Posò il bicchiere di vino sul tavolo, l'alcool gli era già salito alla testa. La conversazione si faceva concitata, scacciò la ragazza seduta sulle sue gambe, si sporse verso di me perché la voce non si perdesse nel rumore dell'osteria. Non so come finimmo a parlare di dio, di religione - successe e basta. Sembrava fuori di sé: nervoso, eloquio interrotto, bestemmie. Solo ad un certo punto, e con una certa sua soddisfazione, il ragionamento si fece più chiaro e disteso.
domenica 1 luglio 2012
Il centounesimo intervento
[Per festeggiare il traguardo, un ringraziamento a tutti i lettori.]
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prosa
lunedì 25 giugno 2012
Sul non-finito. Ultima parte.
Parte ultima. Umanismo e anti-umanismo in una teoria estetica del non-finito.
Bisogna
sottolineare che, in questo discorso, non rientra lo studio della
cause del non-finito,
quanto piuttosto quello dei suoi effetti. Le esperienze estetiche che
scatena sono infatti indipendenti dalla sua origine. Per questo il
Cenacolo – che il
tempo ha reso non-finito – è, in linea teorica, assimilabile ad
uno dei tanti Prigioni
di Michelangelo, nati incompiuti. Non si fa differenza tra volontà
(o meglio, mancanza di volontà) dell'artista ed effetto casuale del
tempo.
Si è detto che il
non-finito raggruppa attorno a sé tante esperienze estetiche
diverse: fascinazione e ammaliamento – altri direbbero “rêverie”;
senso di perdita e rottura simmetrica dell'armonia; fastidiosa
sensazione di perdita irreparabile; forse l'intuizione della
sublimità del tempo.
Potremmo
quasi azzardare una definizione: il non-finito è il contrario
dell'opera classicamente intesa. Laddove un'opera d'arte si dice
classica quando è perfettamente compiuta in sé stessa, equilibrata
e proporzionata, nel senso più alto “finita”
(e pensiamo al particolare valore che, nel mondo greco antico, il
termine “limite”
assumeva), il non-finito è l'opera che rompe l'armonia, la
simmetrica perfezione di forme e di lettura, e diviene aperta,
illimitata allo sguardo dell'interprete.
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domenica 24 giugno 2012
Sul non-finito. Il non-finito e la sprezzatura.
Parte terza. Il non-finito come eliminazione della sprezzatura.
Altra
ipotesi potrebbe essere quella che tenta di spiegare l'esteticità
del non-finito misurandone la vicinanza all'intenzione dell'artista.
Ovvero: non potrebbe forse essere che il non-finito sia così
affascinante proprio perché, attraverso il progetto artistico che
ancora emerge dai bozzetti e dagli accenni, siamo come avvicinati
alle intenzioni dell'artista?
Si
potrebbe paragonare l'opera completa al paesaggio che s'espande dal
belvedere, la bellezza che emerge per la completezza del colpo
d'occhio, per l'armonia dell'insieme; il non-finito sarebbe in questo
caso la carta topografica, che rivela altitudini e depressioni,
toponomastiche ed orografia.
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non-finito,
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sabato 23 giugno 2012
Sul non-finito. Contro la teoria dell'apertura ermeneutica.
Seconda parte. Contro la teoria dell'apertura ermeneutica.
Un elenco da solo non basta per rendere ragioni del fenomeno: ci dà
l'idea, alquanto confusa, della sua importanza, ma ancora non siamo
stati capaci di approfondire.
Perché e cosa rende affascinante
questi esempi di non-finito? C'è un fenomeno estetico comune alla
loro base?
Non
convince molto l'ipotesi più frequentata dai critici d'arte, nonché
la più immediata: l'ipotesi dell'apertura ermeneutica. Il
non-finito, grazie alla sua indeterminatezza, riuscirebbe più
dell'opera completa ad ammaliarne l'interprete, poiché è sempre
possibile darne una lettura diversa.
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non-finito
venerdì 22 giugno 2012
Sul non-finito. Un elenco incompleto
Parte prima. Un elenco incompleto.
La
domanda è delineata: che cosa ci attira in un'opera non-finita? Cosa
la rende affascinante e perché? Quale categoria estetica può
spiegare questo fenomeno?
Poiché
è indubbio che il non-finito riesca spesso ad ammaliare il suo
interprete più dell'opera compiuta. Sono troppi – e troppo famosi
– gli esempi di questo tipo per continuare a pensare che sia
soltanto un caso, una qualità legata semplicemente al genio
dell'artista. Ed è curioso notare che malgrado la forza espressiva
di molti lavori non-finiti, i maggiori teorici d'estetica non abbiano
approfondito l'argomento più dello stretto necessario.
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Leonardo,
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Pasolini,
Schubert
giovedì 14 giugno 2012
Il non-finito in Leonardo
“Novello
Hermes”, “divin
Prometeo”: questi gli epiteti
più ricorrenti tra i biografi antichi dell'artista di Vinci. Un
Leonardo ambiguo, maestro dei segreti naturali; un mago eretico; una
creatura a contatto con le superne sfere celesti; o anche un Leonardo
che vede il futuro, lo anticipa nel sapere e nelle tecniche; che
indaga la natura con tutto se stesso anche a costo della più
desolante solitudine per il bene del genere umano.
Invece
di rifiutare l'avvicinamento alla divinità in nome di un'impossibile
verità storica, sarebbe forse più adatto cercare in un altro
personaggio del pantheon antico i caratteri autentici di Leonardo. Si
tratta di Proteo, la
divinità sempre cangiante, sfuggente, irriducibile ad ogni
descrizione.
Leonardo
è infatti un groviglio di credenze; e come il dio greco, prende la
forma più consona allo spirito dell'osservatore, si piega secondo
fini e voleri, cambia in continuazione pensiero e qualità. Si perde
nella nebbia fitta della più pura mitografia.
Nessuno
potrà mai penetrare del tutto questo spirito; certamente, ci si
potrà avvicinare sempre meglio al dato storico, con sempre maggiore
distacco critico; ma l'ambiguità del carattere, la confusione del
pensiero vinciano, l'eredità e l'influenza che dobbiamo ai suoi più
prossimi biografi non ci abbandoneranno mai del tutto.
È
con questo approccio, consapevole dei propri limiti e quindi
pluralista, che vogliamo qui analizzare un aspetto preciso dell'opera
di Leonardo, che ritorna più volte in ogni documento e in ogni
descrizione storica: il non-finito.
venerdì 11 maggio 2012
L'ultima
Qui trovate l'ultima serendipica sul blog attornoalfuoco, ma forse no. Forse ne verranno pubblicate altre. Oppure no. State incerti che sarà così.
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attornoalfuoco,
serendipiche
martedì 8 maggio 2012
Artemisia e le ceneri
Perchè,
se avesse ragione Freud, ma non ce l'ha, anche i cristiani, che si
mangiano il loro dio e lo ricordano ogni giorno, e non riescono
proprio a dimenticare questo morto, anche loro soffrirebbero di
qualcosa, e, forse, Freud la chiamerebbe coazione a ripetere, forse, o chissà
che diavolo.
Un po'
come se Artemisia fosse costretta a bere le ceneri del marito ogni
santo giorno, poveretta. Proprio lei, che strano, che dà il nome
alla pianta d'assenzio. E di solito, si beve per dimenticare.
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Artemisia,
serendipiche
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