da una sfera all’altra dell’universo, dal mondo sensibile a quello soprasensibile.
Rudolf Steiner, nel commento a Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz, interpreta il sentirsi come al centro di una tempesta del protagonista proprio in questi termini: l’anima, partecipe del corpo etereo, si allontana dalla percezione corporea e quindi dalle forze cosmiche irrigidite in forme stabili. Ciò che si trova al di là del corpo materiale è proprio la mobilità della sfera sovrasensibile, che rischia di traviare l’esperienza animica, se il soggetto non ha affrontato prima un’adeguata preparazione su di sé.
Eraclito, nel suo “esorbitare”, testa le sue capacità spirituali nel tentativo di descrivere il passaggio al mondo ultraterreno, utilizzando ciò che di più tipicamente umano egli possiede: il linguaggio. La parola si fa quindi tramite fra due mondi, curva di congiunzione fra materiale ed etereo.
L’antroposofia è una via della conoscenza che vorrebbe condurre lo spirituale che è nell’uomo allo spirituale che è nell’universo recita la prima massima antroposofica. Il filosofo efesino penetra coscientemente il mistero del tutto, ricongiungendosi ad esso e riconoscendone il flusso necessario, che muove dalla persona al tutto, dal tutto alla persona. La persona non era un inizio, dice Eraclito, poiché la persona era (ed è) il durante di tale flusso, di tale ordine conflittuale, che si stabilizza per poi fuoriuscire continuamente in un ordine ciclico di evoluzione e dissoluzione.
Investigare se stessi, per citare una massima eraclitea, significa quindi acquisire progressivamente coscienza della concavità del nostro essere – terra, ovverosia del nostro essere obliqui.
La chiave per penetrare le leggi del cosmo va ricercata in noi.
Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me recita l’epitaffio sulla tomba di Kant. La frase dovrebbe essere modificata nel modo seguente: Il cielo stellato e la legge morale dentro di me.
Il “fuori” è un concetto astratto che tende a confinare l’uomo in una prigione che in realtà è l’unica via possibile verso la libertà e la conoscenza: il corpo.
Tre dialoghi racconta di un unico, grande percorso e i tre filosofi rappresentano tre tappe ben distinte di tale cammino. Se Eraclito simboleggia il raggiungimento della consapevolezza, Pitea, protagonista della parte centrale, coincide con il processo di sviluppo e di distacco.
Navigatore temerario, dall’aria dannata e tragicamente romantica, Pitea è un pellegrino dello spirito che ancora fatica a riconoscersi nell’assoluto, pur avendolo toccato in una delle sue manifestazioni più sublimi: quella del viaggio.
Pitea, tornato alla sua terra, appare come uno spettro che non riesce più a collocarsi nel reale: avendo visto tutto, sente di non appartenere più a niente.
Ha gli occhi bruciati da troppo vedere, riflesso di una mente che ha vissuto in negativo la rivelazione: Pitea vuole fuggire da quello che cerca e, soprattutto, da quello che ha trovato. Come Eraclito, il navigatore rimprovera coloro che tentano di trattenerlo in un mondo dove la luce abita in eterna inquietudine, citando Novalis.
Per tornare di nuovo al poeta romantico, quel flutto terrestre che si scorge sul limitare delle nostre percezioni spinge il viaggiatore verso la disperazione e il rifiuto, poiché il corpo in cui si trova confinato non può, secondo lui, farsi strada attraverso il mistero.
Il Conflitto che percepisce Pitea è quindi un principio disarmonico che vede contrapposti in maniera irriducibile finito ed infinito, fenomeno e noumeno. Pitea, vicino un tocco all'evoluzione spirituale, resta qualche passo indietro, e questo significa per lui la condanna.
La mancata comprensione del senso del viaggio spinge il navigatore verso una fuga, verso un movimento che non ha un fine accrescitivo ma che si fa simbolo di un pericoloso sentimento nichilista.
Il nichilismo è un passaggio che conduce Pitea all’abbandono di ogni proposito: al contatto con il mistero (o Conflitto) eleva il suo corpo a suprema debolezza, impossibile da dimenticare o da ignorare. Non esiste pacificazione: solo il rifugio nell'oscurità della propria mente.
Risalendo il fiume si giunge al primo confronto con l’idea di un cosmo conflittuale: il dialogo d’apertura, dal titolo La condanna di Ippaso, rappresenta forse nel migliore dei modi la dicotomia tipicamente occidentale che corre fra percezione ed essenza.
Il testo è basato sull’alternanza parola – silenzio – parola, in un circolo che ricorda, anche in questo caso, quella “corrente”, quella sorta di movimento che progredisce attraverso il suo essere puro incedere.
La contrapposizione fra parola è silenzio è ciò che dà vita alla letteratura: la volontà di parola e la volontà di silenzio sono le due grandi forze attraverso cui sintetizzare un percorso accrescitivo che tenga conto dell’importanza di entrambi gli elementi.
Ippaso, il dialogante muto, è contrapposto al pitagorico, colui che parla, simbolo di un verbo ininterrotto, di un logos perpetuo.
Il silenzio di Ippaso rappresenta, in questo caso, la verità: di fronte al mistero anche la parola più forte è destinata a crollare.
La condanna di Ippaso è dovuta forse alla dimostrazione della debolezza della parola e della finzione in cui essa ha gettato tutto il genere umano.
La parola è maschera del nulla, un’impalcatura fragile sospesa sopra un silenzio infinito.
L'assenza è percepita e di conseguenza rifiutata: la scuola Pitagorica si è assunta il compito di costruire una serie di precetti per non porre l’essere umano di fronte all’incubo di se stesso, di fronte al terrore del vuoto.
Si tratta qui di fare diversi passi indietro. La comunione fra spirito cosmico (silenzio) e spirito umano (parola) è in questo caso impossibile.
Il primo conflitto è un conflitto totalmente negativo, che non può conoscere una sintesi; il processo graduale di compenetrazione parola – silenzio evolverà nella pratica conoscitiva della letteratura, reale punto d’incontro fra mondo fenomenico e mondo noumenico.
Dal Conflitto negativo Ippaso – Pitagorico (assenza di confronto attivo), passando per lo sviluppo del viaggio di Pitea (confronto attivo con il mistero ma incapacità di compenetrazione), si giunge al Conflitto propositivo proprio di Eraclito: Il silenzio e la parola sono giunti finalmente al corpo sintetico della letteratura.
Cratilo, alla morte di Eraclito, si spoglia ed esce nella notte; alza gli occhi al cielo e guarda le stelle. Il suo percorso è appena cominciato.
venerdì 16 aprile 2010
Il più piccolo granello è se stesso per conflitto
Sto partendo, lo sento. Mi vedrai ancora.Ogni volta che sul tuo corpo riconoscerai una ferita del tempo.Non c’è fine, Cratilo, perché la persona non era un inizio.
Da La morte di Eraclito
martedì 13 aprile 2010
Il viaggio e la scomparsa della geografia. Genova.
mercoledì 7 aprile 2010
Abbandonate il sentiero
"The Path"