giovedì 24 luglio 2014

Es patrìda gaian #3

Sparta - anzi, Sparti - langue innocua al centro della sua bella pianura. Quattro strade, per di più brutte e polverose, ricostruite in fretta e furia così come veniva più comodo, a centuriazione romana. Qualche spartana sorbisce con la solita indolenza l'immancabile caffè-frappè estivo, guardandoci passare con aria interrogativa.

Nulla che lasci riaffiorare il passato, nulla che riesca a fare anche solo intuire l'esistenza di una delle città più importanti della storia occidentale. Altroché "Questa è Sparta!", altroché Leonida! Oggi alza goffamente la sua spada davanti allo stadio cittadino, impietrito dentro una scultura discutibile, meta di fanatici o di americani di passaggio in vacanza di gruppo.

martedì 22 luglio 2014

Es patrìda gaian #2

È poco più che un ragazzo. Guarda davanti a sé con occhi bene aperti, attentissimi. Scruta forse le imperfezioni dell'arena prima della corsa, ma potrebbe anche ammirare il podio, potrebbe, con una punta d'invidia per il vincitore, o con quella calma profonda in cui precipitiamo dopo la vittoria. L'auriga sta per stringere in pugno le redini che si divincolano come serpenti: ma ancora il movimento è ambiguo, impossibile distinguere se di stretta o di resa.

Lo sguardo è fermo, il collo saldo: ma già il bicipite è gravido di una genesi di sforzo. I piedi, realissimi, accidentati, ben fermi a terra: ma già le labbra sembrano dischiudersi nel primo urlo per incitare i cavalli. C'è qualcosa che si agita dentro all'Auriga di Delfi, ma non sappiamo definire cosa. Un'indecisione profonda, uno scontrarsi psichico, camuffato dietro un'apparenza di quiete e contemplazione.

lunedì 21 luglio 2014

Es patrìda gaian #1

Ci si lascia l'agorà alle spalle, salendo. L'ombra bassa e odorosa dei pini è come una promessa: nasconde il sole spietato, allevia la fatica dell'ascesa. Le indicazioni sono poche, sulla collina della Pnice - i turisti ancora meno. Qualche ateniese si riposa su una panchina scrostata, fuma, dormicchia. Le lucertole approfittano degli sprazzi di luce disegnati sugli aghi di pino prima di sparire inghiottita nel folto delle agavi. Tutto odora di caldo, tutto è immobile nel frinire delle cicale.

Si ascende fino alla cima, poca cosa in confronto all'Acropoli. Quindi il verde dirada, si apre imprevisto a un bianco accecante, verso ponente. Spunta la roccia, nuda, come se avessero ferito la collina fino a mostrarne le ossa. È un teatro naturale, a semicerchio, che degrada impercettibile. Non un arbusto, se non sterpi bruciati e spinosi. A est, le chiome ossute dei pini; a ovest la città, a perdita d'occhio, un mostro incoerente di case e terrazze bianco sporche, che sale ed avvinghia alla gola il monte Licabetto.

mercoledì 14 maggio 2014

La comicità amara di Antonio Rezza


C'è qualcosa, una qualità del corpo asciutto ed istrionico di Rezza, una modulazione della sua voce, in grado di far esplodere la sala in risate impossibili da frenare. A volte basta un gesto, un urlo, uno sguardo, perché la comicità, come un'onda elettromagnetica invisibile, si propaghi istantaneamente dalla scena alle poltrone, e si coaguli in quel fatto curioso e illogico che chiamiamo risata.

martedì 25 marzo 2014

Discorso Grigio di Fanny & Alexander


La simbologia, soprattutto se applicata ai colori, può essere ambigua. È difficile non cadere nei personalismi, nelle idiosincrasie, e interpretare la semantica del colore con il dovuto distacco. Così è per Discorso Grigio, lo spettacolo di Fanny & Alexander dedicato all'analisi teatrale della retorica politica.

Il grigio è il colore dell'indistinto, del fumo, dell'opacità. Il grigio è il colore spurio per eccellenza, il colore del torbido quotidiano, della prassi ripetitiva. Grigio è l'ordinario. La scelta di questo colore per connotare il politico in genere risponde, credo, ad una scelta precisa operata dal gruppo teatrale ravennate.

giovedì 20 marzo 2014

Coro a sei voci

[Con questo intervento desidero ringraziare tutte le persone che hanno reso possibile la realizzazione di questo libriccino. In primo luogo i due bravissimi grafici che lo hanno concepito, dalla copertina alla scelta dei materiali, Nicola Varesco e Michele Evangelisti Savini. Senza il loro lavoro, gratuito e serio, senza il loro entusiasmo, la poesia sarebbe rimasta priva del suo logico supporto cartaceo. Ma non posso non citare anche chi, attraverso i suoi consigli, le sue opinioni, i suoi incoraggiamenti, mi ha permesso di migliorare e di portare a compimento questo lavoro: Elisabetta, Elia, Luca Cortesi, Elisa Angelini, Ermanna Montanari e Marco Martinelli, Franco Costantini e Ivano Mazzani. A tutti quanti esprimo la mia gratitudine sincera.
Per chi fosse interessato, qui si può scaricare la poesia.]



Le poesie nascono nei modi più strani.
Questa non fa eccezione: è cresciuta su se stessa dall'ammucchiarsi di tanti particolari, visti e rivisti ogni giorno. Il riflesso della mia bici sulle vetrine, una targa bianca in memoria dei caduti partigiani, il colore screziato della laguna, il verde salato della pineta, le case basse e muschiose del borgo. Immagini condivise, luoghi comuni, verrebbe da dire: ma appunto perché comuni, diretti, parlanti.

giovedì 27 febbraio 2014

Cosa so fare?

[Ospitiamo per la prima volta sul blog un intervento che non abbiamo scritto noi, per festeggiare la laurea di un nostro caro amico. Alla domanda "Che cosa so fare?", parte di un questionario universitario sulle abilità artistiche e grafiche sviluppate nel corso degli studi triennali, il giovane laureato ha risposto in questo modo, che abbiamo trovato irresistibilmente iroNico.]

Cosa so fare?

So arrotolare bene il filo del phon intorno al phon.
Faccio passare il cavo attorno al manico e alla parte superiore da cui esce l'aria, prima sull'uno e poi sull'altra. Il cavo è perfettamente dritto, in modo tale che non si formino nodi e rigiramenti vari; la presa poi la incastro nel cavo che è stato appena arrotolato. Quest'ultimo ha formato una perfetta rete lineare che ricorda una scacchiera ondulata. Il phon sarà così perfettamente accessibile se sistemato all'interno di una scatola contenente tanti oggetti, poiché il cavo non intralcerà la sua fuoriuscita. Il tutto viene realizzato in un tempo che va dai tre a cinque secondi.

Sono anche bravo a scrivere cose inutili.

domenica 9 febbraio 2014

Lisbona. Qualche appunto sconclusionato

La prima qualità che colpisce – diretto, agli occhi – il visitatore, è la luce del sole, bianchissima, che in pieno giorno si riflette a meridione sulla foce del Tago. Cammini per il Chiado, rivolgi lo sguardo al fiume (che è come un preannuncio di mare) e la luce ti inonda, motteggiando un miracolo; annulla i colori degli azulejos in un'istantanea chiarissima, sovraesposta. Non si tratta di un nitore toscano, di quelli che rendono più chiari i colori, più razionali gli spazi; si tratta di un lucore atlantico che abbaglia, confonde la vista. Perché Lisbona non è già più una città mediterranea. È una città limite, appesa all'estremo del vecchio continente, con un piede sull'ultimo sperone di roccia lusitano, e l'altro già immerso nell'oceano.

Si sarebbe portati quasi a crederci, al mito che la vuole fondata da Ulisse durante le sue errabonde navigazioni mediterranee; da Ulyssippo a Lisbona, l'etimo è breve. Mi immagino l'Ulisse dantesco approdare al sicuro, nel golfo protetto dalle acque grigio-verdi del Tago: giusto il tempo di fondare un'estrema città, prima di lanciarsi nella folle traversata della virtute e dell'ubrica canoscenza.